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XXVIII Master CIBA

La sfida della Comunicazione Interculturale

La sfida della Comunicazione Interculturale

L’autrice
Serena Gianfaldoni insegna “Comunicazione Interculturale e Interreligiosa” e ”Sociologia della famiglia” presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose “Stenone” ed e’ membro del Laboratorio di Ricerca Sociale dell’Universita’ di Pisa.

E’ referente per la Toscana e membro del Direttivo della Societa’ Italiana di Sociologia. Nella sua attivita’ scientifica si e’ dedicata a lungo in ricerche nel campo della sociologia culturale e sociologia delle comunicazioni compiendo numerosi stages di ricerca all’estero (soprattutto negli Stati Uniti).

Come Presidente di “Culturae. Percorsi di Formazione e Comunicazione” ha ideato e promosso dal 2010 il Festival Nazionale delle Culture E’ autrice di numerose pubblicazioni in campo comunicativo. Per anni ha svolto attivita’ giornalistica in qualita’ di pubblicista iscritta all’albo.

La nostra esperienza quotidiana sempre piu’ ci porta a contatto con persone di culture e religioni diverse. Uomini e donne che parlano lingue a noi sconosciute, che indossano abiti esotici, che mangiano cibi diversi, che si stanziano in modo evidente in un territorio italiano sempre piu’ caratterizzato da un mosaico etnico pluricromatico e interreligioso.

I dati parlano chiaro. L’Istat 2011 quantifica in oltre 4.235.000 gli stranieri residenti in Italia concentrati in alcune regioni fra cui Lombardia 23,2%), Veneto (11,3%) Lazio (11%), Emilia Romagna (10,9%) Piemonte (8,9%), Toscana (8%). Per quanto il fenomeno interessi meno altre regioni come Val d’Aosta (0,2 %), Molise (0,2%), Basilicata (0,3%), Sardegna (0,8%), non possiamo che constatare l’avvenuta modificazione di uno spazio e la pressione culturale e identitaria su un Italia non piu’ solo “nostra”.

I recenti contatti con culture altre sempre piu’ sono stretti e frequenti. Basta pensare ai luoghi di lavoro, agli ospedali, ma soprattutto alle scuole, ai nidi in particolare, dove la presenza di piccoli cittadini italiani di origine extracomunitaria e’ in aumento esponenziale.

Senza buonismo e senza nasconderci dietro un dito dobbiamo ammettere che questo fenomeno viene da molti percepito come un problema, come un fattore potenzialmente destabilizzante della comunita’ finora concepita come “dominante”. Diversi i punti di vista, molteplici gli approcci teorici e pratici suscitati, comune pero’ la constatazione che siamo di fronte a una situazione di fatto: la geografia spaziale e la mappa culturale sono in continua modificazione.

Anche se non siamo saliti sugli stessi barconi, potremmo dire, siamo comunque “sulla stessa barca”. Una barca chiamata globalizzazione, capace di trasportare prospettive di sviluppo ma anche di imbarcare acqua.

La domanda sottesa, che non puo’ avere risposte evidenti e facili e’ se, contestualmente alla avvenuta diffusione territoriale di uomini e donne dal “sud” del mondo, sia gia’ avvenuta una forma di “impollinazione culturale”. Si tratta senza dubbio di una questione di fondo su cui soffermarci, capace di mettere in secondo piano i cosiddetti “fattori di espulsione” (quali guerra, fame, modelli culturali non soddisfacenti) e i “fattori di attrazione” (quali per esempio la prospettiva di una migliore condizione lavorativa, economica, un maggiore rispetto dei diritti umani).

In ogni caso si manifesta l’emergenza di una comunicazione interculturale efficace, capace di mettere in relazione individui che non solo convivono su uno spazio ma che condividono risorse e un futuro che si manifesta sempre piu’ globale e interdipendente.

Ma cosa significa esattamente comunicazione interculturale?
Partiamo dal concetto di “comunicazione”, fondamentale per ogni forma di relazione intersoggettiva che possiamo considerare prevalentemente come “atto comunicativo”, capace di mettere in relazione e avvicinare non solo i sensi ma anche i sistemi di valori, indipendentemente dalla contiguita’ spaziale.

