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XXVIII Master CIBA

Mondo arabo – cultura e affari

Mondo arabo – cultura e affari

Dott.ssa Sonia Bernicchi

OGNI OCCHIO HA IL SUO SGUARDO
KOLL’EIN O ELHA NA THRAH

Introduzione
MEDIO ORIENTE: LA VIA DELLE SPEZIE

Le parole dolci spaccano le pietre (proverbio arabo)

In Medio Oriente, d’estate, si vive di notte. Damasco, luglio. Sono in questa parte di mondo, come spesso mi capita, per lavoro. Di giorno uscire è una tortura, il caldo non dà tregua ed il sole, che non ti molla mai, diventa un nemico. Cercare riparo all’ombra e nel Suk(2) è questione di sopravvivenza.
La vita è tutta spostata in avanti e la parola d’ordine è lentezza. La fiera a cui partecipo inizia alle 17.00, gli appuntamenti alle 19.00 e si va a cena verso mezzanotte. Si può dire che si comincia a vivere e a relazionarsi con gli altri al tramonto quando dal deserto soffia una brezza leggera.
Girando per Damasco la cosa che più mi piace sono i pic-nic sparsi un po’ per tutta la città, nei giardini e lungo le strade. Dal tramonto fino a notte fonda è sufficiente uno spazio aperto ed ecco famiglie numerose con figli, nonni, zii e nipoti che stendono la loro bella tovaglia, piazzano il Samovar per il tè, tirano fuori tantissime pietanze, si stendono come se fossero su un tappeto alla maniera araba e si godono la serata.
Anche di notte le città arabe sono un brulicare di persone. Negozi e bazar aperti fino a tardi, caffè all’aperto dove gli uomini sorseggiano pigramente tè alla menta o caffè animati da chissà quali discussioni, donne che camminano a braccetto, ristoranti dove il narghilè (3) sancisce la vittoria della lentezza sugli affanni della vita.
Descrivere il mondo arabo non è facile. Si parla di Arabi, Mussulmani, Maroniti, Berberi, Curdi, Africani ecc. L’Islam è la religione dominante del mondo arabo ma la maggior parte dei Mussulmani nel mondo non sono Arabi.
Popolazioni che abitano una varietà di terre che vanno dall’Atlantico al Golfo Persico e dal deserto Sahariano all’Anatolia. Questo spiega come essere un Arabo è più o meno come essere un Europeo (4).
Il Medio Oriente definisce un’area culturale ma non ha confini precisi e le sfaccettature tra stato e stato non sono poche. E non dimentichiamoci che del Medio Oriente fa parte anche Israele che, però, è un mondo a parte.
Io mi aggiro tra Siria, Giordania, Dubai, Libano ed Israele da un po’ di anni e recentemente Marocco e Tunisia. Nelle loro diversità c’è però un comune denominatore, un filo che unisce questi popoli: l’architettura dei loro edifici, i Suk ed i suoi profumi, la fantasia del cibo, il chiasso ed il trambusto, la fierezza degli uomini dai lunghi caffettani bianchi e le donne dagli occhi grandi il cui viso è coperto dal velo. Sono terre dove convivono culture e fedi diverse; terre che parlano ebraico, latino ed arabo e dove si intrecciano identità storiche e peregrinazioni che per noi occidentali sono difficili da capire e, come spesso facciamo, cerchiamo di rispondere alle tante questioni aperte sul Medio Oriente dall’alto delle nostre certezze. Io credo che qualsiasi domanda ci poniamo su questo stupefacente mondo e di conseguenza qualsiasi risposta, sia sempre con lo sguardo unilaterale della nostra cultura, il che ci impedisce di capire a fondo l’anima di questo universo che ha le sue problematiche culturali e sociali e che dovrà tentare di rispondere ai tanti quesiti dell’animo umano, partendo dalla propria storia e tradizione.
Note:
(2) Nelle città arabe il Suk è la zona del mercato che si snoda tra vicoli e stradine.
(3) Narghilè. Il termine, di origine turca, indica il contenitore d’acqua, spesso profumata, al cui interno viene fatta passare una spirale che consente al fumo, prodotto da un blocchetto di tabacco aromatizzato e che è tenuto a contatto con la brace di carbone, di raffreddarsi prima di giungere, attraverso un tubicino flessibile, alla bocca del fumatore.
(4) The Economist – July 25th-31st 2009. Waking from its sleep. A special report on the Arab World.

