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XXVIII Master CIBA

L’Altro e oltre i confini

L’Altro e oltre i confini

Dott.ssa Sonia Bernicchi

Introduzione
Ogni volta che l’uomo incontra l’altro gli si presentano tre possibilità: fargli la guerra, ritirarsi dietro un muro, aprire un dialogo.
Ryszard Kapuscinski

Quando ero piccola, nella mia città, non era facile conoscere bambini di altre nazioni. Negli anni 70 l’Italia era una monocultura: popolo italiano, lingua italiana, cibo italiano, religione cattolica.
Io non so bene perché ma con la curiosità dell’altro e di tutto ciò che lo circonda ci sono nata. Le occasioni di incontro erano però una rarità: qualche bambino tedesco al mare, un mio coetaneo venezuelano che ogni estate veniva a trovare la zia che abitava vicino a casa mia, una bambina inglese conosciuta in colonia ed un’altra americana con cui giocavo in vacanza. Non parlavo le loro lingue di cui peraltro amavo il suono e percepivo abitudini e modi di pensare diversi che mi affascinavano e che non mi impedivano di comunicare. Erano sensazioni semplici e concrete: l’interesse verso mondi diversi dal mio mi portavano a dire: “ ecco, io sono qui, se vuoi giocare, io ci sono”.
La curiosità per le lingue è stato, quindi, il passo successivo.
Mia madre mi ha raccontato che appena ho imparato a scrivere mi ha trovato a ricopiare, con grande attenzione, le pagine del vocabolario inglese-italiano e che alla fatidica domanda “cosa farai da grande” la risposta era sempre la stessa: “l’interprete”. La mia vita, a poco a poco, si è delineata seguendo inclinazioni naturali del mio carattere e posso dire che, da sempre, vivo fluttuando in culture e lingue altre, e a stretto contatto con persone di altri mondi, vecchi e nuovi.

Oggi per me sarebbe difficile concepire una società italiana senza stranieri. Insieme agli altri ho imparato ad osservare e a non giudicare, a rispettare usanze, tradizioni, abitudini, cibi diversi da ciò che conosco senza sentirmi, per questo, messa in discussione. Parlare lingue diverse dalla mia mi ha permesso di comunicare con altri modi di pensare, viaggiare è stata una possibilità di vedere realtà nuove e di capire che non esiste un’assoluta verità e che tutto è relativo. Ciò che piace a noi può non essere interessante agli occhi degli altri.
Credo tuttavia che anche se non avessi viaggiato o non avessi parlato lingue straniere, sarei arrivata alle stesse conclusioni: è solo un problema di sensibilità.
Conosco persone che viaggiano molto per lavoro, altre che vivono in paesi diversi da quello della propria nascita in condizioni da “expat” quindi, altamente privilegiate, ma vivono vite così protette e sono così chiuse nel loro involucro da far sì che il nuovo ed il diverso scivolino via e non abbiano alcun impatto sulle loro vite.
Mi rendo sempre più conto che oggi viviamo in mondi paralleli che non si incontrano mai e questo è il paradosso dell’era della globalizzazione.

In questi ultimi anni è ricca la possibilità di interagire con l’altro, di convivere con la diversità, ma questo non ha portato alla cultura dell’accoglienza e dell’integrazione. È strano per me vedere che, ora che finalmente sarebbe facile conoscere altre culture, si assista invece ad una chiusura totale verso il nuovo e che i sentimenti dominanti non siano la curiosità e l’apertura ma bensì la freddezza e la diffidenza.
Di solito la presenza del diverso è vista come un elemento destabilizzante, un’intrusione fastidiosa, una limitazione della propria libertà personale e dei propri diritti. In quest’ottica gli stranieri creano solo problemi ed inevitabili sono le tensioni culturali e sociali.
Le persone vengono etichettate in modo frettoloso come “mussulmani”, “ebrei”, “cristiani” o marocchini, tunisini, albanesi, rumeni, singalesi e così via, e vengono negate tutte quelle sfaccettature culturali e storiche tipiche di ogni popolo che lo rendono, invece, ricco, unico e complesso.
E ho l’impressione che uno straniero in Italia si senta sospeso, né totalmente accettato, né totalmente respinto, in un limbo in cui si attende una sistemazione a tempo indeterminato.
Non è un caso che in italiano si usi l’espressione” mi sembra arabo” per esprimere qualcosa che non si capisce. Questa frase da l’idea di un mondo inaccessibile con cui non ci si vuole confrontare. In qualche modo si stabilisce un rifiuto e lontano è ogni sforzo per cercare almeno di sondare cosa c’è un po’ in più di là. A me invece l’arabo piace. La sua musicalità, i suoni mi spingono in un’altra dimensione, in un mondo potenziale e sarà la prossima lingua che studierò.

Sant’Agostino sosteneva che la differenza è tanto più avvertita quanto è chiusa la mente di chi osserva la differenza perché con la propria chiusura mentale non riesce a trovare in essa un rapporto con il tutto.