L’etimologia di comunicazione parla chiaro. Evidente il riferimento alla creazione di uno spazio condiviso, comune, ma anche a un “munus”, un obbligo, un impegno comune che in varie modalita’ e misure prospetta prestazioni e benefici.

Con questa accezione del termine “comunicazione interculturale” acquista un significato piu’ complesso, non limitandosi solo al “complesso di atti comunicativi fra persone appartenenti a diverse culture” ma riferendosi a un processo complesso che mette al centro la relazione interpersonale. L’esperienza insegna infatti che, per quanto siano fondamentali i progetti dall’alto, le reti amministrative, il coinvolgimento delle istituzioni culturali, rimane pur sempre centrale il rapporto interpersonale, dove il “feedback” e’ immediato.

Come direbbe Max Frisch “Volevamo braccia e sono arrivati uomini”.
Lo scrittore svizzero nel 1967 si riferiva alla grande immigrazione di italiani alla ricerca di migliori prospettive ma questa frase ben si adatta all’Italia di oggi dove, dietro ai numeri, ci sono persone che hanno un vissuto, speranze, progetti e che intendono condividere non solo spazi.

Una sana ed efficace comunicazione fra persone di cultura (e religione) diversa comporta rendere partecipe l’Altro, metterlo a conoscenza di conoscenze e informazioni essenziali, consentire l’espressione di “autenticita’” lasciando da parte un’autoreferenzialita’ tanto rassicurante. Questo si realizza dando voce a quegli stranieri-strani-estranei che generalmente devono affrontare il quotidiano con una minore disponibilita’ di risorse in termini di competenza e legittimazione.

Nei fatti comunicazione interculturale significa favorire un sereno e sincero confronto, consentire denunce, favorire la richiesta di un maggiore ascolto, proposte di modificazioni, l’espressione di disagi, malesseri, timori non ancora razionalizzati.
Allo stesso tempo la comunicazione deve fungere da strumento di espressione del disagio delle popolazioni invitate (o “costrette”) ad accogliere, a uscire da se stesse, ad ascoltare le buoni ragioni dell’altro, mettendo in discussione i propri paradigmi di riferimento. Da questo punto di vista la comunicazione interculturale coltiva un elemento donativo e crea relazioni costruttive.

Non e’ banale questa sfida che ci interpella in modo costante su questioni apparentemente dicotomiche e confliggenti “mi apro-non mi apro”, “ascolto-non ascolto”, “convivo-escludo ”. A questi interrogativi non corrispondono risposte ovvie, ma continui rimandi alla decisione fondamentale che ci riporta alla radice dei termini “incontro” e “scontro” dove centrale e’ la decisione di andare verso l’altro “in-contra” o di allontanarsi dall’altro “ex-contra”.

Per essere fruttuosa la risposta deve essere costruttiva ma non banale e soprattutto lontana dalla logica “tutto e subito”. La comunicazione interculturale e’ infatti un processo comunicativo particolarmente complesso, la cui evoluzione si coglie nel lungo termine, senza necessariamente condurre all’accettazione istintiva, all’apertura reciproca. “Dateci tempo” si senti’ dire un giovane immigrato alla sua venuta in Italia trenta anni fa. “Dateci tempo di assimilare la vostra presenza; finora siamo andati noi all’estero, per noi e’ una cosa nuova”. Di tempo ne e’ passato ma difficilmente possiamo quantificare quanto e come sia cambiata l’attitudine verso coloro che sono pur sempre percepiti come “estranei”.

Per il carico di conseguenze che comporta la comunicazione interculturale generalmente e’ faticosa, un “lavoro” vero e proprio guardando all’etimologia del termine, un impegno continuo di ricostruzione identitaria che costringe all’investigazione della propria relazione col diverso. Comunicare con un immigrato e’ un esperienza profonda che implica la disponibilita’ a esporre le proprie emozioni e spinge a cambiare il “punto di vista”, a vedere con altri occhi. Comunicare infatti non e’ solo mettere in gioco regole fonetiche, grammaticali e semantiche ma con-vivere e con-dividere informazioni ma anche emozioni.