Amman – Giordania
La sera è tiepida e stare fuori sulla terrazza dell’hotel è invitante. La città si stende davanti a me. In lontananza le moschee illuminate di verde, il colore dell’Islam.
Dall’alto sembra tutto ovattato; i tetti delle case sono grandi terrazze ed hanno una vita propria. Biancheria stesa, bambini che giocano, una vasca da bagno, parabole, un gazebo bianco con sotto un grande tappeto verde che fa da giardino, famiglie sedute intorno ad un tavolo. Sopra i tetti c’è una vita che si interseca con quella di persone che abitano case collegate tra loro. Una città sopra la città, unite dal trambusto quotidiano. Mi soffermo a guardare con interesse questo mondo variegato e mi viene da pensare che io non so nemmeno chi sono i miei vicini di casa.
Quando sono in Medio Oriente, presto al mattino mi piace andare in giro per il Suk che è il cuore nevralgico delle città di questi paesi. Non è solo un mercato, è un punto di ritrovo ed è un riparo dal sole per centinaia di corpi che passano da qui. Il Suk è un dedalo di strade. Ci sono vicoli dove le botteghe propongono carni, frutta, verdura, dolci, vestiti, oro e argento. Ogni via ha i suoi colori ed i suoi profumi: forti, dolci, inebrianti, nauseanti, stuzzicanti. È tutto eccessivo, le bancarelle sono stracolme di oggetti e gli occhi hanno bisogno di tempo per abituarsi alla folla, all’oscurità del Suk e a tutto ciò che offre. Non mi fermo mai all’inizio. Mi piace addentrarmi nel cuore del mercato fino anche a perdermi tra le stradine.
A Tunisi mi ha colpito il Souk des Femmes dove cinquecento anni fa si teneva il mercato delle schiave e, qui, venivano scelte le concubine del sultano. Mi piace comprare argento, rosari e profumi e c’è sempre qualche piccola bottega che propone oggetti diversi da altri. Quando trovo ciò che mi interessa, comincio a contrattare il prezzo. Dipende dall’importanza dell’oggetto in questione ma il rituale può durare a lungo, inframmezzato da un bel tè alla menta.

