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XXVIII Master CIBA

Le relazioni umane

Le relazioni umane

Dott.ssa Priscilla Bianchi

L’autrice
Priscilla Bianchi si laurea presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Pisa. Seguendo il suo interesse per il mondo antico e per la riscoperta delle radici culturali dell’uomo, dal 1993 si dedica allo studio e all’insegnamento del pensiero antico-indiano. Consegue un Ph.D. in filosofia vedica e ricopre, dal 2001 al 2009, il ruolo di Direttrice didattica presso l’Accademia delle Scienze Tradizionali dell’India.

Ha tenuto e tiene conferenze ed interventi pubblici sul territorio nazionale, sviluppando tematiche relative alla filosofia e alla psicologia dell’India antica comparate a discipline umanistiche e scientifiche dell’Occidente.

Facendo convergere la propria ricerca verso le questioni sociali e psicologiche della nostra attualità, nel 2009 diviene counselor relazionale ed esercita sia presso enti formativi, tenendo corsi inerenti relazione e comunicazione, che privatamente. Ha partecipato e partecipa all’ideazione a alla conduzione di vari progetti formativi nel campo dell’educazione, collaborando con singoli ricercatori e centri istituzionali.

Giornalista e scrittrice, ha redatto numerosi articoli e attualmente si sta dedicando ad una collana di quindici volumi sulla scienza della relazione per la Scuola Italiana di Medicina Olistica (SIMO), con la quale collabora anche come docente.

Introduzione
La nostra relazione è qualche cosa di diverso
non è per niente amore e non è forse neanche sesso
ci limitiamo a vivere dentro lo stesso letto
un po’ per abitudine e forse un po’ anche per dispetto
non è un segreto, dai, lo sanno tutti
e tu sei buffa quando cerchi di nasconderlo alla gente
che ci vede litigare per qualsiasi cosa o niente
per la noia che da sempre ci portiamo dentro
E’ inutile negarlo:
la nostra relazione oramai non ha più senso
tu hai le tue ragioni ed io sono forse troppo stanco
tra l’ altro non è facile ricominciare tutto
lasciamo stare dai
non rifacciamo un letto ormai disfatto […]
(Vasco Rossi, “La nostra relazione”)

Se è vero che la musica e la canzone sono buone interpreti dell’epoca nella quale nascono, di certo, in fatto di relazioni, il testo sopra riportato rappresenta un’istantanea tanto cruda quanto realistica dei nostri tempi.
Eppure la relazione è qualcosa cui non possiamo rinunciare, perché sarebbe come rinnegare la nostra stessa essenza. Noi esistiamo grazie ad una relazione, ci muoviamo in una fitta rete relazionale e il nostro interagire con gli altri è indispensabile per comprendere la nostra natura e realizzare al massimo le nostre potenzialità. Vicino agli altri possiamo confrontarci, crescere, nutrirci, far nostro il modello delle persone cui ci piacerebbe somigliare e anche imparare come non vorremmo mai diventare.

Le relazioni sono, in breve, il sale della vita; è innegabile che le soddisfazioni più grandi e le gioie più profonde derivino dallo scambio, dalla condivisione, dall’affettività che la vita relazionale può offrire. Da tempo, però – segno evidente di una civiltà in crisi – stiamo vivendo un crepuscolo delle relazioni, che genera ombre, incertezze e tanta sofferenza. Lasciando da parte il mio ambito professionale, anche soltanto come persona che vive e che osserva posso confermare quello che ormai viene segnalato da sociologi, psicologi, educatori del nostro tempo: la stragrande maggioranza dei problemi individuali e collettivi deriva proprio dal vasto universo delle relazioni.
Un articolo per sua natura è poco adatto per andare a fondo in un tema come questo, e certamente non è ciò che mi propongo. Tuttavia posso tentare una rapida descrizione del fenomeno per stimolare il desiderio di approfondire e comprendere la questione nella sua complessità.

