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XXVIII Master CIBA

Pratica dell’empatia

Pratica dell’empatia

Dott. Maria Chiara Belia

L’Autrice
Il contributo sulla pratica dell’empatia è curato dalla Dottoressa Maria Chiara Belia.
Dopo la laurea in Lingua e Letteratura Russa, ha proseguito la sua formazione come dottoranda.
L’interesse per le ricerche semiotiche e i significativi punti di contatto che la scienza dei segni ha con l’analisi letteraria, la comunicazione e l’antropologia, hanno dato al suo percorso un taglio autenticamente interdisciplinare. Dopo la decisiva formazione ricevuta come allieva del Master in Comunicazione Banche e Assicurazioni (CBA), si è appassionata ai processi comunicativi e relazionali.

Attualmente è responsabile del centro servizi di BrandUP azienda che si occupa di consulenza direzionale, e servizi avanzati di marketing e comunicazione.
Nel 2010 ha condotto, insieme alla Professoressa Diana Pardini, il Laboratorio di Sviluppo personale per gli allievi della XVII edizione del Master (CBA).

Introduzione
“Se ascolto dimentico, se vedo ricordo, se faccio capisco”
(massima confuciana con cui Bruno Munari era solito iniziare i suoi laboratori)

Questo contributo nasce per il laboratorio sperimentale sull’Empatia del Master in Comunicazione Banche e Assicurazioni dell’Associazione Culturale Eraclito 2000.
Durante il laboratorio, gli allievi della XVII Edizione del Master hanno messo alla prova il loro intuito nell’arte di cogliere l’Altro e sperimentato che la predisposizione naturale, che è in tutti noi, può diventare una pratica consapevole.
Il contributo dunque, è frutto di un lavoro corale, svolto insieme a giovani e brillanti laureati, per provare come il successo lavorativo si raggiunge con il talento, la formazione costante e la capacità di stabilire relazioni autentiche con l’Altro che, come noi, è ampio, si contraddice e contiene moltitudini.

Come facciamo altrimenti a costituire un gruppo di lavoro produttivo e valorizzare le diversità con i colleghi o riuscire ad elaborare un conflitto costruttivo con un superiore o un collaboratore?

Nelle relazioni personali e lavorative non evolute, accade spesso che la Persona si privi o venga privata, dell’autostima e che non intraprenda un cammino verso la promozione del sé.
In contesti particolarmente esasperanti, relazioni interpersonali caratterizzate dall’indifferenza per la Persona, generano discriminazione e, se siamo sul luogo di lavoro, questi atteggiamenti tradiscono gravemente i valori che le aziende mature presentano come parte integrante e determinate dei loro asset.
Ma l’empatia o meglio gli atti empatici sono un antidoto efficace con un delizioso difetto: non possono essere somministrati da terzi.
Alcune riflessioni che sono qui contenute non sono state dette. Non me ne dolgo.
Il desiderio di specchiarci finalmente nell’Altro è stato contagioso e gli esercizi forti e coinvolgenti. Alla sera non siamo tornati a casa con un nuovo paradigma conoscitivo sulle dinamiche interpersonali, ma con la prova che per comprendere l’Altro ci vuole empatia.

I grandi amano le cifre. Quando voi gli parlate di un nuovo amico, mai si interessano alle cose essenziali. Non si domandano mai: “Qual’è il tono della sua voce? Quali sono i suoi giochi preferiti? Fa collezione di farfalle?”
Ma vi domandano: “Che età ha? Quanti fratelli? Quanto pesa? Quanto guadagna suo padre?” Allora soltanto credono di conoscerlo. (Antoine de Saint-Exupéry – Il Piccolo Principe)

Forse leggendo Saint-Exupéry, fra noi, abbiamo istintivamente pensato“Beh, io non sono così, io vado più a fondo”. In parte è vero: andare più a fondo è un comportamento dettato sia dalla nostra natura sia dalla cultura. Vediamo come.
Nella corteccia cerebrale, e non solo in quella dell’essere umano, ci sono delle cellule speciali, chiamate “neuroni specchio”, grazie alle quali si attivano meccanismi che potrebbero essere alla base di tutto il nostro sistema di socializzazione. Allo stato attuale degli studi scientifici, sicuramente i “neuroni specchio” hanno la funzione di catalizzare la nostra capacità di cogliere l’Altro, di specchiarci nell’Altro anche solo per imitarne il comportamento.