La contrattazione è un’arte antica della cultura orientale. Come dice Eli Amir(5) nel suo bellissimo libro – Jasmine – “ è un’arte con regole proprie. È uno scontro di forze delicato e sottile, durante il quale ogni parte svela i propri interessi finché non si raggiunge un punto di equilibrio. Ci vuole anche una buona dose di talento per recitare il proprio ruolo e sapere come tirare la corda, senza romperla. È una disciplina che va studiata e non tutti sono bravi ad esercitarla. L’Occidente moderno non la comprende appieno e si affretta a condannarla come uno stupido gioco di finzione. –Non ci si può fidare degli Arabi, dicono gli Occidentali- con un superficiale senso di superiorità”.
Io invece contratto sempre. Tutti i sensi sono allertati, affilo la pazienza, attivo il confronto ed ho imparato a fermarmi al momento giusto. La contrattazione ha un limite oltre il quale non si può andare e deve essere soddisfacente per chi vende e chi compra. A Tunisi l’acquisto di una particolare collana in argento ha richiesto più di un’ora di confronti ed alla fine, sia io che il venditore, eravamo proprio contenti. Mentre mi impacchettava la collana mi ha detto: “Così si che va bene, mica come quei due tedeschi di stamattina che al primo prezzo che ho sparato hanno comprato subito senza battere ciglio!” In qualche modo era rimasto offeso da questa mancanza di sensibilità, da questo imbarazzo tutto occidentale che impedisce uno scambio culturale.
La stessa cosa vale per gli affari. Gli Arabi sono da sempre abili negoziatori nelle attività commerciali e nel trattare con loro bisogna essere pronti ad affrontare i trabocchetti della contrattazione, essere pazienti nel rilanciare ed arrivare ad un compromesso soddisfacente. È interessante però notare che in arabo non esiste traduzione per la parola compromesso. Si può dire musawama o hal wasit, negoziazione o soluzione intermedia, ma non esiste un termine vero e proprio per compromesso, il che la dice lunga sulle sfumature del mondo arabo.
Tornando ai Suk, c’è sempre una moschea e una scuola coranica. A Damasco, chiamata la città di Jasmin, si attraversa il Suk di Hamidiyya e si arriva alla Grande Moschea di Ummayad. Sono preparatissima per la visita: l’hotel mi ha fornito una tunica nera lunga fino ai piedi con cappuccio. Senza non si può entrare. A quell’ora del mattino la moltitudine di gente è numerosa ed i fedeli si confondono a laici e turisti. Mi dicono che questa è l’unica moschea sciita del Medio Oriente e questo spiega la presenza delle donne iraniane che portano il velo nero a differenza delle donne siriane che ne hanno uno bianco.
Sul lato orientale della moschea c’è un mausoleo che attrae la mia attenzione. Mi avvio a piedi nudi e ben coperta all’interno di una sala colma di gente da far mancare il respiro, dove c’è la testa di Hussein, nipote di Maometto, al quale si fa risalire la nascita degli Sciiti. Qui le donne piangono disperate e pregano toccando la nicchia dove è custodita la testa. Un gruppo di uomini, dall’altro lato, canta e si batte sul petto come ad espiare delle colpe.
Mi sento un’intrusa e le scene a cui assisto mi fanno riflettere su quanto siamo vicini e lontani allo stesso tempo. Qui la globalizzazione non è arrivata ed il tempo sembra essersi fermato.
Tornata fuori sul meraviglioso cortile di marmo che accompagna la moschea, entro nella straordinaria sala delle preghiere, accogliente ed ospitale. Ci sono librerie dove si trovano antiche edizioni del Corano che possono essere consultate da tutti, uomini che pregano o seduti a chiacchierare tra loro, donne in chador che pregano in aree riservate o che si aggirano per la moschea. C’è molta gentilezza intorno a me e molti sono i sorrisi delle donne. Mi piacerebbe parlare con loro ma non sempre è facile visto che sono molto riservate. Anche per lavoro ho pochissimi contatti al femminile, solo in Giordania, Marocco ed Israele. Il resto del Medio Oriente, nel mio settore, parla al maschile.
Ho visto donne di molte classi sociali, donne di famiglia, al mercato, tradizionali e moderne. Sono donne morbide, dagli occhi scuri e misteriosi, dalla pelle ambrata e là dove la tradizione lo consente, danno sfogo alla creatività nella scelta di colori e fogge per gli hijab (6) che portano.
E una sera sono rimasta estasiata da qualcosa che in Occidente sarà difficile che possa rivedere. È mezzanotte. Sempre a Damasco. Sono nella hall del magnifico hotel che mi ospita, aspettando di andare a cena. Sprofondata in una poltrona guardo distrattamente la vita dell’hotel quando all’improvviso cominciano ad arrivare giovani donne insieme a mamme, zie e nonne, accompagnate da autisti in grande macchine dai vetri neri. Vestite in abiti da Mille e una Notte fanno il loro ingresso sorridenti. Eleganti nelle sete dagli abiti lunghi dai colori solari, indossano gioielli incredibili senza mai essere eccessive o volgari. Sono avvolte da una delicatezza dei gesti, da una radiosità, da un cameratismo tutto al femminile da farmi desiderare di far parte del loro mondo. Chiedo discretamente al portiere che cosa sta succedendo. Mi spiega che è una festa prematrimoniale aperta solo alle donne, amiche della sposa. Aggiunge che la grande sala che ospita il ricevimento è uno splendore e che le ragazze, a porte chiuse e lontano da sguardi indiscreti, si scateneranno tra canti e danze.
Qualche giovane donna sorride guardando con curiosità l’abito indiano che indosso. Io contraccambio con cordialità. Magari mi invitano.