Insieme al Pil da un paio di decenni si parla anche di Isu (indice dello sviluppo umano) che, andando oltre l’accezione di sviluppo basata sulla crescita economica, prende in considerazione fattori quali l’educazione, la qualità dei servizi, le relazioni sociali, l’inquinamento ambientale, la partecipazione democratica, l’equità delle opportunità nella vita sociale ed altri simili. Probabilmente chi si occupa di processi di crescita in senso ampio si sta sempre più rendendo conto che a fronte di un benessere materiale crescente, le persone vivono spesso in uno stato di profonda insoddisfazione.

Nel benessere dell’individuo le relazioni umane e sociali detengono senza dubbio il primato, ma si tratta di un primato oggi visibilmente e pericolosamente in declino:
– I legami non durano. Per fare un esempio, le felici convivenze di molti dei nostri nonni, che sono insieme da oltre 60 o 70 anni, sembrano record non più replicabili;
– La comunicazione tra individui, imprescindibile strumento di relazione sociale, lascia sempre più a desiderare: a volte è la grande assente, a volte c’è, ma i toni e i modi meriterebbero un’attenta analisi. Nell’era dei computer e dei telefonini il gap comunicativo potrebbe apparire paradossale, eppure la quantità non sempre va di pari passo con la qualità;
– Sempre più individui vivono isolati, chiusi nel loro mondo come ostriche nel loro guscio. A volte ciò accade per ragioni comprensibili e forse in parte anche condivisibili, ma resta il fatto che la fortezza inizialmente eretta per difendersi, quasi sempre si trasforma in una prigione;
– Altri sono costantemente insofferenti, nervosi, scontenti, e chiaramente chi è portatore di questo tipo di personalità ben raramente riesce ad avere scambi relazionali costruttivi;
– La fiducia nel prossimo è in netta diminuzione e la coesione sociale molto debole. Una recente indagine Istat ci dice che il 75% degli italiani vive in un clima di sospetto ed appartiene alla categoria dei cosiddetti malfidati.

In origine la città, la polis, era principalmente un luogo di aggregazione. Non a caso le fonti classiche mettono in evidenza non tanto la natura urbanistica della polis, ma ancor prima ed ancor più il suo carattere socialmente aggregante. Si trattava di una vera e propria comunità politica, costituita da cittadini che, con impegno condiviso, ne mantenevano viva la realtà. Come già ebbe a dire Hannah Arendt alla fine degli anni ’50 ne La condizione umana:

“La Polis, propriamente, non è la città stato in quanto entità fisica, ma una forma di organizzazione nella quale ogni membro partecipa all’azione e al discorso comunitari, la cui collocazione più autentica è fra persone che vivono insieme a tale scopo, non importa dove esse si trovino”.

Oggi invece molte città sono caotiche, inquinate, rumorose; a volte i cattivi odori, i rumori molesti e la cappa grigia di smog e di decadenza comportamentale farebbero venire la voglia di scappar via. Più in generale l’ambiente urbano sembra agghindato ad hoc per fornire molteplici opzioni alla voracità del cittadino-consumatore, con rari spazi da condividere in modo benefico e senza luoghi che possano davvero favorire il logos, ragionamento e scambio collettivo.
Continuando sulla scia semantica della polis riflettiamo anche sulla politica, che in questo periodo più che mai riempie le pagine dei giornali e i programmi televisivi. Per Aristotele l’uomo è zoon politikon, un essere vivente che realizza pienamente il proprio vivere all’interno della polis. Questo significa che la natura umana è prettamente comunitaria e relazionale, e che non ci è possibile fare a meno degli altri. Nella logica conseguenza di quanto appena affermato, Aristotele sostiene che politica è ciò che favorisce philìa, amicizia, buoni rapporti tra gli uomini. Pare che oggi sia rimasto ben poco di tutto ciò: l’incontro troppo spesso diventa scontro e al cosiddetto confronto politico ben più adatto sarebbe un ring che non un’aula parlamentare.

