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XXVIII Master CIBA

Sviluppo personale tra Karma e volontarietà

Autrice

Claudia Scarpaleggia si è laureata con il massimo dei voti in Scienze e Tecnologie alimentari presso l’Università di Firenze, lavora in un’azienda del settore agro-alimentare e da qualche anno si cimenta nella ricerca della biocosmesi con interessanti risultati. Attualmente sta perfezionando le sue conoscenze con un Master in Scienze e Tecnologie cosmetiche dell’Università di Siena. Mente aperta e vivace, per diletto cammina da sola e in gruppo.Recentemente ha svolto con successo il Corso di SPE (Sviluppo Personale ed Empowerment) promosso da Eraclito 2000.

Introduzione
Lo scorso settembre ho deciso di intraprendere un’avventura, un per-corso che volevo fare da molto tempo: il Cammino di Santiago. Seppur breve, è stata un’esperienza molto intensa, sono tornata a casa piena di energia, rigenerata.

Erano accaduti alcuni eventi durante il cammino che mi avevano fatto pensare: “sarà il destino? Oppure mera casualità?” Già prima di partire infatti ho dovuto cambiare i miei piani per colpa di uno sciopero, posticipando la partenza di due giorni. Non me la sono presa più di tanto, ho pensato: “Il destino vuole che vada così”. Si narra che il cammino ti offra quello di cui hai più bisogno in quel momento. Io credevo di aver bisogno di silenzi e riflessione, ma ho incontrato delle persone speciali piene di gioia e di energia con cui ho condiviso gran parte del tempo, e il viaggio è stato tutt’altro che solitario e meditativo. Mi sono così resa conto che quello era ciò di cui avevo realmente bisogno: apertura, condivisione, gioia e un po’ di follia. Quindi, era davvero destino che partissi due giorni dopo per incontrare queste persone? O è stata una casualità?

Questo interrogativo mi ha accompagnato fino a quando, una volta tornata a casa, ho condiviso la mia esperienza e i miei dubbi con una ragazza che aveva fatto il cammino lo scorso luglio. La prima cosa che mi ha detto è stata che non credeva più nelle coincidenze. D’altra parte, pensare che il nostro destino sia già scritto mi fa percepire impotente, non sento di avere il controllo della mia vita. Sotto altro profilo, dare tutto il merito o la colpa alla casualità mi reca la medesima sensazione.

Poco tempo dopo, durante un incontro sulla meditazione, lo scrittore Tiziano Fratus ci ha messo in guardia spiegandoci che il karma, un concetto di derivazione prettamente orientale, ha assunto in Occidente accezioni distorte. Erroneamente il karma è equiparato al destino; va male qualcosa : “è il karma, non si può far niente”. Fratus ha sgombrato il campo spiegando che è proprio l’opposto: karma è l’insieme delle scelte che abbiamo fatto e facciamo e che ci portano ad essere chi siamo ora e anche chi vogliamo essere in futuro. A ben vedere ogni azione ha una conseguenza e siamo chiamati ad esserne consapevoli. Le scelte diventano un tassello fondamentale della nostra vita e dello sviluppo personale, nel senso proprio di “costruzione” del nostro essere.

Mi ha talmente affascinato questa teoria che ho desiderato approfondire il concetto di Karma, i meccanismi e le motivazioni che ci spingono a prendere le decisioni, per arrivare a comprendere fino in fondo cosa significhi veramente “sviluppo personale”.

Anch’ io, come la maggior parte degli occidentali che non conoscono il vero significato di karma, avevo sempre ritenuto che fosse qualcosa di “punitivo”: mi accadeva una cosa negativa e dicevo “è il karma che si ritorce contro di me!” Ammetto che non mi ero mai soffermata molto sul suo significato e su tutto ciò che lo precede, fino a quando non ho ascoltato Tiziano Fratus in quella suggestiva mattina, all’alba nel bosco. Si è trattato di una vera e propria illuminazione!

