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XXVIII Master CIBA

Vivere l’altrove

Vivere l’altrove

Dott.ssa Elena Carpi

L’autrice
La Dottoressa Elena Carpi si è laureata in lingue all’Università degli Studi di Pisa. È docente di Lingua spagnola presso la Facoltà di Economia dell’Università degli Studi di Pisa, all’interno della quale si occupa di Relazioni Internazionali.

Introduzione
Sono partita per il vasto mondo a 17 anni e si può dire che non sia più tornata indietro, perché, in qualche modo, il mondo mi è entrato dentro e ho continuato a portarlo con me, mi ha dato chiavi di lettura di quello che facevo e vivevo.
Sono partita per studiare, in Francia, in Spagna, in Inghilterra, in tempi in cui il progetto Erasmus era solo un sogno nella mente dei padri dell’Europa.

Spesso i miei studenti mi chiedono con un sorriso dubbioso se è il caso di fare un Erasmus, di partire per un periodo all’estero, di studio o di lavoro.
Le riflessioni che seguono vogliono essere una risposta a chi si chiede se andare, perché, dove, come?
Prima del momento in cui un giovane uomo o donna si chiede se partire e dove andare, c’è tutta la sua giovane vita, 18 o 20 anni in cui è stato allevato dalla propria famiglia, educato, nutrito.

Sarebbe bello che gli fosse stato insegnato a fidarsi di se stesso – e dunque degli altri – a conoscere la differenza tra prudenza e paura, ad essere curioso.
Sarebbe bello che avesse imparato ad esprimere i suoi sentimenti nella sua lingua e anche in una lingua diversa dalla sua, a dire chi è e che cosa vuole.
Se così è stato, il passo successivo, l’aprire la porta su un’esperienza di vita all’estero non sarà difficile, sarà solo un importante passo sul cammino di conoscenza già intrapreso.

Molto spesso però, così non è. Mi trovo a parlare con ragazzi di 20 anni irrigiditi dall’abitudine, accartocciati su se stessi, poco curiosi, spaventati all’idea di abbandonare delle certezze. È a loro che queste righe sono rivolte, per spiegare perché partire, quando e come.

Come si legge e si sente dire frequentemente, fare un’esperienza all’estero “fa curriculum”.

Anch’io lo dico molto spesso per convincere i più riluttanti, ricordando che ormai tutti i cv si assomigliano.
Perché un’impresa dovrebbe assumere proprio te, se sei uguale a tanti altri?
Un soggiorno all’estero, se ben gestito, dà la padronanza di una lingua straniera e mostra che hai affrontato una selezione (Erasmus o Leonardo o un altro programma di mobilità della UE) con esito vincente. Se ti sei trovato da solo un’azienda dove andare a fare uno stage, questo prova il tuo spirito d’ intraprendenza. Inoltre, se il paese scelto non è un paese “ovvio” dell’Europa occidentale, permette di portare a casa anche la conoscenza di base di lingue che pochi conoscono, e si trasforma in un valore aggiunto.
Tutto questo è vero. Ma c’è molto altro. C’è soprattutto molto altro.
Un soggiorno all’estero serve ad aprire la mente e il cuore, ad entrare in contatto con il proprio io più profondo che, non più difeso dalle abitudini consuete, si trova ad affrontare un ambiente che si sente ostile, anche se ci trova nel paese più amichevole del mondo.

Ostile perché il modo di fare della gente è diverso da quello in cui vediamo le cose abitualmente.
Ostile perché gli altri parlano una lingua che non conosciamo o parliamo male, e questo fa sentire ridicoli, e nessuno ha voglia di sentirsi ridicolo.
Se tutte queste sensazioni vengono affrontate con fiducia, le difficoltà diventano occasioni.

Si scopre che il modo di vivere a cui si è abituati non è l’unico valido, che le convenzioni sono, appunto, convenzioni. Che se in Europa si mangia con la forchetta e in Giappone con le bacchette, il cibo alla bocca arriva comunque.

Se ci si mette in gioco, se si ha il coraggio di avere paura, la paura scompare. Si fa strada l’intima consapevolezza che per il futuro, una volta a casa, saremo in grado di affrontare ogni situazione, anche se non siamo sicuri del risultato.
L’altro non è più un nemico da temere, ma una persona da capire, così come ognuno vuol essere capito e accettato.
Questo è il vero valore aggiunto sul curriculum, quello che forse non si può scrivere, ma che si vede al primo colloquio.

Sarebbe auspicabile non aspettare, e partire dopo il primo anno di università. Questo perché il tipo di abilità emozionali e relazionali di cui parlavo non possono aspettare troppo.

Tanto più si è consapevoli delle proprie difficoltà e della minaccia rappresentata dall’idea dell’altrove, tanto più sarebbe necessario pensare a un periodo all’estero.

Mi ricorderò sempre le parole di un ragazzo di 26 anni che decise di partecipare ad un viaggio di istruzione in Spagna. Era la prima volta che usciva dall’Italia. Ogni cosa lo spaventava, anche prendere la metropolitana insieme a tutto il gruppo. Alla fine della settimana mi disse che era partito perché si era reso conto che non stava crescendo e doveva fare qualcosa per cominciare un percorso nuovo.

Partire non è difficile. È più difficile decidere di farlo.
Per avere informazioni sui programmi di mobilità e su soggiorni all’estero per studio o lavoro si possono consultare questi siti:
http://ec.europa.eu/education/focus/focus363_en.htm
http://www.crui.it/internazionalizzazione/HomePage.aspx?ref=1238
http://www.informagiovani.it/default.htm

o fare riferimento all’Ufficio Politiche Comunitarie della provincia di residenza.

Scrivi su un foglio quali sono gli aspetti della tua vita in Italia che ti piacciono di più. Rifletti su quanto sono importanti per te e perché. Parlane con una persona che tu stimi.

Studiare in Europa, Alpha test, 2002
Corna-Pellegrini, Conoscersi viaggiando, Meltemi, 1999
Fenoglio, Vivere altrove, Sellerio, 1998
Goethe, Viaggio in Italia, Mondadori
Maspero, A come avventura, FBE, 2006
Michaux, Altrove, Quodlibet, 2005
Stendhal, Diario di un viaggio in Italia, Tranchida, 2000Siti raccomandati:
http://www.informagiovani.it/socleon.htm
http://ec.europa.eu/education/index_en.htm
http://www.euroguidance.it/