Vogliamo prendere in considerazione la vita di coppia e la relazione tra coniugi? Separazioni e divorzi sono due fenomeni in costante aumento e i dati statistici si commentano da soli: nell’arco degli ultimi tredici anni le separazioni sono praticamente raddoppiate (+101%), gli addii definitivi sono aumentati di oltre una volta e mezzo (+61%) e la durata media del matrimonio resta al di sotto dei 15 anni. Insofferenza al giogo nuziale o incapacità relazionale? La seconda ragione è quella prevalente, infatti alla base delle crisi matrimoniali, ci dice ancora l’Istat, c’è un problema di relazione e di comunicazione.

Il dialogo nella coppia è fondamentale. Se i partner non riescono a trovare tempi, modi e spazi da dedicare a questa pratica fondamentale, sarà inevitabile che si creino incomprensioni, frustrazioni, malumori e, in ultima analisi, lacerazioni. Parlare, ascoltare in profondità, scambiare opinioni e punti vista, condividere impressioni, sensazioni, emozioni, comunicare il proprio stato d’animo: gioie e soddisfazioni, ma anche disagi e timori, dà senso e gusto allo stare insieme, aprendo l’uno all’altro e permettendo un reale incontro.

Oggi può accadere che anziché parlare con il coniuge si vada a cercare qualche interlocutore sulla “chat”, che non di rado procura surrogati e pseudo-opportunità di contatto umano sostituendo l’interazione diretta con l’altro. Conseguenza: un matrimonio su tre finisce anche grazie a Facebook.

L’educazione ha un ruolo in tutto questo? Sì, enorme.
La maturazione di un individuo non avviene tutta in un colpo, in maniera monolitica. Avviene per tappe, per fasi, e soprattutto grazie all’apporto di molteplici componenti: cognitiva, psicologica, affettiva, relazionale, sociale… Una delle problematiche vigenti è che oggi alcune di queste componenti vengono stimolate persino troppo, mentre altre rimangono come atrofizzate. La componente cognitiva, ad esempio, riceve stimoli a non finire, ma le sensibilità e le capacità dell’individuo nel campo affettivo-relazionale non sono adeguatamente sollecitate ed educate, così non di rado ci imbattiamo in persone che hanno la testa piena di tante nozioni e il cuore vuoto e freddo come una stanza spoglia.

In senso più ampio, e non è un’affermazione retorica, stiamo assistendo ad un pauroso declino di quei valori che da sempre costituiscono la linfa per la vita e la crescita della comunità e dei singoli. I parametri culturali oggi si sono di molto modificati rispetto ai bei tempi che furono; basta consultare i risultati di certe ricerche per rendersi conto che le maggiori ambizioni non sono più solidarietà, condivisione, responsabilità, senso civico e simili, bensì denaro, successo professionale (sempre strumentale al guadagno) e vari beni di consumo. E’ la cultura del consumo, dunque, che ha preso il sopravvento, e in tale prospettiva la priorità è per tutto ciò che è estrinseco, fuori dalla persona, a scapito di quello che invece appartiene al mondo interiore dell’individuo, prime fra tutto le relazioni umane.

Le relazioni si imparano prima di tutto e soprattutto da coloro che ci hanno generato: i genitori, appunto. Il modello genitoriale è essenziale nella formazione di un individuo, ed appare tristemente evidente come numerosi modelli genitoriali della nostra attualità non siano all’altezza della situazione.

Proprio in questi giorni ho avuto modo di confrontarmi con una cara amica professionalmente impegnata in qualità di educatrice infantile: entrambe concordavamo sul fatto che educare i bambini piccoli è un compito tanto delicato quanto essenziale, ma per riuscire davvero dovrebbe procedere di pari passo con un percorso di crescita per genitori. Certo, i nostri genitori hanno appreso dai loro genitori; e quelli, a loro volta, hanno succhiato il latte della vita dai loro genitori, e così via scorrendo indietro nei decenni e nei secoli, dove ad un certo punto si è inserito il germe dell’inconsapevolezza che, alla stregua di un “baco informatico”, rischia ora di mandare in tilt l’intero sistema.

Le spese private, lo shopping compulsivo ed altre attitudini patologiche tipiche della società attuale, come quelle legate all’ambito dell’alimentazione, esistono e proliferano nel vano tentativo di compensare l’indispensabile nutrimento che può derivare da un sano contesto relazionale.