Karma è un termine sanscrito che, nel suo significato originario, significa “azione”, “effetto”. Il karma è in sostanza il principio di causa ed effetto, che costituisce il fondamento della fisica classica e delle scienze naturali. Lo stesso concetto è stato interpretato in modo diverso nella varie culture, conducendo ad atteggiamenti divergenti. In India, se una persona si trova a vivere in povertà significa che nel suo passato ha commesso una grave colpa (anche in una vita passata) e questa miseria ne è la conseguenza. Il destino viene accettato in maniera devota e non si fa niente per migliorare la situazione, ricadendo in una condizione di apatia. Nei Paesi tradizionalmente buddhisti, invece, l’accento è posto sull’invito a non compiere cattive azioni ma anzi, fare in modo di riscattare, con il proprio comportamento, eventuali colpe derivanti da un karma negativo; il Buddhismo insegna a liberarsi dalle concatenazioni karmiche. Non esiste un dio che punisce o giudica: sono le azioni individuali a ripercuotersi su di noi; per questo motivo la compassione per tutti gli esseri umani e il non giudicare sono pilastri della filosofia buddhista 1.

Nel libro Karma e caos di Fleischman, si parla di Karma come una dinamica fusione tra libertà e determinismo, due concetti considerati come opposti dal pensiero scientifico classico occidentale. La teoria del caos ci ha però portato ad adottare una nuova visione scientifica, secondo la quale anche il disordine più estremo può contenere un minimo di coerenza. I due opposti possono quindi agire in perfetto accordo: l’universo è un’alleanza tra libertà e limitazione; non ha la meccanicità di un orologio, ma non è neanche una nebulosa senza forma. Così come nei sistemi chimici, anche nella nostra vita legge e casualità sono due facce della stessa medaglia. Ma anche nelle circostanze – casuali- della vita abbiamo la possibilità di scegliere, e ognuna delle nostre scelte darà luogo ad un principio di causa-effetto. Viviamo in una complessità di interazioni, come palle da biliardo su un tavolo, ma oltre a rimbalzare passivamente possiamo sforzarci di mantenere la direzione a dispetto dell’interferenza di collisioni laterali e sollecitazioni 2.

Come canta straordinariamente De André nella sua canzone “Smisurata preghiera”, il cui testo è ispirato alla raccolta di poesie di Mutis “Summa di Maqroll il gabbiere”3:

“per chi viaggia in direzione ostinata e contraria
col suo marchio speciale di speciale disperazione
e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi
per consegnare alla morte una goccia di splendore
di umanità di verità

ricorda Signore questi servi disobbedienti
alle leggi del branco
non dimenticare il loro volto
che dopo tanto sbandare
è appena giusto che la fortuna li aiuti
come una svista
come un’anomalia
come una distrazione
come un dovere”

È un omaggio a tutti coloro che senza paura si muovono in direzione ostinata e contraria, rispetto alle circostanze (talvolta anche nefaste) della vita; rispetto a una maggioranza meschina che vuole scegliere al loro posto, che vuole che rinuncino alla loro essenza. Questo andare controcorrente è faticoso e doloroso, ci si deve muovere tra il vomito dei respinti. Tanta fatica è ripagata nel poter mostrare alla morte il frutto della loro vita, ossia una goccia di splendore, di umanità, di verità. De André afferma anche che chi lotta dovrebbe essere aiutato: una svista, un attimo in cui il Signore si distragga per facilitarli nelle loro imprese controcorrente 4.

Il “destino” è un concetto molto ampio, che può essere ricondotto al volere di un essere a noi superiore (come nel caso di De André) ma anche al frutto delle scelte di qualcun altro, fino a farne un concetto fisico presente nella teoria del caos, noto come “butterfly effect”, analizzato da Edward Lorenz nel 1962 . Lorenz scoprì l’effetto quando osservò che nello sviluppo di un modello meteorologico, elaborando i dati di condizione iniziali arrotondati in modo apparentemente irrilevante, non si sarebbero riprodotti i risultati delle analisi con i dati non arrotondati. Un piccolo cambiamento nelle condizioni iniziali aveva creato un risultato significativamente diverso. “Può, il batter d’ali di una farfalla in Brasile, provocare un tornado in Texas?” fu il titolo di una conferenza tenuta da Lorenz nel 1972.

