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XXVIII Master CIBA

Viaggio dentro a se stessi

Viaggio dentro a se stessi

Dott. Luigi Comacchio

L’autore
Luigi Comacchio ha conseguito la laurea in Filosofia presso l’Università degli Studi di Padova.
Come parte del proprio percorso formativo ha avuto l’opportunità di trascorrere due semestri all’estero: uno presso la Boston University ed uno presso l’Université Paris 1 Panthéon-Sorbonne, esperienze che gli hanno permesso di arricchire il proprio bagaglio personale e di espandere i propri orizzonti culturali. Nel 2010 ha partecipato alla XVII edizione del Master in “Comunicazione, Banche e Assicurazioni” che gli ha offerto la possibilità di mettersi alla prova in ambiti a lui estranei e di conoscere persone d’inestimabile valore.
Instancabile viaggiatore, ha una spiccata passione per le lingue e le culture straniere ed è mosso da una profonda curiosità nei confronti dell’ambiente circostante e della natura umana.
Al momento ha appena terminato gli studi e si sta guardando attorno per riuscire a trovare una collocazione a lui congeniale, convinto di avere ancora molto da imparare e da sperimentare.

Introduzione
Perché intraprendere un viaggio dentro se stessi?

Pausania ci riporta che sulla facciata del tempio di Apollo a Delfi era inscritto un invito tanto breve quanto denso di significato: “Conosci te stesso”. Poco importa se quanto scrive corrisponda a realtà, irrilevante è sapere se queste parole siano state effettivamente pronunciate da qualche saggio dell’Antichità, ciò che conta è che il messaggio che lanciano risuona nei secoli. Paradossale no? Proprio nel luogo dove ci si recava avidi di risposte e desiderosi di certezze, si veniva spronati a guardare dentro di sé. Che non fosse quello forse lo scrigno che celava la soluzione capace di dissolvere ogni dubbio e rispondere ad ogni interrogativo? Ebbene, quanto spesso ci si sofferma a guardare dentro di sé?

In un’epoca assetata di sapere, in cui la scienza e la tecnologia si spalleggiano nell’incessante ricerca di soluzioni che facilitino la vita dell’umanità, in cui, dismessi i dogmi del passato, l’unica regola vigente è la continua messa in discussione di ciò che si è scoperto od appreso fino ad ora in vista dell’inarrestabile progresso della civiltà, solo un dettaglio viene troppo spesso trascurato: la propria interiorità. In un secolo in cui s’impugnano identità raffazzonate per l’occasione quasi fossero scudi dietro cui rifugiarsi o spade per trafiggere il nemico, non ci s’interroga abbastanza su che cosa significhino realmente. In anni in cui divorati dal vano anelito di un’effimera emozione che riesca faticosamente a togliere di dosso la tediosa pesantezza di una quotidianità perennemente uguale a se stessa, ci si perde nel labirinto delle droghe, dell’alcol, dell’azzardo, e s’arriva anche a sgozzare, pur di provare un brivido di adrenalina, ci s’inganna ignorando che la più eccitante delle avventure è in attesa dietro l’angolo, è dentro di sé. In qualsiasi momento, dovunque ci si trovi, è possibile intraprendere un magico viaggio che mai avrà fine e mai annoierà. Da sempre il viaggio è sinonimo di scoperta e conoscenza, si pensi ad Ulisse che tutti ha affascinato suscitando invidia per ciò che aveva vissuto. In ogni momento in cui la civiltà si trovò sull’orlo dello sfacelo, le sue peripezie divennero la metafora del percorso che ciascun essere umano dovrebbe ricreare dentro di sé.

Negli ultimi secoli dell’impero romano i filosofi interpretarono le peripezie di Ulisse come il cammino che l’anima doveva affrontare per liberarsi dalla prigionia del corpo e fare ritorno alla sua vera origine; il ripiegamento in se stessi era l’unica via che permettesse di proteggersi dal crollo di tutto ciò che aveva costituito una certezza fino ad allora. Ancora, in piena Prima Guerra Mondiale, Joyce, come emblema della crisi delle coscienze che colpì l’Europa degli inizi del Novecento, propose nuovamente il mito di Ulisse, incarnato da un mediocre irlandese che invece di vagare per il Mediterraneo gira per una grigia Dublino. Anche in un momento come questo dove la parola crisi è onnipresente nei giornali e in televisione, un viaggio dentro se stessi potrebbe costituire una valida risorsa per ritrovare quegli unici punti fermi cui aggrapparsi quando la terra sotto i piedi viene a mancare.