I beni da riscoprire e da sviluppare per una migliore qualità della nostra vita sono indubbiamente quelli relazionali ed ambientali, i quali costituiscono la risorsa più preziosa di cui disponiamo. Non è vero che il processo è gratuito, perché stabilire e mantenere buone relazioni con gli altri e con l’ambiente circostante ha certamente un costo in termini di responsabilità, affidabilità, impegno e sensibilità, però possiamo senz’altro affermare che tale sforzo è assolutamente ecologico e per il giusto e benefico dispendio che richiede, rende mille volte tanto.

Per passare da una società del ben-avere ad una del ben-essere, dobbiamo in ogni caso soddisfare una priorità su tutte: ritrovare noi stessi. Sì, perché quando parliamo di relazioni, stranamente pensiamo soltanto al rapporto di noi stessi con gli altri. Ma il rapporto che noi abbiamo con noi, anticipa ed orienta poi tutti gli altri; per questo se non troviamo, non comprendiamo, non conosciamo, non valorizziamo noi stessi, sarà ben difficile poterlo fare con terze persone.

La vera felicità consiste in una realizzazione di sé che tenga conto del contesto nel quale viviamo: senza un rapporto adulto, maturo, responsabile e amorevole con l’altro non riusciremo mai ad esprimerci al meglio e a raggiungere uno stato di reale e profonda soddisfazione. Ma tale pienezza esistenziale ed affettiva passa per un cammino che prevede un ritorno a se stessi, ed esige una risposta alla famosa domanda riproposta da Buber: “Dove sei?”.

Dove siamo? Come stiamo? In quale direzione ci stiamo muovendo? Qual è la nostra mission? Sappiamo far fronte alle responsabilità della nostra vita, ben incluse quelle relazionali, oppure ci stiamo nascondendo, magari dietro accuse da lanciare ad altri? Cerchiamo, allora, di risolvere questi grandi interrogativi partendo da noi, da un lavoro approfondito ed onesto su noi stessi, se siamo giunti a comprendere che per cambiare qualcosa fuori, si deve cominciare da dentro:
“Bisogna che l’uomo si renda conto innanzitutto lui stesso che le situazioni conflittuali che l’oppongono agli altri sono solo conseguenze di situazioni conflittuali presenti nella sua anima, e che quindi deve sforzarsi di superare il proprio conflitto interiore per potersi così rivolgere ai suoi simili da uomo trasformato, pacificato, e allacciare con loro relazioni nuove, trasformate”. (Martin Buber, Il cammino dell’uomo).

Ritagliatevi un momento della giornata per voi, che vi consenta di stare solo in compagnia di voi stessi, in un luogo a voi congeniale, che può essere uno spazio chiuso o anche uno spazio all’aperto. Trascrivete su un foglio le seguenti domande e poi, dopo esservi onestamente consultati con la vostra persona, rispondete per scritto e riflettete sugli esiti delle risposte che avete dato. Questo semplice esercizio potrà essere uno stimolo per prendere maggiore consapevolezza delle vostre dinamiche relazionali ed avviare un lavoro per migliorarle.

  1. Quanto spesso ti capita di riflettere su cosa ti succede dentro?
  2. Quante sono le persone con le quali ti senti a tuo agio e felice e che non ti tengono “legato”?
  3. In quale misura sei soddisfatto delle relazioni che vivi nel tuo ambiente professionale?

– Martin Buber, Il cammino dell’uomo. Edizioni Qiqajon, Magnano, 1990.
– Stefano Bartolini, Manifesto per la felicità. Donzelli Editore, Roma, 2010.
– Paolo Crepet, La gioia di educare. Einaudi, Torino, 2008.
– Enrico Cheli, “Le relazioni interpersonali”, Edizioni Xenia, Milano, 2008.
– Paul Watzlawick, John H. Weakland, “La prospettiva relazionale”, Astrolabio, Roma, 1978.
– Priscilla Bianchi, “La scienza della relazione. Il pensiero olistico della Bhagavad-gita”, Edizioni Enea, Milano, 2010.