Alan Turing, in un saggio del 1950, anticipava questo concetto: “Lo spostamento di un singolo elettrone per un miliardesimo di centimetro, a un momento dato, potrebbe significare la differenza tra due avvenimenti molto diversi, come l’uccisione di un uomo un anno dopo, a causa di una valanga, o la sua salvezza.” Se lo spostamento di un elettrone può avere un così grande effetto immaginatevi l’effetto che possono potenzialmente avere tutte le nostre azioni!

Mi piace ricordare che anche Petrus, la guida-mentore di Paulo Coelho nel libro “Il Cammino di Santiago” dice ad un certo punto del viaggio: “Ma nella nostra vita si presentano problemi per cui dobbiamo scegliere fra diversi cammini. Difficoltà quotidiane, come una decisione di lavoro, una rottura affettiva, un incontro sociale. Ciascuna delle piccole decisioni che prendiamo continuamente – minuto dopo minuto – nel corso dell’esistenza può significare la scelta fra la vita e la morte.”

Proprio perché esistono delle limitazioni, il destino esiste e la vera libertà e le nostre scelte acquistano una grande importanza

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1 V. Reichle, I fondamenti del buddhismo, Ed. Mondadori, 1996.
2 P. Fleischman, Karma e caos. Perché meditare, Astrolabio Ubaldini, 2001
3 Á. Mutis, Summa di Maqroll il gabbiere – Antologia poetica 1948-1988, Ed. Einaudi, 1993.
4 E. Cristiano, 2011. Un meraviglioso incontro: Álvaro Mutis e Fabrizio De Andrè
Disponibile su: http://www.letteratu.it/2011/03/14/un-meraviglioso-incontro-alvaro-mutis-e-fabrizio-de-andre
5 E.N. Lorenz, Section of planetary sciences: the predictability of hydrodynamic flow, “The New York Academy of Sciences”, 1963

Una volta abbracciata la filosofia del Karma e comprese le potenzialità che possiamo esprimere attraverso le nostre decisioni, verrebbe da pensare che tali decisioni siano prese in maniera razionale. La neurologia tradizionale ha sempre considerato il cervello umano come il centro di tutto, riferendosi in particolar modo alla corteccia cerebrale, la parte logica. In realtà, la parte del cervello che ragiona è raramente chiamata in causa quando si tratta di decidere. Uno studio condotto da Stefan Bode ha preso in considerazione i giudizi spontanei formulati dai soggetti su immagini mostrate loro. Attraverso l’analisi delle onde elettromagnetiche del cervello è stato possibile decodificare i giudizi dati sulle immagini diversi secondi prima che la persona ne fosse conscia. La regione frontopolare della corteccia frontale è stata la prima ad attivarsi, in ordine temporale; si desume quindi che sia la principale parte esecutiva coinvolta nella generazione di decisioni inconsce e, di conseguenza, dei comportamenti impulsivi8.
Anche gli studi sul processo decisionale condotti dal premio nobile Daniel Kahneman hanno mostrato che la razionalità, per lungo tempo considerata caratteristica saliente dell’essere umano, non è sufficiente per valutare le situazioni in modo obiettivo e scegliere l’alternativa più vantaggiosa. La mente è caratterizzata da due processi di pensiero distinti, uno veloce e intuitivo, uno più lento e logico. Il primo svolge attività cognitiva automatica e involontaria; il secondo serve a svolgere compiti complessi che richiedono il ragionamento. Si può però incorrere in errori sistematici (bias) quando l’intuizione, di per sé efficiente nel prendere decisioni immediate, si lascia condizionare dagli stereotipi (esterni o insiti nella nostra persona) e il ragionamento non è abbastanza pronto a correggere l’errore9.