In principio c’è lo smarrimento. Spesso la necessità di leggersi dentro emerge laddove un imprevisto sconquassa l’esistenza. Si perdono la Trebisonda, la bussola e la tramontana. Non si sa più dove sia diretta la nave. In una parola: si naufraga.

La fine dell’università, la cassa integrazione, una separazione, un lutto, un licenziamento o semplicemente dei dubbi circa ciò che si sta facendo rappresentano l’opportunità di dare il via al viaggio, che altro non è che una rimessa in discussione di ciò che fino a quel momento era stato considerato un punto fermo.

Il tutto ha inizio con la tempesta, con una sventura, o solo con un attimo d’incertezza. Ci si ritrova arenati su di una spiaggia sconosciuta, ignari e spaventati da ciò che succederà. S’impreca contro gli dei, contro il fato. Quante volte s’è inveito contro la sorte avversa in occasione dei momenti di sconforto. “Perché proprio a me, destino infame?” “Sono disperato, non so che fare” “Che abbia fatto la cosa giusta?” “Dove mi porterà questa strada?”. L’errore che spesso si commette è voler ottenere da altri una risposta a queste domande, quando, a ben guardare, la risposta è dentro di sé.

Come qualsiasi altro cammino anche il viaggio interiore possiede uno scopo ed una meta precisa: la ricerca di sé. A differenza di altri percorsi, però, invece di configurarsi come una tensione in avanti, esso risulta un procedere a ritroso, quasi un calcare nuovamente le proprie orme. È inevitabile, per poter capire dove si è diretti, bisogna comprendere da dove si viene. Solo le origini indicano la destinazione. Ciò che si sarà dipende da ciò che si è e ciò che si è dipende da ciò che si è stati. Ecco dunque che il viaggio dentro di sé si profila come un viaggio volto a ripercorrere le tappe che hanno contribuito a costituire noi stessi, che ci hanno permesso di giungere nel punto in cui si troviamo.

Ognuno nasce in un determinato contesto familiare, culturale, sociale, ambientale. Solo analizzando quali siano state le dinamiche che l’hanno caratterizzato è possibile capire appieno molti dei propri schemi di pensiero, dei modi di reagire, di relazionarsi, di affrontare la vita che troppo spesso vengono dati per scontati. Essi sono radicati nella propria anima, ma contrariamente a quanto si potrebbe pensare, è difficile che siano innati. Capire come si siano generati può permettere di modificarli o di mantenerli e rafforzarli con maggiore consapevolezza. Sviscerare il contenuto del bagaglio che ciascuno porta con sé è tutt’altro che impresa facile. Spesso si rimuove ciò che non si vuole vedere o non si vuole ricordare. Spesso si è ignari di ciò che potrebbe celarsi dentro di sé. Edipo si accecò dopo aver scoperto di aver ucciso suo padre e di aver giaciuto con sua madre.
Per i Greci, però, la cecità è sinonimo di saggezza, ciò che non si vede con gli occhi lo si è già visto con l’anima. Ciò che si è visto con chiarezza, lo si sa (in Greco vedere e sapere hanno la medesima radice). Gli stessi Greci utilizzavano numerosi termini per indicare ciò che noi oggi definiamo con il concetto di destino. Parlavano, per esempio, di “heimarméne moîra” ovvero di “sorte assegnata”, dove entrambi i termini sono riconducibili al vocabolo “méros” che significa “parte” (si pensi ai poli-meri), che a sua volta possiede la medesima radice del latino “merere” da cui deriva l’italiano “merito”. Essi vedevano nel fato l’idea di una parte che ci è stata assegnata. Alla vita di ciascuno sottenderebbe dunque l’assolvimento di un compito che ci è stato ascritto fin dal principio. Di primo acchito, quest’affermazione parrebbe cozzare con la concezione moderna dell’Homo faber, dell’uomo che crea da sé il proprio destino, a maggior ragione se si considera che oggigiorno il merito è il concetto che meglio esprime il massimo sviluppo delle capacità individuali ponendosi in netta antitesi con tutto ciò che invece non è frutto delle proprie fatiche bensì di aiuti esterni (si pensi all’eterno scontro tra meritocrazia e raccomandazioni). Tuttavia, ad un’analisi più approfondita, quest’apparente contraddizione può venire sanata se si tiene conto che entrambi i concetti non sottolineano altro che la cruciale importanza del “divenire se stessi”. Che si tratti di adempiere ad una funzione cui siamo destinati fin dalla nascita o di dispiegare le proprie potenzialità, in entrambi i casi ciò che è fondamentale è conoscere quale sia la propria funzione e quali siano le proprie potenzialità, in altri termini, capire chi siamo e da dove veniamo.

