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XXVIII Master CIBA

L’emergenza del mondo interiore

L’emergenza del mondo interiore

Dott.ssa Claudia Biribao

L’autrice
L’autrice, Claudia Biribao, è laureata in Filosofia presso l’Università Degli Studi di Perugia. Ha studiato nove mesi, durante il terzo anno di studi, presso l’Université de Bourgogne, a Dijon. Ama molto i viaggi, specialmente all’estero, la filosofia e tutto ciò che le permette di conoscere nuove cose, luoghi e soprattutto persone.

Introduzione
“Per quanto tu cammini, ed anche percorrendo ogni strada, non potrai raggiungere i confini dell’anima: tanto profonda è la sua vera essenza”.
(Eraclito, frammenti D-K)

Si assiste, oggi più che mai, ad una crescente specializzazione dei saperi, ad una proliferazione di nuove scienze, all’aggiunta di un nuovo settore accanto ad uno vecchio consolidato da anni.
In ambito scolastico ci si adegua a queste “novità” con la convinzione che il nostro conoscere ne rimarrà giovato, ampliato e la nostra persona arricchita.

In questo discorso c’è qualcosa che non torna. Ma dov’è il problema? Che ne è dell’io? Che ne è dell’unità della conoscenza? Da questa nuova tendenza sembra emergere un preoccupante scenario: sembra che l’io sia il risultato di un assemblaggio di pezzi da laboratorio, di cui ciascuno a suo modo, secondo la sua specializzazione, approfondisce un aspetto. La conoscenza ne risulta debole, smembrata al suo interno, priva di un’unità.

La persona assiste ad un incrementante processo di spersonalizzazione e di disorientamento, e, consapevole di non avere controllo sulle cose che la circondano, vive alla deriva degli eventi.
Il soggetto è un soggetto smarrito, che si aggrappa all’esteriorità, dando un gran valore all’apparenza, riconducendo tutto alla materia.

Così ci si allontana da se stessi, dalla conoscenza che dovrebbe precedere ogni nostro conoscere, ovvero la conoscenza del nostro mondo interiore, del proprio io profondo, che è alla base del rapporto che si ha con sé e con gli altri.
Urge pertanto un ritorno alla dimensione interiore, all’anima, all’ascolto di sé, tema caro alla filosofia e personificato nella figura di Socrate.

Il filosofo M. Heidegger in Saggi e Discorsi compie un’importante analisi che può essere utile al nostro ragionamento. Egli osserva come nel greco antico i verbi parlare, dire e narrare non si esprimessero solo con il termine logos ma anche con il corrispettivo verbo leghein a cui però erano associati dei significati secondari ma essenziali, come quello di serbare, raccogliere, posare, accogliere a cui si ricollega la prassi dell’ascolto.

A suo vedere, la concettualizzazione del pensiero ha fatto si che la dimensione del dire prevalesse su quella dell’ascoltare e che si perdesse un aspetto fondamentale e fondante della cultura occidentale, della sua antichissima tradizione.

La storia del pensiero sembra perciò averci consegnato un’accezione del logos dimezzata, non autentica.
Nella concezione heideggeriana pertanto, il logos non può esplicarsi al di fuori della dimensione del leghein.
L’udire e il dire sono coessenziali. “L’udire autentico appartiene al logos. Perciò questo udire stesso è un leghein. In quanto tale, l’udire autentico dei mortali è in un certo senso lo stesso logos”.

Proprio a partire dalla importante considerazione di Heidegger bisogna recuperare l’atteggiamento dell’ascolto nella sua dimensione di apertura fondamentale, in ambedue le direzioni che lo costituiscono, l’una verso la propria interiorità, l’altra verso l’altro.
In questo senso affermava Eraclito: “…se vi mantenete in una appartenenza disposta all’ascolto, questo è autentico dire…” .

Il motto delfico “conosci te stesso”, che Socrate fa proprio, costituisce il filo rosso di tutte le nostre variegate esperienze poiché ne è la base e la condizione stessa di possibilità del loro accadere.

La conoscenza di sé implicava in Socrate l’ascolto del daimon che fungeva da guida della propria vita ed era alla base del suo insegnamento morale. Conoscersi infatti significa ascoltarsi, capirsi, interpretarsi.
Anche noi dovremmo ascoltare il nostro daimon, la nostra coscienza che ci indirizza nelle azioni che compiamo.
Interrogare se stessi significa porsi delle domande sul nostro essere profondo e l’insorgere stesso della domanda dipende dal nostro saperci interrogare.

La domanda può infatti venire considerata come qualcosa che insorge, che si pone da sé, come se noi la patissimo e questa non fosse altro che una conseguenza del nostro ascoltarci.
Il daimon fa parte di quell’orizzonte extra logico che ci appartiene ma che spesso dimentichiamo e che, ad esempio in Wittgenstein, costituisce l’orizzonte alla luce del quale parliamo del logico.

Capirsi costituisce l’impegno primario a cui ci si deve sottoporre per affrontare la vita con consapevolezza e responsabilità, per viverla nella sua ricchezza come soggetti attivi. Affermava in proposito Wittgenstein: “…Vorrei davvero una volta dispiegare la mia vita per averla davanti a me e per gli altri. Non tanto per sottoporla a giudizio, quanto per ottenerne chiarezza…”.