In altri termini, prendiamo decisioni “di pancia”! Questo modo di dire si è rivelato più veritiero di quanto si credesse, poiché si è scoperto che tra intestino e cervello esiste un collegamento strettissimo: nell’intestino si trova una rete nervosa molto complessa composta da oltre cento milioni di neuroni che gestiscono le attività intestinali e che si collegano al cervello tramite il sistema nervoso vegetativo. Questa rete nervosa intestinale, per le sue dimensioni e per le sue modalità di funzionamento è stata denominata per la prima volta “secondo cervello” dal neurobiologo Michael D. Gershon nel 1998.

Le neuroscienze parlano di una vera e propria asse pancia-testa: l’intestino può pensare, provare sensazioni e addirittura prendere decisioni in modo autonomo dal cervello; ciononostante qualunque emozione o stress che coinvolge il primo cervello influenza inevitabilmente la salute e il benessere del secondo cervello, e viceversa. Il sistema nervoso enterico umano rappresenta un centro di elaborazione e di gestione dei problemi con minimo impegno mentale ed è probabilmente una parte che abbiamo conservato dal nostro passato evolutivo10.

La visione encefalocentrica fino ad oggi predominante sembra destinata ad essere sostituita da una visione più integrata e policentrica riguardo la vita nervosa e mentale dell’uomo. Questo sistema decisionale “diffuso” è simile a quello utilizzato dalle piante; non ha nulla a che fare col ragionamento ed è dettato dall’esperienza pregressa, dalle condizioni ambientali e dall’istinto. Potrebbe sembrare un argomento di poco conto, che l’importante è cosa alla fine scegliamo e non come siamo arrivati a quella decisione. Pensiamo di essere in qualche modo “superiori” alle piante e agli altri animali perché dotati di una razionalità, ma non è così: funzioniamo allo stesso modo.

Un aneddoto che mi ha fatto sorridere e al tempo stesso riflettere, riguarda l’illustre scienziato Charles Darwin. In preda al dubbio su cosa fare della sua vita, se sposarsi o meno, decise di utilizzare un metodo assai razionale, il bilancio logico. Prese un foglio e scrisse su un lato gli aspetti positivi del matrimonio, sull’altro le conseguenze negative che avrebbe avuto. Dalla parte “to marry” scrisse cose poco convincenti: una compagnia per la vecchiaia, comunque meglio di un cane, musica e voci femminili per casa. Dalla parte “not to marry” scrive: “niente figli, nessuno che si prenda cura di te nella vecchiaia”, ma anche “libertà di andare dove voglio, conversazione con uomini intelligenti, non essere costretto a visitare i parenti, nessuna perdita di tempo, spese e ansia per i figli….” Eppure, nonostante questo bilancio sfavorevole al matrimonio, Darwin prese una decisione istintiva e sei mesi dopo si sposò.

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6A.M. Turing, Computing machinery and intelligence, “Mind”, 1950
7P. Coelho, Il cammino di Santiago, Giunti Editore, 1987
8S. Bode, A.H. He, C.S. Soon, R. Trampel, R. Turner, J-D Haynes, Tracking the Unconscious Generation of Free Decisions Using UItra-High Field fMRI, “Plose One” 2011
9D. Kahneman, Pensieri lenti e veloci, Ed. Mondadori, 2012

Tutti gli esseri dell’universo condividono la possibilità di essere influenzati da cause incontrollabili che non dipendono da loro (quello che abbiamo definito destino); in molte occasioni tutti, umani, piante o animali, siamo costretti ad essere soggetti passivi di ciò che accade. Quello che però distingue gli esseri umani è che possiamo essere anche soggetti attivi degli avvenimenti, possiamo cioè agire, scegliere coniugando adeguatamente conoscenza, immaginazione e decisione nel campo del possibile. Tale congiunzione è necessaria affinché l’azione sia volontaria anche se, per quanto riguarda la conoscenza, dobbiamo considerarla in termini relativi, altrimenti nessuna nostra azione sarebbe pienamente volontaria. Senza intenzione non c’è azione. In altre parole, “la condizione necessaria perché abbia senso considerare qualcosa come un’azione è la possibilità di proporsela o di avere l’intenzione di farla” . Affinché un atto sia intenzionale, il suo agente deve poter rispondere alle domande “per quale motivo?” e “per quale scopo?”