Per passare dalla conoscenza alla comprensione, ovvero all’atto autenticamente empatico, siamo chiamati a compiere uno sforzo, più propriamente culturale, siamo chiamati ad educare le nostre capacità di base ad un approccio all’Altro che mi piace definire evoluto. Questo approccio valorizza il come, il qui e l’ora e tiene poco conto del quanto.
Per comprendere l’Altro, infatti, non è sufficiente riconoscere nello specchio la sua immagine. Nella sua immagine dobbiamo saper cogliere la complessità del suo essere, una complessità che ci inquieta perché è mutevole e perché il nostro pensiero non la riesce a misurare.
Per approfondire meglio come si crea questo link, come si stabilisce questa connessione, attingiamo ancora una volta alle risorse dell’arte. Non ci deve stupire che il termine empatia, parola intimamente greca, venisse inizialmente utilizzato per descrivere il rapporto di partecipazione che legava l’aedo al pubblico durante la narrazione e che poi sia stata ripresa per definire il sentimento, non altrimenti definibile, che si prova di fronte ad un’opera d’arte.

Nelle pagine della Prigioniera di Marcel Proust scopriamo una profonda intuizione, maturata scrivendo di amore, sul rapporto io e l’Altro.

“[…] E comprendo l’impossibilità contro la quale urta l’amore. Noi ci immaginiamo che esso abbia per oggetto un essere che può stare sdraiato davanti a noi, chiuso in un corpo. Ahimè! L’amore è l’estensione di questo essere a tutti i punti dello spazio e del tempo che ha occupato e che occuperà. E noi, non li possiamo toccare tutti quei punti. Forse se ci venissero indicati, potremmo arrivare sino a essi; ma noi procediamo a tentoni senza trovarli. Di qui la diffidenza, la gelosia, le persecuzioni. Perdiamo tempo prezioso su una pista assurda e passiamo accanto alla verità senza avere alcun sospetto”[…].

Ora facciamo nostra l’intelligenza emotiva dello scrittore e conquistiamo questa tappa del percorso verso l’educazione all’empatia. Per comprendere l’Altro dobbiamo rinunciare alla rassicurante ipotesi che possiamo sapere tutto, altrimenti passeremmo in nostro tempo ad accumulare fatti muti che non ci raccontano nulla dell’Altro. I fatti cominciano a parlare quando li cogliamo nella complessità del vissuto personale. E di comprendere questi fatti, abbiamo un bisogno urgente e quotidiano.

Forse finora non ci siamo mai resi conto, ma basta pensare quanto nel nostro linguaggio informale facciamo appello al bisogno di empatia. Espressioni come ”Tu non mi capisci.”, “Non mi sento capito.” .
Il punto che le chiude pesa come un macigno ed è un sollievo, quando ci dicono “No, lascia stare, non ti preoccupare tanto….”, un sollievo pari solo alla frustrazione del doverlo dire noi.
Proviamo, nel parlare quotidiano, a passare da una comunicazione centrata sull’Io come “lo avessero fatto a me, io…” o “se ero il lei, io…” ad espressioni che valorizzano l’esperienza dell’Altro come “quello che ti è successo…” “se fossi nei tuoi panni…”

Se fossimo più attenti, saremmo consapevoli che non ci stiamo scambiando solo informazioni. Forse abbiamo davanti una Persona che non è alla ricerca di fatti e che riesce ad afferrare un pò di vero di noi: l’opportunità di comprendere o di farmi comprendere è qui ed ora.

“Io stesso non comprendo le mie azioni”
San Paolo

Prima di una lezione, l’abbigliamento accuratamente trasandato di un suo studente, diede modo all’antropologa Cecilia Gatto Trocchi di lasciarci un insegnamento memorabile su stereotipi e pregiudizi. Invocando il famoso detto per cui l’abito non fa il monaco lo studente rivendicava il suo diritto a vestirsi come voleva senza essere giudicato dalla professoressa, soprattutto di antropologia culturale. L’antropologa, smascherando abilmente la strategia che lo studente adottava per far capire quale posto intendeva occupare nel mondo, gli rispose:
“Si ricordi, che il monaco fa il monaco anche per l’abito”.