Note:
(5) Eli Amir è uno scrittore israeliano nato a Baghdad nel 1937 in una famiglia di ebrei sefarditi e nel 1951 è emigrato in Israele. Profondo conoscitore della cultura e letteratura araba, è stato per molti anni consulente dei governi israeliani.
(6) Hijab. E’ il velo che portano le donne mussulmane. Deriva dalla radice h-j-b che significa “nascondere allo sguardo, celare”.

Il mio primo impatto con Israele nel lontano 1995 non è stato dei più felici. All’aeroporto mi hanno preso per una-quasi-terrorista complice il fatto che arrivavo da Cipro, mi fermavo a Tel Aviv per pochissimo tempo, ero elegante, giovane e viaggiavo per lavoro. Tutti elementi che all’epoca, secondo un simpatico professore israeliano di filosofia che insegnava all’Università di Firenze ed aveva assistito alla scena, potevano far catalogare una persona come “il perfetto terrorista”. Dopo aver verificato la mia identità e sempre trattata con gentilezza, mi hanno finalmente lasciata partire. È un episodio che oggi ricordo con simpatia ma che da l’idea di quanto, in questo paese, il livello di guardia non si abbassi mai. I controlli all’aeroporto richiedono tempo, è necessario arrivare con largo anticipo per espletare tutte le procedure di sicurezza, diverse dal resto del mondo, ma che danno un vero senso di tranquillità ai viaggiatori.
Al controllo passaporti, in entrata ed in uscita, chiedo sempre di non apporre il visto di Israele. Se ce l’avessi, non potrei entrare nella maggior parte dei paesi arabi perché non riconoscono lo stato d’Israele. Al contrario, avere visti di paesi arabi per Israele non è un problema.
Quello che colpisce della Terra Santa è la vivacità, la voglia di vivere e l’energia coinvolgente che qui si respira. Di solito soggiorno a Herzylia che è parte di Tel Aviv. È una zona residenziale, con bellissime spiagge che sembrano palestre a cielo aperto. Tel Aviv significa la collina della primavera e racchiude in sé l’essenza della speranza e di tutto ciò che è Israele moderna. Credo che ci sia tanta intensità perché c’è anche tanta precarietà e forse vivere così energicamente è un modo per allontanare lo spettro della morte e del dolore. Ma le tradizioni sopravvivono anche qua. Nel mio hotel si osserva lo Shabbat(7) ed il sabato gli ascensori vanno e vengono in modo automatico. Inoltre, a lato della porta di ogni camera c’è una piccola scatola. Credevo che fosse un allarme. I miei amici israeliani, quando gliel’ho raccontato, sono scoppiati a ridere. Questo piccolo contenitore che si chiama Mezuza e che può essere sia molto semplice che molto lavorato e costoso, in realtà contiene una preghiera. I credenti la toccano e poi si baciano la mano quando entrano ed escono. L’ho poi vista alle porte delle case, negli uffici ed ho capito che rappresenta una specie di benedizione. Ora per me è diventato un oggetto familiare ed ogni volta che lo vedo, lo sfioro con la mano come per un saluto e con rispetto.
Israele ha un’anima antica ed è Gerusalemme. Per molti aspetti Tel Aviv è il suo opposto tanto che secondo un detto ebraico ”Gerusalemme prega e Tel Aviv si diverte”.
Una è la storia, l’altra la modernità. Gerusalemme è una delle città più emozionanti che abbia mai visitato, con i suoi quartieri dove vivono culture, lingue e fedi diverse. C’è la traccia di grandi civiltà ed il legame con le proprie tradizioni è forte. Passeggiare per la città vecchia è una continua scoperta e vigorosa è l’identità dei suoi quartieri armeno-cristiano-ebraico-mussulmano. Dal Monte degli Ulivi, la vista di Har-Ha-Zetim, la città vecchia, è quasi commovente e risplende nelle mille, calde, sfumature delle sue pietre antiche e dell’oro delle sue moschee.
C’è una vita molto indaffarata tra laicità e religiosità ed è una vera città mediorientale per l’atmosfera che si respira. Mi piace pensare che un giorno Gerusalemme possa fare da ponte per una riconciliazione di animi e di culture e che “parlare la lingua dell’altro significhi assumerne il mondo e la cultura(8)”.