Comunicazione interculturale significa pertanto sviluppare in modo privilegiato capacita’ empatiche, dar vita a un lento e continuo processo di cambiamento su questioni di interesse personale e collettivo. In questo sta la sfida, la decisione di mettersi in gioco con atteggiamenti aperto e “infantile”, disponibile ad ammettere la possibilita’ di un cambiamento, mettendo in conto che l’altro “puo’” avere ragione.

Cio’ non significa eliminare il “nostro” punto di vista, i nostri occhi, ma semplicemente cambiare posizione. Come in fotografia si cerca la luce migliore per dare l’effetto voluto evitando sotto o sovraesposizioni dannose all’immagine, cosi’ ci e’ richiesto di prestare attenzione a questa nuova luce sulla nostra societa’ evitando che l’orizzonte del paesaggio fotografato sia storto.

Punto centrale di una buona comunicazione interculturale si rivela la cura del linguaggio e del lessico. Un’esigenza che deve essere tutelata a partire dal mondo della scuola per giungere al mondo dell’informazione e alla politica, lontano da strumentalizzazioni e cattivi usi di parole che non sono mai solo fonemi o segni ma patrimonio culturale, contenitori che veicolano l’immaginario, formano, educano ma creano anche misunderstanding.

Ecco che dietro una parola e il suo uso possiamo ripercorrere gli orizzonti controverse della modernita’, di una societa’ postmoderna che ci chiede di legare correttamente il messaggio alla parola e al contesto. In tale direzione il mondo dell’informazione e’ chiamato a informare correttamente senza ricorrere al sensazionalismo, esulando dai legami con gli interessi di parte.

La comunicazione interculturale comporta la disponibilita’ a costruire e ricostruire modelli di riferimento, ad aggiustare costantemente i propri parametri di conoscenza. Non si limita quindi a codificare e decodificare informazioni ma esercita in qualche modo un’azione sugli altri. Nella comunicazione del resto, nascosto o esplicito, c’e’ sempre l’intento di lasciare un segno, di esercitare una pressione personale o sociale, di modificare uno status quo. Questo comporta un lavoro sottile, tenace e costante capace di costruire una relazione dove la comprensione reciproca e’ pur sempre precaria

La prospettiva che si mostra “naturale” e’ lo “scivolamento” dalla comunicazione al dialogo. Di fronte alle recenti modificazioni siamo infatti, chiamati, volenti o nolenti, non solo a comunicare, ma anche a sviluppare ragionamenti comuni e percorsi dialogici. Come concretizzare questa esigenza?

La paura del rischio che comporta l’ascolto deve essere superata. Ascoltare le ragioni dell’altro e’ l’unica scelta costruttiva, ndipendentemente dalla risposta conseguente. L’invito e’ quello di cogliere questa sfida non solo con la comunita’ e l’alterita’ in genere ma anche con noi stessi, che abbiamo l’opportunita’ preziosa di (ri)conoscerci meglio e di far emergere dubbi sopiti, nascosti, poco o mai affrontati per evitare conflitti interiori.
Solo cosi’ la relazione puo’ diventare fruttuosa e aiutare a crescere, addirittura a rafforzare i propri fondamenti, con effetti profondi sulle relazioni interpersonali.

Potremmo parlare a questo punto non solo di comunicazione ma anche di cooperazione, nel rispetto dei diritti umani e della dignita’ di ogni essere umano. Questo approccio, vale sempre la pena di ripeterlo, non significa ignorare o annullare le differenze. Non ci viene chiesto di dimenticare la cultura di riferimento o di annacquare la nostra identita’. Senza nascondere e pretendere di eliminare differenze e divergenze ci viene chiesta infatti, semplicemente, di riconoscere una “banalita’ fondamentale”: che siamo tutti cioe’ esseri umani con emozioni, malesseri, reazioni e speranze.

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