Tra il motivo che giustifica l’intenzione e l’intenzione stessa che compie l’azione c’è un divario che può essere colmato unicamente da ciò che Aristotele definisce “proairesis”, la volontà che sceglie o il libero arbitrio. Il motivo decisorio si trasforma in causa efficace soltanto grazie alla volontà che lo accoglie e lo accetta. Qui bisogna approfondire il concetto di “io”, cioè chi fa l’azione, che deve essere un soggetto capace di autoconcepirsi come sufficientemente stabile e duraturo nel corso del tempo. Avere intenzioni e fare progetti significa pensare che chi progetta continuerà ad essere lo stesso in futuro; l’“io” deve quindi avere coscienza del tempo. Questa stessa coscienza, che ci permette di essere proiettati verso il nostro futuro, è anche causa dell’inquietudine esistenziale umana, incapacità di godere del presente senza ansia né rimorso; la volontà umana è quindi volontà di futuro, ansia di continuare ad esistere. Questo concetto è ben rappresentato dalla parola inglese “will”, che si può tradurre come “volontà” ma serve anche per costruire i tempi verbali del futuro. Essere consapevoli del tempo comporta considerare il futuro almeno in parte come un progetto personale, avere una seppur minima ambizione di modificare la realtà in cui viviamo.12

Come esseri umani abbiamo anche un altro enorme potere, quello di creare ragioni. Spesso siamo chiamati a prendere una decisione difficile, in cui non c’è un’opzione migliore, ma allo stesso tempo le due possibilità non sono equivalenti. Nelle scelte difficili non compariamo caratteristiche quantificabili ma “valori” che non possono essere espressi da numeri (perché se così fosse ci sarebbero ragioni esterne sufficienti per scegliere in maniera logica una delle due alternative). Abbiamo in questo caso due possibilità: scegliere la via più facile o più sicura, oppure vincere la paura e scegliere in base a che tipo di persona vogliamo essere o diventare . Ad ogni scelta difficile che prendiamo costruiamo un pezzetto, più o meno grande, del nostro essere. Nonostante ci sentiamo intimoriti dal dover prendere questo tipo di decisioni, dobbiamo considerare che queste sono delle preziosissime opportunità per diventare autori della nostra vita. Se affrontassimo sempre decisioni semplici, di cui una è razionalmente migliore dell’altra, non avremmo nessun potere, nessuna possibilità di crescita e di promozione di noi stessi

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10D. Viola, 2017. L’intestino, il nostro secondo cervello.
Disponibile su: https://www.psicologia24.it/2017/11/intestino-secondo-cervello/
11CESPEB, 2017. Il secondo cervello. Disponibile su: http://www.cespeb.it/eventi_60.php
12S. Mancuso, Plant Revolution, Giunti Editore, 2017.
13F. Savater, Il coraggio di scegliere. Riflessioni sulla libertà, Ed. Laterza, 2006.