Il messaggio socratico a distanza di secoli è ancora attuale e necessario, soprattutto ora, al fine di riappropriarsi di quelle dimensioni interiori che stanno assistendo ad un vero e proprio oblio.
La maieutica può essere, a mio avviso, la cura per uscire dalla sradicamento e smarrimento dell’io tipico del post moderno.

Il problema dell’interiorità e della sua conoscenza, è un problema filosofico, che come tale, è imperituro, destinato a ripresentarsi sempre pur in epoche molto distanti tra loro, poiché ha al suo interno quella potenza sorgiva che caratterizza la filosofia. Oggi il tempo viene sempre più percepito come qualcosa che è a noi esteriore, che ci sfugge e che è diviso meccanicamente in momenti diversi al suo interno. Si è pertanto persa la dimensione del tempo interiore che porta alla considerazione di questo come autoaffezione e che costituisce un itinerario verso la coscienza del sé.

A ciò si accompagna la tendenza all’attaccamento a cose frivole, transeunti, che riempiono temporaneamente il senso di vuoto che si avverte. Così molte attività rientrano nella categoria pascaliana del divertissement, il cui fine è quello di non farci riflettere sulla nostra miseria, su noi stessi, perché in fondo ciò che veramente si teme è il nostro proprio io.

La conoscenza di sé non può non abbisognare dell’Altro, con il quale interagiamo, ci scambiamo opinioni, ci leghiamo affettivamente, condividiamo un mondo. A volte, sono proprio gli altri a farci mettere in discussione il nostro comportamento e le nostre convinzioni.
Cosicché ci vengono dei dubbi, interroghiamo noi stessi e riflettiamo su quanto si è detto o fatto.

Le persone che ci stanno davanti hanno un’idea di noi che può essere giusta, sbagliata, parziale, profonda, superficiale… Quante volte ci siamo chiesti cosa quella persona pensi di noi e ci siamo preoccupati del suo giudizio? Perché per noi è così importante cosa gli altri pensino di noi? Perché abbiamo bisogno di essere apprezzati, riconosciuti, nelle nostre qualità e nelle nostre azioni. Il nostro modo di vederci è influenzato dal modo con cui gli altri ci vedono, o meglio, con cui noi pensiamo ci vedano. A volte, capita che ciò che ci viene detto riguardo a noi stessi ci crei forte stupore e meraviglia; è come se non ci riconoscessimo nella parole dell’altro, nonostante ci conosca molto a fondo. Poi, ad un esame più attento, ci rendiamo conto che questi aveva ragione e ci meravigliamo del nostro esserci stupiti.

Si consiglia di riflettere qualche minuto in silenzio su ciò che caratterizza maggiormente la nostra persona, su quegli aspetti che a nostro parere, sono i più radicati in noi stessi.

Successivamente, si chiede a diverse persone che ci circondano cosa ,secondo loro, ci distingue caratterialmente, quindi come loro ci descriverebbero ad altri. In un terzo momento, si confronta ciò che noi avevamo pensato di noi stessi e ciò che ci è stato detto da altri. C’è coincidenza? Oppure siamo rimasti sorpresi? Riflettiamo un attimo sul rapporto che si instaura tra i diversi dati…forse qualcosa di noi ci è sfuggito…

“I PENSIERI” di BLAISE PASCAL (testo molto profondo e ricco di spunti di riflessione, un classico della filosofia moderna);

“PENSIERI DIVERSI” di LUDWIG WITTEGENSTEIN ed. Adelphi (testo ricco di riflessioni di diversa natura, facile e piacevole da leggere);

“SIDDARTA” di HERMAN HESSE ed. Adelphi (romanzo il cui protagonista incarna per eccellenza l’ideale di colui che va alla ricerca di sé, estremamente suggestivo);

“VERSO L’ESSENZIALE. L’ANIMA E I SUOI DISCORSI” di BIGLINO e GUZZI, ed. PAOLINE (insieme di saggi scritti dagli autori più vari, nel complesso il testo è profondo e suggestivo);

“IL PICCOLO PRINCIPE” di ANTOINE DE SAINT-EXUPERY (piccolo romanzo delicato per la figura del protagonista e per la storia, metaforica nel suo svolgersi);

“L’ALEPH” di BORGES ed. Adelphi, (testo suddiviso in racconti, molto profondo e affascinante);

“UNO, NESSUNO E CENTOMILA” di LUIGI PIRANDELLO (testo classico della letteratura del novecento incentrato sul rapporto che si ha con se stessi e con gli altri);

“DE BREVITATE VITAM” di SENECA (testo molto ricco di riflessioni filosofiche, di facile comprensione);

“SAGGI E DISCORSI” di MARTIN HEIDEGGER ed Mursia, (testo filosofico suddiviso in saggi, molto affascinante, ma non di semplice comprensione per chi non è vicino alla filosofia);

“TUTTE LE POESIE DI EUGENIO MONTALE” ed. Feltrinelli, (raccolta completa delle poesie di Eugenio Montale);

“LA CURA DI SE’” di MICHAEL FOUCAULT, ed. Feltrinelli (terzo testo della Storia della sessualità scritta dall’autore, incentrato su come vivevano la sessualità i Greci e i Romani);

“L’INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DELL’ESSERE”, ED. Adelphi (romanzo i cui personaggi hanno un forte spessore psicologico, forte per il suo sembrare “reale”).