Questo aneddoto ci porta a parlare di stereotipi e pregiudizi. Cosa sono questi temibili vizi che siamo abituati a pensare come socialmente impresentabili? E cosa c’entrano con la pratica dell’empatia?
Ebbene, guardandoci dentro, tutti siamo capaci di riconoscere che stereotipi e pregiudizi, sono la segnaletica che spesso condividiamo con la tribù a cui apparteniamo.
Sono marcatori del nostro spazio cognitivo, affettivo e sociale, banalmente scorciatoie del pensiero, che ci aiutano ad orientarci in quella foresta di segni che sarebbe altrimenti il contesto in cui ci muoviamo.
L’empatia ci chiede di ignorare questi segnali per il tempo sufficiente a realizzare l’incontro e la comprensione dell’Altro. Non c’è nulla di strano. Lo abbiamo già fatto per qualcuno e qualcuno lo ha fatto anche per noi. E quello che ci chiedono gli amici, è quello che chiediamo agli amici veri: essere ascoltati senza giudicare.

Non giudicare l’Altro è sano:
Perché riesco a non farmi guidare dalle mie abitudini
Sono capace di stabilire una relazione con l’Altro senza imparare a zoppicare
Riconosco che esistono tante soluzioni allo stesso problema

Ignorare le nostre convezioni ci riporta ad un’altra bellissima parola greca epoché, la sospensione del giudizio. Mi piace pensare alla sospensione del giudizio come alla capacità di spostare la segnaletica e di adattarci ai nostri naturali mutamenti e ai contesti dove non sarebbe funzionale a portare significati. In realtà la sospensione del giudizio è una parola densa di effetti in filosofia, nelle discipline scientifiche e in psicologia e merita una riflessione autonoma e profonda.

Ma noi ora siamo nell’Altro. Ci ritroviamo così in un luogo estraneo che possiamo comprendere solo attraverso la mappa di un Altro. Un luogo forse fatto di decisioni che non approviamo, di idee luminose che ci entusiamano, di pensieri scuri che ci spaventano. Quello che vediamo è legittimo solo nel quadro cognitivo e affettivo dell’Altro ma non ci perdiamo perché la segnaletica ha la sua coerenza.

Ecco quello che lo studente chiedeva alla professoressa: non approvarmi, ma riconosci la mia legittimità!
Ma la sua è stata una richiesta aggressiva ed anche la professoressa è stata contagiata dalla sua emotività.

E quando l’ora della partenza fu vicina: “Ah!” disse la volpe, “… piangerò”.
“La colpa è tua”, disse il piccolo principe, “io, non ti volevo far del male, ma tu hai voluto che ti addomesticassi…”
“È vero”, disse la volpe.
“Ma piangerai!” disse il piccolo principe.
“È certo”, disse la volpe.
“Ma allora che ci guadagni?”
“Ci guadagno”, disse la volpe, “il colore del grano”.
(Antoine de Saint-Exupéry – Il Piccolo Principe)

Prendiamoci del tempo per coltivare le nostre relazioni, prendiamoci del tempo buono. Concentriamoci su una questione che ci ha visti in conflitto con una Persona che ci è particolarmente cara. Proviamo a fare una mappa del conflitto, a rappresentare i sentimenti e le posizioni dell’Altro. Aiutiamoci con fogli carta e una scatola di colori.
Associamo, per esempio a valori positivi colori freddi e a sentimenti negativi colori caldi. Usiamo tutte le tonalità in scala che abbiamo a disposizione. Una volta finito riflettiamo se siamo riusciti a cogliere la complessità delle sfumature dell’Altro e se siamo già in grado di tradurre questa comprensione da potenza in atto.

Due segnalazioni che si aggiungono alla bibliografia offerta dalla Professoressa Pardini nel contributo sull’Empatia di Marzo 2009.

La civiltà dell’empatia. La corsa verso la coscienza globale nel mondo in crisi
Jeremy Rifkin Ed. Mondadori
(testo recentissimo, una rilettura della storia umana basata sull’empatia )

So quel che senti. Neuroni specchio, arte ed empatia
Pizzo Russo Lucia, ETS
(introduzione al tema del rapporto tra cellule specchio e comportamenti empatici)