Tra le varie tappe dello sviluppo personale che ho affrontato e su cui ho potuto riflettere, la promozione è stata quella che inizialmente mi incuriosiva di meno ma che, approfondendo l’argomento, mi ha fatto cambiare idea. Non sono brava a mettermi in mostra, a catturare l’attenzione per ottenere qualcosa in cambio; come concetto di marketing non mi so “vendere”. Ma la promozione di sé è tutt’altro, forse l’opposto di questo concetto. Pro-muoversi significa muoversi a favore di se stessi, compiere azioni a vantaggio della propria crescita umana. Azioni quindi volontarie, consapevoli; prendere l’iniziativa ed esercitarsi ad agire da attori della nostra vita. L’atto che compio deve avere però anche un’altra caratteristica: deve essere genuino, deve esprimere la mia essenza, coincidere con me stessa . Ogni decisione che prendiamo dovrebbe essere tesa alla nostra pro-mozione, ad accendere e rendere più intensa quella luce che in ognuno di noi risplende. Dalle parole di Marguerit Yourcenar: “Il tuo corpo per tre quarti composto d’acqua, con in più un po’ di minerali terrestri, minuscola manciata. E questa grande fiamma dentro di te di cui non conosci la natura” . Questa fiamma, o radiosità, è stata chiamata da culture diverse tra loro aura (“soffio” in greco), un sottile campo di razione luminosa, invisibile alla normale percezione, che circonderebbe tutti gli esseri viventi. Ma la definizione che più mi piace è quella di Agape, uno dei tre termini greci per indicare l’amore insieme a Philos ed Eros. Agape può presentarsi sotto forma di amore che divora, quello che sperimentano i santi e gli eremiti, per i quali nient’altro ha importanza. E poi c’è l’entusiasmo, Agape diretto verso un’idea, “questa strana forza che consente di prendere sempre le decisioni giuste al momento appropriato; quando raggiungiamo il nostro obiettivo, ci sorprendiamo delle nostre stesse capacità…. Normalmente, l’Entusiasmo ci sfugge dalle mani per queste piccole cose, che non posseggono la minima importanza di fronte alla grandiosità di ogni esistenza… E siccome non sappiamo che l’entusiasmo è una forza molto più grande, volta alla vittoria finale, ce lo lasciamo sfuggire tra le dita, senza comprendere che, con esso, scivola via anche il vero significato della nostra vita”.6

Ancora Petrus dice al suo discepolo “Tutti noi abbiamo dentro la Santa Fiamma della Follia, alimentata da Agape, che ci brucia…. Il fruttivendolo all’angolo della nostra via può manifestare la Santa Fiamma della Follia, se gli piace quello che fa. Agape esiste al di là dei concetti umani, ed è contagioso, perché il mondo ne è assetato… Ma, affinché Agape potesse fiorire, non dovevo temere di cambiare la mia vita. Se mi piaceva ciò che stavo facendo, benissimo; se non era così, avevo sempre l’opportunità di cercare altre vie. Permettendo che avvenisse un cambiamento, mi trasformavo in un terreno fertile, lasciando che l’Immaginazione Creatrice lanciasse in me la sua semente.”6

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14M. Cruz, ¿A quién pertenece lo ocurrido?, Taurus, 1995
15R. Chang, 2014. How to make hard choices. TEDSalon NY2014
Disponibile a: https://www.ted.com/talks/ruth_chang_how_to_make_hard_choices?language=it

Chi riesce a comprendere profondamente questi concetti entra in uno stato d’animo particolare, lontano dal fatalismo e dall’egocentrismo tipico dell’esistenzialista; si accendono simultaneamente la luce dell’accettazione e quella dell’ottimismo. Chi vive secondo questi principi si assume le responsabilità per le proprie azioni e cerca nuove soluzioni e risposte; comprende che ogni istante è la conseguenza di quello che abbiamo vissuto ma è anche l’accesso a nuove, infinite, possibilità e perciò deve essere vissuto con presenza e positività.2

Nel mondo d’oggi è difficile mettere in pratica questi concetti, riuscire a vivere con presenza e consapevolezza ogni momento. Per quello che ho potuto sperimentare, il cammino in questo aiuta molto. La filosofia del cammino si è evoluta negli anni, passando dal trekking in montagna, in cui si ricercava in primis la verticalità, ma anche la spettacolarità dei paesaggi, a viaggi a piedi quasi “estremi” in aree selvagge e incontaminate, fino ad arrivare al nostro attuale camminare, dove si cerca invece l’orizzontalità e l’ordinarietà. Il cammino di oggi è vita vera, realtà in tutte le sue declinazioni. Il cammino è lentezza, è prendere coscienza di ciò che stai facendo e di tutto ciò che ti circonda.