Note:
(7) Lo Shabbat è la festa del riposo che viene osservata ogni settimana, il sabato da coloro che sono di religione ebraica. La parola ebraica Shabbat proviene dal verbo ebraico che significa, letteralmente, smettere, inteso come smettere di compiere alcune azioni.
(8) Franz Fanon. E’ stato uno psichiatra, scrittore e filosofo francese (martinicano). Divenuto famoso negli anni 60 come teorico dei movimenti di liberazione, Fanon è stato soprattutto un attento studioso dei meccanismi di alienazione mentale e culturale dei colonizzati e degli immigrati.

Al momento, per lavoro, non mi sono ancora spinta in Arabia Saudita. Per una donna occidentale è un po’ complicato. Non si può entrare senza invito ed i visitatori sono soggetti alle identiche leggi islamiche dei sauditi. La mia esperienza nel Medio Oriente si limita a paesi più aperti come Giordania, Siria e Libano. Tuttavia, la religione è parte integrante della vita quotidiana dei paesi mediorientali ed è importante ricordare alcuni punti essenziali.

  • La carne di maiale e le bevande alcoliche non vengono consumate.
  • La settimana lavorativa va da sabato a mercoledì.
  • È preferibile non organizzare viaggi di lavoro nel mese sacro del Ramadan o durante le altre feste islamiche che si svolgono durante l’anno e che vanno in base al calendario lunare.
  • Le donne dovrebbero avere sempre con sé uno scialle o una sciarpa che risulta utile a seconda delle situazioni, come ad esempio la visita di una moschea.
  • I mussulmani pregano cinque volte al giorno. Anche se non tutti osservano la regola, vi può capitare che durante una riunione la vostra controparte si assenti per voi inspiegabilmente per circa quindici – venti minuti, per pregare.
  • Israele è un argomento che è meglio evitare.
  • Come donna, prima di dare la mano per salutare, aspetto sempre. Se la controparte maschile non lo fa per motivi religiosi, saluto con un cenno della testa.
  • È richiesto un abbigliamento formale per gli uomini e per le donne è preferibile indossare giacche a maniche lunghe. I pantaloni non sarebbero indicati ma io per comodità li indosso larghi, quasi come una gonna-pantalone e non ho mai avuto problemi. È meglio non indossare abiti tradizionali arabi perché potrebbe essere considerato un gesto offensivo nei confronti delle tradizioni locali.

Gli arabi, come ho già sottolineato, sono eccellenti negoziatori. Proverbiale è la loro ospitalità e se da una parte si muovono secondo un loro antico rituale, i Tahiyyat Wamujamulat che prevedono grande gentilezza, cortesia e cordialità, dall’altra sono abili nel nascondere le loro vere intenzioni e quindi, la controparte occidentale non deve mai svelare tutte le proprie carte subito e non deve quotare, al principio, il prezzo più basso perché la contrattazione è la regola e di conseguenza non ci sarebbe più margine per negoziare. Bisogna saper attendere le contromosse come nel gioco degli scacchi e, come in tutti i Sud del mondo, bisogna saper esercitare l’arte della pazienza e della non-aggressività.
Anche il linguaggio non verbale è importante, e conoscerne gli aspetti ci consente di evitare di urtare la suscettibilità della controparte. Alcuni utili esempi:

  • non mostrate segni di impazienza.
  • Non mostrate la suola delle scarpe incrociando le gambe.
  • Non offrite niente con la mano sinistra perché è considerata impura.