Nella mia vita errante, per destino o per scelta, ho incontrato soprattutto persone nelle quali, al di là delle consuete diversità-colore-della-pelle-religione-lingua-cibo, mi sono rispecchiata semplicemente come essere umano. Non ho mai avuto problemi, né avuto esperienze di prevaricazione culturale e c’è un episodio della mia vita che ricordo sempre con gioia.
Molti anni fa stavo per trasferirmi a vivere in India. Il padre di un mio carissimo amico stava costruendo la sua nuova casa e mi disse, con grande naturalezza, che nel tempietto che sarebbe nato in giardino avrei potuto metterci un crocifisso, una statua di Cristo, della Madonna, degli Angeli o di qualche Santo a me caro. Secondo lui questo mi avrebbe fatto sentire meno sola se mai avessi avuto nostalgia di casa. Il tempietto doveva essere aperto a tutti e c’era posto per qualsiasi Divinità.
Ed è sempre lui che a Delhi ma ha fatto scoprire il “Tempio del Loto” (Bahai Mandir) che è, oggi, tra i miei templi preferiti perché tocca il cuore. E’ aperto a persone di ogni religione, casta e razza e si può liberamente pregare o meditare. C’è una profonda umanità spirituale che mi commuove ogni volta ed il tempio rappresenta un modello di civiltà costruita sulla tolleranza e dove tutto può coesistere.
Questa è la sensibilità di cui parlavo e che va oltre le razze, le culture, le religioni ed i confini.

E davanti a me scorrono immagini dei caffè in Medio Oriente dove intorno ai tavolini si chiacchiera tra amici e si sorseggia lentamente il caffè, dei templi induisti simili alle nostre chiese nelle loro cerimonie, dei ristoranti di Tel Aviv dove si respira un’atmosfera europea e moderna, dei giovani che a latitudini diverse sono accomunati dallo stesso modo di vestire, dalle spiagge del Sud America dove sembra di essere in Italia ad agosto, dei matrimoni sparsi nel mondo a cui ho partecipato, diversi nei riti ma uniti dagli stessi sentimenti di affetto famigliare.
Quello che mi lega all’altro viene da lontano e sono i sentimenti umani: gli affetti, il dolore, la gioia, il pianto, l’allegria, la disperazione, reazioni che condividiamo tutti insieme e che mi fanno vivere l’altro non come essere diverso ma come una parte di me.So che il mio pensiero può sembrare troppo elegante, poetico ed elitario da poter essere comunicato in una società di massa dove esistono problemi reali di convivenza e dove spesso la presenza degli stranieri mina un contesto sociale già fragile. Ma la rabbia e la ghettizzazione non penso siano la risposta. Credo, al contrario, che ci voglia tempo, accoglienza e rispetto affinché gli stranieri non abbiano più paura di esistere nel nostro mondo e possano imparare a convivere ed accettare la cultura del paese in cui vivono. La diversità spero che sia vista come una crescita, senza dover per forza stabilire una gerarchia in cui esista una parte più forte o migliore delle altre.
Nell’ottobre del 2009, in occasione della giornata missionaria mondiale, nella mia città è stato organizzato un giorno di preghiera aperto a tutte le religioni.
Un mio caro amico, in prima linea sul tema dell’accoglienza degli stranieri, mi ha fatto leggere una preghiera scritta da Xhulian, un ragazzo albanese di 18 anni che vive in Italia da tre anni:

“Signore ci presentiamo a te con un gommone segno di un passaggio importante della nostra vita. Il gommone che ha accompagnato la nostra speranza in un futuro migliore; lo stesso gommone che per molti altri ha significato la fine di un sogno. Te lo portiamo insieme a
lla bandiera della pace, desiderio di tutti i popolo che sono l’uno all’altro straniero, perché ognuno trovi la propria patria e la possa trovare anche oltre i suoi confini, al di là del mare, là dove sono altri uomini e donne come noi.”

Ciò che noi italiani abbiamo vissuto in passato, lo sradicamento dalla nostra terra verso nuove terre di accoglienza, la speranza di una vita migliore, la lontananza dagli affetti, la nostalgia di casa, la difficoltà ad uniformarsi a nuove regole e capire lingue sconosciute, oggi è esperienza di altri popoli e noi dovremmo riuscire a comprendere meglio di altri ciò che questo significa. Ci vogliono ponti, non muri, ci vogliono coraggio ed umiltà nell’accettare gli altri, curiosità nell’aprirsi a culture diverse e desiderio di imparare e confrontarsi.
Forse, a poco a poco, riusciremo a vivere una vita che non umili quella degli altri, che non giudichi chi arriva da fuori e che non disconosca il proprio simile soprattutto se è debole, se è povero, se è escluso. Questo atteggiamento potrà arricchirci di sentimenti e far maturare l’umanità che c’è in ciascuno di noi.

Gandhi nel discorso tenuto alla Conferenza delle relazioni interasiatiche a Nuova Delhi il 2 aprile 1947, disse di credere in un unico mondo e che non c’era altra scelta visto che il solo messaggio possibile è quello dell’amore. A distanza di così tanti anni, la modernità del pensiero di Gandhi è attualissima e quello che fa pensare è la lunga strada che questo mondo deve ancora fare.

Come pensate che il pensiero di Gandhi, di un mondo unico pervaso da un solo messaggio, ossia quello dell’amore, possa oggi realizzarsi?

Identités Meurtrieres – Amin Maalouf
Editions Grasset & Fasquelle 1998
Le crociate viste dagli Arabi – Amin Maalouf
Edizioni Sei, 2001L’Altro – R. Kapuscinski
Feltrinelli, 2007

L’altro nella cultura araba – Al – Tahir labib, Hilm Sa’rawi, Hasan Hanaji
Edizioni Mesogea, 2006

Presence de l’autre – Eric Landowski
Puf, Paris 1997

La Memoria di Ulisse – François Hartog
Einaudi, 2002

Il senso del vedere – Charles Goodwin
Ed. Meltemi, 2003

Ragionando con martini di peccato e Resurrezione – Eugenio Scalfari
La Repubblica 13/05/10

Siti WEB
Sguardo italiano ed identità dell’altro – Salah Methanani
www.disp.let.uniroma1/kuma’/interculturalità

DVD
Lettere dal Sahara – Vittorio de Seta – 2006