“Quando si viaggia, si sperimenta in maniera molto più concreta l’atto della rinascita. Ci si trova dinanzi a situazioni del tutto nuove, il giorno trascorre più lentamente e, nella maggior parte dei casi, non si comprende la lingua che parlano gli altri. È proprio quello che accade a un bambino appena nato dal ventre materno. Con ciò si è costretti a dare molta più importanza alle cose che ti circondano, perché da esse dipende la sopravvivenza. Si comincia a essere più accessibili agli altri, perché gli altri possono aiutare nelle situazioni difficili. E si accoglie qualsiasi piccolo favore degli dei con grande gioia, come se si trattasse di un episodio da ricordare per il resto della vita. Nello stesso tempo, poiché tutte le cose risultano nuove, se ne scorge solo la bellezza, e ci si sente più felici di essere vivi.”6

Nel cammino, come nella vita, si presentano gli ostacoli del destino che ogni tanto fanno inciampare, o fare una deviazione. Ma se abbiamo ben presente la direzione che vogliamo seguire, nessun ostacolo sarà abbastanza grande da fermarci e potremo scegliere di volta in volta la direzione da seguire.

Così il poeta Antonio Machado scrive nella sua raccolta “Campos De Castilla”18 :

“Caminante, son tus huellas
el camino, y nada más;
caminante, no hay camino:
se hace camino al andar”
“Viandante, sono le tue orme
il cammino, e niente più;
viandante, non c’è un cammino:
il cammino si costruisce andando”

Come esseri umani abbiamo il grande privilegio di poterci conoscere a fondo e di decidere chi vogliamo essere. Lo sviluppo personale non è un percorso a tappe prestabilito, è diverso per ognuno di noi e non ha un punto di arrivo, anzi possiamo affermare che non finisce mai. Come ha scritto l’attrice statunitense Sophia Bush “Ti è permesso essere allo stesso tempo un’opera d’arte e un work in progress”. Cerchiamo di essere ogni giorno l’opera d’arte più bella che possiamo, ma ricordiamoci che possiamo sempre arricchirci di nuove sfumature.

“A piedi e a cuor leggero me ne vado libero per la strada!
Sano, aperto, il mondo dinnanzi a me!
Davanti a me la lunga strada polverosa che mi conduce ovunque io voglia!
D’ora in poi non voglio più cercare la fortuna, io sono la fortuna,
D’ora in poi non voglio più lamentarmi, non più rimandare né aver bisogno di nulla,
Ma forte e felice io cammino per la strada aperta.”

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16D. Pardini, In strada. Percorsi di sviluppo personale, Ed. La Parola, 2012
17M. Yourcenar, Scritto in un giardino, Il Nuovo Melangolo, 2005
18A. Machado, Campos de Castilla, Ed. Geoffrey Ribbans, 1912.
19W. Whitman, Foglie d’erba, 1855

S. Bode, A.H. He, C.S. Soon, R. Trampel, R. Turner, J-D Haynes, Tracking the Unconscious Generation of Free Decisions Using UItra-High Field fMRI, “Plose One” 2011
R. Chang, 2014. How to make hard choices. TEDSalon NY2014
P. Coelho, Il cammino di Santiago, Giunti Editore, 1987
E. Cristiano, 2011. Un meraviglioso incontro: Álvaro Mutis e Fabrizio De Andrè
P. Fleischman, Karma e caos. Perché meditare, Astrolabio Ubaldini, 2001.
D. Kahneman, Pensieri lenti e veloci, Ed. Mondadori, 2012
E. N. Lorenz, Section of planetary sciences: the predictability of hydrodynamic flow, “The New York Academy of Sciences”, 1963
A. Machado, Campos de Castilla, Ed. Geoffrey Ribbans, 1912.
Á. Mutis, Summa di Maqroll il gabbiere – Antologia poetica 1948-1988, Ed. Einaudi, 1993.
D. Pardini, In strada. Percorsi di sviluppo personale, Ed. La Parola, 2012
V. Reichle, I fondamenti del buddhismo, Ed. Mondadori, 1996.
A.M. Turing, Computing machinery and intelligence, “Mind”, 1950
M. Yourcenar, Scritto in un giardino, Il Nuovo Melangolo, 2005
W. Whitman, Foglie d’erba, 1855
D. Viola, 2017. L’intestino, il nostro secondo cervello.

CESPEB Centro Studi sulla Storia del Pensiero Biomedico http://www.cespeb.it/
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