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XXVIII Master CIBA

L’intelligenza emotiva

L’intelligenza emotiva

Dott.ssa Sabrina Sargentini

L’autore
L’intervento è curato dalla Dottoressa Sabrina Sargentini. Laureata con lode in Giurisprudenza presso l’Università degli studi di Perugia, nel 2009 ha partecipato alla XVI edizione del Master CBA.

E-mail: sabrina.sargentini@virgilio.it

Introduzione
L’emozione gioca un ruolo di primaria importanza nella psiche umana. Siamo continuamente attaccati dalle emozioni e spesso risulta difficile controllare tali forze in quanto, per ragioni biologiche, ci pervadono prima che possiamo “difenderci”.
Il termine “emozione” deriva dal verbo latino moveo, unito al prefisso “-e”: esso indica un impulso ad agire. L’Oxford English Dictionary definisce letteralmente emozione “ogni agitazione o turbamento della mente, sentimento, passione: ogni stato mentale violento o eccitato”.

Daniel Goleman, psicologo e giornalista scientifico, ritiene di riferire il termine emozione “a un sentimento e ai pensieri, alle condizioni psicologiche e biologiche che lo contraddistinguono, nonché ad una serie di propensioni ad agire”; le emozioni sono viste come “piani d’azione dei quali ci ha dotato l’evoluzione per gestire in tempo reale le emergenze della vita”: esse svolgono un ruolo fondamentale nella psiche umana, in quanto spingono l’uomo ad agire proficuamente in risposta a momenti critici della vita che il solo intelletto non può affrontare.
Recenti studi dimostrano come le emozioni guidino gran parte delle nostre azioni. Due sono le modalità di conoscenza che interagiscono in ognuno di noi: la mente razionale e la mente emozionale.
La mente emozionale agisce secondo una logica di tipo associativo ed è più rapida della mente razionale. Secondo lo psicologo statunitense Paul Ekman, l’esplodere di un’emozione dura soltanto qualche secondo e ci mette istantaneamente in moto di fronte a fatti incalzanti; ne deriva una sensazione di sicurezza nell’azione, a scapito di un’accurata valutazione dei dettagli. Le cose, infatti, vengono definite dalla mente emozionale in base a come sono percepite e non nella loro identità oggettiva; esse vengono collegate in base ad aspetti apparentemente simili. Le convinzioni della mente emozionale sono vere in senso assoluto.

La mente razionale è invece riflessiva, intuisce le connessioni logiche tra causa ed effetto e ragiona sulla base di prove oggettive: pertanto le sue convinzioni sono di tipo sperimentale, potendo essere smentite da una prova contraria. Le due menti, pur essendo “facoltà semi-indipendenti”, interagiscono integrandosi reciprocamente e guidano i nostri comportamenti nella vita.

Possiamo considerare l’emozione una capacità dell’intelletto?

Il concetto tradizionale di intelligenza è stato da tempo posto in discussione in diversi ambiti scientifici.
Howard Gardner ha evidenziato come per decenni abbia dominato quella che lui definisce la “mentalità da Qi”, cioè la convinzione che gli individui possano essere classificati in due categorie, intelligenti e non intelligenti, e che i test possano dirci a quale categoria appartenga ciascuno. Attraverso il “Programma spectrum” egli dimostrò che la capacità verbale e l’attitudine logico-matematica, considerati fino ad allora come punti di riferimento dell’intelligenza, non garantivano successo in ambiti differenti da quello accademico.
Nel suo libro “Formae mentis”, pubblicato nel 1983, Gardner afferma l’esistenza di un’ampia gamma di intelligenze: oltre le capacità logiche esistono ad esempio capacità spaziali proprie degli architetti, cinestesiche e dei movimenti di pertinenza solo di grandi atleti o ottimi ballerini, capacità musicali con le quali artisti come Mozart hanno mostrato di essere illustri “intelligenti”. Lo psicologo riassume le caratteristiche principali delle intelligenze nel seguente modo: “l’intelligenza interpersonale è la capacità di comprendere gli altri, le loro motivazioni e il loro modo di lavorare, scoprendo nel contempo in che modo sia possibile interagire con essi in maniera cooperativa. (…) L’intelligenza intrapersonale (…) è una capacità correlativa rivolta verso l’interno: è l’abilità di formarsi un modello accurato e veritiero di se stessi e di usarlo per operare efficacemente nella vita”.

Successivamente anche autori che in passato avevano contribuito a diffondere il concetto di Qi iniziano ad inserire le emozioni nella sfera dell’intelligenza, introducendo con differenti sfaccettature il concetto di “intelligenza sociale”, vista come un insieme di attitudini utili all’individuo al fine di relazionarsi bene con il mondo. Non è, quindi, sufficiente avere un buon quoziente intellettivo per avere successo. Gli individui “competenti sul piano emozionale” si trovano facilitati in tutti i campi della vita ed hanno maggiori possibilità di essere felici.