Anche in questa fetta di mondo la concezione del tempo è flessibile e, come sempre, la fretta può essere una cattiva consigliera: reagire, mettendo sotto pressione la controparte araba potrebbe rivelarsi poco produttivo. Ricordatevi che da voi ci si aspetta puntualità anche se gli Arabi, da parte loro, non fanno lo stesso. Quindi cercate di adeguarvi al ritmo lento delle negoziazioni e alle regole intrinseche stabilite.
La mia esperienza mi porta a fare però una considerazione diversa per Dubai, dove ci si muove secondo uno schema più occidentale. Come città ha molte definizioni, Miami d’Oriente, Hong Kong Araba ma ciò che colpisce maggiormente è la sua anima alla Paperon de Paperoni. Il denaro muove tutto ed attraverso esso si celebra la grandezza di Dubai dove tutto è più magnificente del resto del mondo.
Nel mio settore, gli affari si svolgono alla maniera europea, quindi con rapidità ed in base al motto il tempo è denaro. Non tratto con nessuna controparte femminile. Il mondo delle donne, per me a Dubai, rimane un mistero. Le incontro nel Suk e negli avveniristici e lussuosi Mall dove vagano, annoiate ed ingioiellate, alla ricerca dell’ennesima nuova borsa griffata visto che, a causa della lunga tunica nera che indossano e che le copre interamente, la borsa è l’unica cosa che possono mostrare. Mi chiedo se ciò che pensano, ciò che sognano e ciò a cui aspirano sia tanto diverso dal nostro immaginario. Il mondo arabo, che vive di tradizioni e di un profondo orgoglio per la propria storia e cultura, è affascinante e credo che sia l’altra metà della nostra anima.
Cercare di afferrarne lo spirito può aiutarci a relazionarci con l’ignoto di una cultura, anche lavorativa, e ad arricchirci umanamente.