Giunti a questo punto rimarrebbe da domandarsi in che modo sia possibile intraprendere questo viaggio perché fino ad ora ci si è limitati a descriverne la funzione e la meta. In tutta sincerità non c’è una risposta a quest’interrogativo perché ciascuno può levare l’ancora e navigare verso l’orizzonte nel modo che più predilige. In fondo, il viaggio è semplicemente la metafora di innumerevoli cammini percorribili…

Alcuni si rivolgono alla psicanalisi che altro non è un viaggio dentro la propria psiche condotto con l’ausilio di un “Virgilio” che con occhio tecnico guida negli anfratti più reconditi della propria anima portandone a galla le luci e le ombre e ricostruendone pezzo per pezzo un’immagine più veritiera e aderente alla realtà. Altri si dedicano alla coltivazione della propria spiritualità attraverso la meditazione o la preghiera, nell’incessante tentativo di ritrovare quell’esile filo che li collega all’infinità del cosmo, scandagliando così i segreti del proprio sé nella sua fusione con l’universo. Specularmente, c’è chi investe tutto se stesso nella scienza navigando tra gli enigmi della natura con la speranza che ciò possa gettare nuova luce sui propri. Gli artisti proiettano se stessi nelle loro opere, dando voce al loro sé tramite un pennello, un violino, una penna, una telecamera o dell’argilla e sondando così gli abissi dell’oceano della psiche. Infine c’è chi, come Ulisse, se salpa lo fa letteralmente, dispiegando le vele verso lidi remoti, mosso dalla profonda curiosità di vedere che c’è oltre, ricercando se stesso nella scoperta dell’altro.

La sete di conoscenza si traduce in uno scardinamento delle proprie abitudini e in un confronto obbligato con ciò che esula dalla propria realtà. Ci si scrolla di dosso tutta la polvere che, accumulatasi negli anni, impedisce ormai di ripristinare un’autentica sintonia con il proprio essere. Liberandosi di ciò che tiene avviluppati, si può pervenire ad una visione più nitida delle cose. Ci si rimette in gioco, si sfidano i propri limiti e passando al setaccio la propria interiorità, si conservano solo quelle preziose pepite d’oro che, frammiste ad un’accozzaglia di scarti, per troppo tempo erano rimaste celate o dimenticate. Il viaggio fisico come metafora del viaggio interiore è il perenne tentativo dell’uomo di scoprire se stesso cimentandosi in sempre nuove avventure che, saggiandone la tempra morale, riportano a galla quell’essere autentico di cui troppo spesso si sente la mancanza.

Qualunque siano le modalità cui si ricorre per esplorare la propria interiorità, l’importante è non desistere e non tirarsi indietro. Qualsiasi esperienza vada ad aggiungere un mattoncino alla costruzione di sé, non può che portare ad una maggiore auto-consapevolezza. Vedere dentro di sé permette di essere meglio corazzati per ciò che riserva il futuro. Tuttavia l’unico modo per operare quest’“endo-scopia” è dotarsi di nuove lenti da vista, per poter modificare l’ottica da cui si osserva il mondo e da cui si guarda in se stessi che troppo spesso conduce ad una visione sfocata e falsata.

Come direbbe Proust: “L’unico vero viaggio, l’unico bagno di giovinezza, sarebbe non andare verso nuovi paesaggi, ma avere altri occhi, vedere l’universo con gli occhi di un altro, di cento altri, vedere i cento universi che ciascuno vede, che ciascuno è.”
In altri termini, il vero viaggio termina quando si ritorna ad Itaca con occhi diversi e non con una valigia zeppa di souvenir e cartoline che col tempo andranno ad accatastarsi nella soffitta delle occasioni sfumate.
  • Joseph Conrad, Cuore di tenebra: quando un viaggio reale nel cuore del mondo si traduce in un viaggio nelle profondità più recondite della psiche umana.
  • Michel Foucault, La cura di sé: il filosofo francese ripercorre alcune tappe del pensiero antico incentrato sulla cura della propria interiorità, rielaborandolo e modellandolo in modo originale e stimolante.
  • Johann Wolfgang Goethe, Faust: metafora dell’anelito verso la conoscenza di sé e del mondo che anima lo spirito umano sempre alla ricerca di ciò che gli manca.
  • Philippe Labro, Lo studente straniero: quando un viaggio di studi diviene un’iniziazione alla vita.
  • Arthur Schopenhauer, L’arte di essere felici
  • Arthur Schopenhauer, L’arte di conoscere se stessi: due raccolte di aforismi e stralci di appunti che con irriverenza e sarcasmo forniscono spunti di riflessione utili per diventare se stessi.