La risposta emotiva ad un evento, che sia di paura o di gioia, che sia un sorriso o una sofferenza, spesso trascende la razionalità.
Tutti abbiamo provato la sensazione di avere erroneamente esagerato nel reagire ad uno stimolo, pur avendo avuto nel contempo la consapevolezza che la reazione esagerata non fosse frutto della nostra volontà.
Nel cervello umano è presente una struttura denominata amigdala (1), capace di ricevere stimoli dagli organi di senso e di costruire in base ad essi una reazione rapida, indipendente dal controllo della corteccia (2), ma così complessa da coinvolgere tutto l’organismo. Diversi studi hanno dimostrato come l’amigdala svolga un ruolo cardine nello sviluppo della “risposta emotiva”, attribuendo ai contesti un “significato emozionale”.

La risposta emozionale non è una capacità fine a se stessa; è stata, infatti, dimostrata l’esistenza di una connessione neuronale bidirezionale tra corteccia prefrontale (3) ed amigdala: ciò spiega come sia possibile esercitare un controllo sullo stato emotivo, ma anche come la reazione emotiva possa condizionare la capacità intellettiva razionale.
Possiamo quindi parlare dell’esistenza di una capacità emotiva che cammina con una propria identità nella sfera intellettiva umana e che interagisce con la razionalità assumendo il ruolo di vera e propria “intelligenza emotiva”.

  1. L’amigdala è un gruppo di strutture interconnesse appartenente al sistema nervoso centrale, posta sopra il tronco cerebrale
  2. La corteccia cerebrale è un insieme di neuroni che svolge un ruolo centrale in meccanismi mentali come la memoria, la concentrazione, il pensiero, il linguaggio e la coscienza.
  3. La corteccia prefrontale è un’area della corteccia cerebrale. La sua principale funzione consiste nel guidare il comportamento, impedendo reazioni inadeguate.

Salovey e Mayer sono i primi a parlare di “intelligenza emotiva”, definendola come “un sottoinsieme dell’intelligenza sociale che comprende la capacità di controllare sentimenti ed emozioni sia proprie che altrui, di discernere tra loro e di utilizzare tali informazioni per guidare il nostro pensiero e le nostre azioni”.
Il concetto acquista popolarità con il testo di Daniel Goleman “Emotional Intelligence”.
L’intelligenza emotiva comprende la conoscenza delle proprie emozioni, il controllo delle emozioni, la motivazione di se stessi, il riconoscimento delle emozioni altrui e la gestione delle relazioni.

Conosci te stesso
Da sempre l’uomo ha avuto stimoli e pulsioni che l’hanno condotto alla ricerca del proprio “io”. Socrate con il suo “conosci te stesso”, Pascal e molti altri ancora si sono soffermati sulla necessità che ognuno ha di riflettere sulla propria condizione; non solo: riflettendo su se stesso l’uomo impara ad amarsi, a coltivare la propria persona, ad accrescere la stima in sé. Pertanto ognuno di noi dovrebbe essere in grado di comunicare costantemente con la propria interiorità, garantendosi momenti di proficuo e sereno distacco dai ritmi frenetici ai quali la quotidianità ci costringe.
Dialogare con il proprio “io” consente di far emergere l’individuale unicità e guida ogni gesto quotidiano. Goleman utilizza il termine “autoconsapevolezza” per indicare la “continua attenzione ai propri stati interiori”. Si tratta quindi di imparare a riconoscere le proprie emozioni, positive e negative, e le dinamiche che le generano: chi vi presta maggiore attenzione ha una vita emozionale più attiva.
Il viaggio dentro se stessi, l’autocoscienza, è il punto di partenza per poter istaurare efficaci relazioni con il prossimo: è necessario partire da se stessi, dai propri valori, dai propri limiti e dalle proprie potenzialità per ricercare l’equilibrio emotivo e rapportarsi con gli altri.
Ricordando una preghiera di San Francesco d’Assisi, “concedimi, Signore, la serenità di accettare le cose inevitabili, il coraggio necessario per cambiare quello che posso e la capacità di discernere tra una cosa e l’altra”: accettazione non è mancanza di apertura, ma riconoscimento della realtà e punto di partenza verso il cambiamento e la crescita personale, è dimostrazione di amore verso se stessi.