In Israele lo stile di fare affari è di stampo occidentale. Per quanto mi riguarda sembra di essere in Europa.
Si parla in inglese, nella negoziazione si va diritti all’obbiettivo e ci si muove secondo la filosofia il tempo è denaro. Gli israeliani con cui tratto sono interlocutori interessanti, rapidi nell’analisi ed avidi di informazioni. Nel mio settore sono sempre molto aperti e recettivi alle idee e suggerimenti che vengono proposti, là dove c’è risparmio, possibilità di migliorare la produttività e di incrementare la velocità delle macchine. Può tuttavia capitare anche in Israele di avere a che fare con osservanti. So già che, in quanto donna, non mi stringono la mano per salutare e se questo, all’inizio, come occidentale, mi creava disagio, adesso non lo vivo più come problema personale e mi adatto alle circostanze. In funzione delle situazioni evito di parlare della questione palestinese. La risposta a qualsiasi domanda è sempre la stessa: io vivo in Europa e non posso capire. Fortunatamente non tutti sono così rigidi e con amici e clienti che hanno una visione più moderata, le discussioni politiche sono acute, intelligenti e costruttive. Ed ogni volta imparo qualcosa in più.
La tavola è un momento di condivisione e durante il pranzo o la cena il lavoro si intreccia agli argomenti più svariati. Il cibo è una delizia e l’influenza araba si fa sentire. Piatti come Tabbuleh, Baba ghannuji, Humus, Tehina, Falafel, Swarma, insalate di verdure e pane arabo e dolci come Halva, Baklava e Lukum (9), sono parte integrante della tradizione israeliana.
Se sono a cena con osservanti, il ristorante è sempre Kosher (10). L’atmosfera è di solito informale e rilassata. Portate sempre con voi un documento di identificazione. Può accadere che entrando in un qualsiasi locale vi venga richiesto come controllo di sicurezza. La società israeliana è molto vivace e ciarliera ed è fondamentale avere i contatti giusti che aprono le porte nel mondo degli affari. Israele è un universo dove le conoscenze personali, le proteksia, sono strategiche e consentono di penetrare il mercato e di ottenere informazioni utili a tutti i livelli. Molti mi dicono che non ci si può fidare degli Ebrei. Rincarano la dose affermando che sono aggressivi, tendono a raggirare e bisogna sempre essere molto cauti. È un luogo comune che ho sentito spesso ma credo che vada sfatato. Gli Ebrei sono commercianti illuminati, intelligenti, competenti e, quindi, molto esigenti. Nella trattativa è vitale focalizzarsi sulla chiarezza degli argomenti esposti e la mancanza di preamboli prima di entrare nel cuore della discussione, viene fraintesa per aggressività. Noi lavoriamo con Israele da molti anni e siamo riusciti ad instaurare rapporti di professionalità, di fiducia e di stima che durano nel tempo e che sono motivo di soddisfazione anche da un punto di vista umano. L’accoglienza è sempre calorosa, la parola data sacra, la correttezza trasparente, la collaborazione totale e gli impegni presi vengono sempre rispettati. Questa, almeno, è la mia esperienza.
Ricordate che lo Shabbat ebraico va dal tramonto del venerdì a quello del sabato. In questo lasso di tempo, molti autobus, treni e El Al, la linea aerea nazionale non operano trasporti ma l’aeroporto Ben Gurion rimane aperto e le altre linee aeree volano regolarmente. Cercate di non organizzare viaggi di lavoro durante le feste ebraiche(11). In Israele ci sono persone che non credono in Dio, persone che seguono alcune regole chiamate Mitzvah (12), ed osservanti veri e propri. In ogni caso, le feste sono dedicate alla famiglia, agli amici, alla riflessione e alla gioia e ci si prende una pausa dagli affari.
Israele è veramente un paese affascinante ed intrigante. È un ponte tra la cultura mediorientale e quella occidentale, tra tradizione e modernità. È un paese giovane che serba la memoria del passato ed è multietnico perché raccoglie ebrei che arrivano da ogni parte del mondo per realizzare il progetto sionista ed il sogno di Ben Gurion era di fare di questo paese un melting pot. E non dimentichiamoci che un 20% della sua popolazione è Araba Palestinese. Israele ha una forte identità ed un profondo orgoglio e questi sono tratti che caratterizzano anche il popolo arabo. E come tutto il Medio Oriente, Israele sta vivendo una sfida culturale importante.
Vorrei concludere queste mie riflessioni con il pensiero di William J. Amelio che, in una recente intervista a The Economist, ha sottolineato il forte parallelo tra le sfide nate nella nuova era della globalizzazione e quelle culturali. La radice del problema è una mentalità carente secondo la quale le persone vedono le cose come un gioco inutile e senza risultato. Invece, c’è bisogno di una ricchezza di mentalità che porti a credere che ognuno di noi possa diventare migliore(13).

Note:
(9) Tabulleh: insalata di prezzemolo e grano cotto, è un antico piatto libanese. Baba Ghannuji: melanzane arrostite in salsa di sesamo. Hummus: ceci cotti e frullati che vengono insaporiti con succo di limone e aglio. Tehina: Salsa di sesamo. Falafel:polpette fritte a base di fave o ceci tritati. Swarma: carne di agnello cotta allo spiedo. Halva: dolce fatto con pasta di sesamo. Baklava: pasta sfoglia ricca di zucchero, miele e noci tritate. Lukum: quadretti di gelatina ricoperti con zucchero a velo o frutta secca.
(10) Kosher. Indica l’idoneità di un cibo ad essere consumato da un Ebreo in accordo alle regole alimentari della religione ebraica stabilite nella Torah. Le regole sono complesse. Una norma importante è la proibizione nell’uso contemporaneo di carne e latte e l’uso di stoviglie misto.
(11) Rosh Hashana. E’ la festa del Nuovo Anno Ebraico ed il giorno in cui Dio giudica ogni persona individualmente per gli atti commessi. Yom Kippur. E’ una festa celebrata dagli osservanti. Israele, in questa occasione, si ferma completamente. Non ci sono macchine, i negozi sono chiusi ed è tutto molto tranquillo. Anche i non osservanti rispettano lo Yom Kippur. Gli Ebrei lo considerano il giorno più sacro e solenne dell’anno. I temi centrali di questa celebrazione sono la riflessione e la riconciliazione. Sukkot. E’ un giorno molto felice. E’ la festa delle “capanne” per ricordare alle nuove generazioni i quaranta anni di permanenza degli Ebrei passati nel deserto dopo la liberazione dall’Egitto. E’ una delle poche festività religiose in cui agli Ebrei è permesso viaggiare. I pasti vengono consumati all’interno del Sukkot.
(12) Mitzvah: E’ un termine usato nella religione ebraica che significa comandamento.
(13) William J. Amelio. Presidente della Lenovo Company. The Economist. September 20th 2008

A
1) Perchè il concetto di tempo influisce in una trattativa commerciale?
2) Come ci si prepara ad un incontro internazionale?
3) In una negoziazione, quali sono le differenze tra un Latino ed un Mediorientale?

B- Provate a collegare i termini qui sotto indicati per imparare qualche espressione in Arabo.
a) Hello
b) How are you?
c) Thank you
d) Ok
e) Yes
f) No
g) What?
h) Where?
i) How much is this?
j) Where are you from?
k) Do you speak english?
l) I don’t understand
m) I don’t speak Arabic
n) What’s your name?
o) My name is Salim
p) Thank you. I’m fine

1) Taieb
2) La
3) Marhaba
4)Kaif Haluk?
5) ShuKran
6) Fayn
7) Aiwa?
8) Aish?
9) Tel Kolam Ingleezi?
10) Ana ma Fehempt
11) Kum Hada?
12) Ana la tet kalan Al Arabiah
13) Min fain Inta?
14) Ismi Salim
15) Shukran. Ana-bi Khayr
16) Ma- smuk?

• Al-Turabi Hasan, “Le donne nell’ordinamento islamico della società”. Edizioni del Calamo, Milano
• “Una breve guida illustrata per comprendere l’Islam”. www.islam-guide.com
• Mamdouh Abdel-Kawi dello Russo, “Una rosa delicata: la donna nell’Islam”. www.huda.it
• Sharief Abdel Azeem, “Le donne nell’Islam e le donne nella tradizione Giudeo-Cristiana”. www.huda-it
• Eli Amir, “Jasmine”. Edizioni Einaudi, 2008
• Rajaa Alsanea, “Le Ragazze di Riad”. Edizioni Mondadori, 2008
• Paul Johnson, “ A History of the Jews”,Harpercollins, 1988
• Emina Cevro Vukovic-Denise Zintgraff, “Nell’Harem”. Edizioni Sonzogno, 2002
• Ugo Tramballi, “Il Sogno incompiuto. Uomini e storie di Israele” Edizioni Tropea 2009
• Walter Siti, “Il Canto del diavolo”, Edizioni Rizzoli, 2009
• Oriana Fallaci, “Inschallah”, Edizioni Rizzoli, 1990
• Meddeb Abdelwahab, “La Malattia dell’Islam”, Edizioni Bollati-Boringhieri, 2003.
• Roger E. Axtell, “Do’s and Taboos”, Editor Castle Book, 2009
• Philip R. Harris, “Managing Cultural Differences”, Editor Elsevier Butterworth-Heineman, 2007
• Nhu T.B. Nguyen, Katsuhiro Umemoto and Tune D. Medeni, “Towards a Theorical Model of Cross-Cultural Knowledge Management”, published by “he International Journal of Knowledge, Culture and Change Management.

SITI INTERNET
http://www.eytayr.com/
http://www.saudia-online.com/
www.executivesplanet.com
http://www.economist.com/

DVD
“Life of Brian”. Great Britain, 1979. Monthy Python.

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