Il controllo delle emozioni
Le emozioni ci pervadono all’improvviso e sembrano impossessarsi di noi. Non è possibile controllare il momento in cui si è travolti da un’emozione, né il tipo di emozione che ci travolgerà, ma è importante imparare a riconoscerle ed a gestirle, controllandone in un certo qual modo la durata.
L’obiettivo non è quello di reprimere le emozioni, ma di trovare un equilibrio e fare in modo che le emozioni siano appropriate alle singole situazioni; in tal senso, i romani parlavano di “temperantia” in riferimento alla capacità di frenare i sentimenti estremi, eccessivi.
Citando lo stesso Goleman, “i momenti difficili, come anche quelli positivi, danno sapore alla vita, ma per farlo devono essere in equilibrio” in quanto “è il rapporto fra emozioni negative e positive che determina il senso di benessere psicologico”.

La motivazione
La fiducia in se stessi e l’entusiasmo nel fare le cose giocano un ruolo fondamentale nella realizzazione degli obiettivi di ognuno. Si tratta dunque di trovare motivi che siano in grado di sedurci e dare significato alle nostre azioni.
L’effettivo raggiungimento di un obiettivo personale dipende dalla favorevole congiunzione di molteplici fattori, ma ciò che conta è tendere a realizzarlo, aspirare ad esso, agendo sempre con entusiasmo e speranza; il saper sperare, infatti, determina minori sofferenze dal punto di vista emotivo. La felicità si può trovare in cose così diverse da essere opposte, ma in ogni caso sarà sempre un bilanciamento tra ciò che si desidera e ciò che si ha: è bello desiderare e cercare di ottenere quanto si desidera, ma ciò che conta non è il risultato (in effetti cercando di pensare ora a quale sia la sensazione che si prova al soddisfacimento di un desiderio, mi rendo conto che essa consiste semplicemente in una sorta di ebbrezza che in breve tempo svanisce); anche se il risultato non si raggiunge, per essere felici è sufficiente desiderare ciò che si ha, cercare dentro di noi la serenità.
Riuscire a porsi degli ideali in linea con la propria sensibilità predispone ad agire con passione al fine di conseguirli: chi ha competenza emozionale sa su quali obiettivi puntare; la ricerca della felicità comprende la realizzazione di sé secondo percorsi che sono strettamenti correlati alla sensibilità ed alle potenzialità di ciascuno.
Come scrive Joaquín Campos Herrero: “esercitare l’intelligenza emotiva significa non perdere di vista questo principio: i nostri piccoli passi e le nostre mete più lodevoli, perfino quelle che possono mettere in tensione interi gruppi umani, diventano tanto più accessibili e fecondi quanto più siamo in grado di perseguirli con amore. L’amore è senza dubbio il maggior agente di dinamicità che l’essere umano possa avere a disposizione”.

Il riconoscimento delle emozioni altrui e la gestione delle relazioni
Più siamo consapevoli di leggere le nostre emozioni, meglio riusciamo ad entrare in sintonia con il prossimo. Sapersi relazionare con se stessi costituisce il punto di partenza per creare relazioni positive con gli altri: accettare se stessi ci predispone verso l’accettazione degli altri.
Il termine empatia deriva dal greco emphatheia “sentire dentro”: sapersi mettere al posto dell’altro, entrare nel suo mondo, percepirne sentimenti e valori.
La persona emotivamente intelligente è naturalmente curiosa verso l’umanità e di conseguenza aperta all’altro, qualunque sia la sua realtà, e capace di gradire l’apertura dell’altro nei propri confronti.
La capacità di apprezzare la gioia di chi ci è vicino o di tollerarne le emozioni negative sono doti fondamentali che permettono all’intelletto di gestire le relazioni interpersonali in modo tale da consentire la convivenza e l’apprezzamento sociale.

Le emozioni ci accompagnano e ci guidano nelle scelte della vita. Poniamoci questa domanda: gli obiettivi di ognuno di noi sono in grado di commuoverci al punto tale da dedicarvi tutte le nostre forze?

Individuiamo obiettivi che siano adeguati alla nostra sensibilità; prefiggiamoci ideali la cui presumibile possibilità di realizzazione sia in grado di entusiasmarci. Non vi è scelta migliore di quella in cui l’emozione di metterla in atto appare a priori più grande dell’esito della scelta stessa.
L’intelligenza emotiva è capacità di comprendere e gestire i propri stati emotivi, di motivarsi, di rapportarsi con gli altri in maniera empatica: accrescere la propria “intelligenza emotiva” significa camminare verso la felicità.

Daniel Goleman, Intelligenza emotiva, BUR Biblioteca Univ. Rizzoli

Daniel Goleman, Lavorare con intelligenza emotiva, BUR Biblioteca Univ. Rizzoli

Joaquín Campos Herrero, Le ragioni del cuore, Paoline Editoriale Libri