logo

347-8840534 segreteria@eraclito2000.it

XXVIII Master CIBA

La relazione di aiuto

La relazione di aiuto

Dott.ssa Sara Mori

L’autrice
La Dott.ssa Sara Mori, nata tra le colline del Chianti alle quali è sempre molto affezionata, si è laureata in Psicologia presso l’Università degli Studi di Firenze ed è iscritta all’albo degli Psicologi della Toscana.
Da alcuni anni lavora con associazioni nel campo della prevenzione e della formazione, con corsi ad adulti ed adolescenti e la facilitazione in gruppi di auto-aiuto. Nel 2007 ha partecipato al tutoraggio per il Master in Comunicazione Banche ed Assicurazioni e in quella occasione ha conosciuto l’associazione Eraclito.

Dopo un’esperienza di stage nelle risorse umane in Gucci Firenze, continua a collaborare nell’ambito dei progetti formativi sul territorio fiorentino (Coordinamento Toscano dei gruppi di auto-aiuto, Enaip Toscana, Ass Aracnos, Cooperativa Arca). La passione per lo studio e la crescita personale la hanno da sempre motivata alla ricerca: attualmente sta effettuando un dottorato di ricerca in “Valutazione dei processi e dei sistemi educativi e formativi” presso l’Università degli Studi di Genova ed è cultrice della materia in “Teoria e Tecniche dei Test” presso la Facoltà di Psicologia di Firenze. Dal 2008 si è iscritta alla Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Cognitiva di Firenze.

Nel tempo libero coltiva la passione per la danza, i viaggi, e…il buon vino doc prodotto nell’azienda di famiglia!

Email: morisara@libero.it

Introduzione
Il termine “relazione di aiuto” viene utilizzato in tanti contesti e con diversi propositi. Lo si usa nelle professioni che implicano “il prendersi cura, il take care” (medici, psicologi, infermieri, insegnanti), ma anche nelle molteplici relazioni che si istaurano nella vita quotidiana (genitori-figli, amicizie).

Prima di tutto è importante prendere in considerazione le due parole che formano tale espressione.
Il termine relazione implica un legame tra due elementi, tra due soggetti. In questo senso si intende per relazione un rapporto caratterizzato da un certo grado di intimità e di complicità.
Con la specificazione di “aiuto” viene evidenziato il fatto che essa favorisce un membro della relazione o reciprocamente più membri, nel risolvere uno specifico problema, o più in generale agevolando la crescita e l’espressione di sé: sostanzialmente tale relazione migliora in qualche modo la qualità della vita della persona coinvolta.

Tuttavia non dobbiamo limitare il significato di tale espressione a contesti restrittivi: esso può essere di per sé “un aiuto” a comprendere alcune sfaccettature di molti rapporti che viviamo quotidianamente. Partendo da questi presupposti la relazione di aiuto può infatti essere considerata non solo una prerogativa di alcune professioni o di alcuni ruoli, ma può rappresentare un “valore aggiunto alla professionalità di ciascun soggetto”, una maggiore competenza relazionale e comunicativa, che può risultare utile in molte occasioni” (Di Fabio, 2003).

La relazione di aiuto diviene dunque un “saper essere” in molteplici situazioni concrete della nostra vita: essa diviene una competenza relazionale e comunicativa in grado di facilitare i rapporti di molti contesti quotidiani, tra cui quello lavorativo.

Tra i primi a parlare di tale relazione è stato il terapeuta Carl Rogers negli anni ‘70 a proposito dell’analisi dei colloqui di aiuto: egli descriveva una specifica metodologia di conversazione in cui la persona che fornisce ad un’altra un qualche tipo di aiuto non deve suggerire un modus operandi per “risolvere un problema”, ma deve essere in grado di attivare il soggetto affinchè comprenda la propria situazione e trovi in se stesso le risorse per affrontarla e superarla.

Una relazione diviene di “aiuto” dunque quando il suo scopo è virtuoso, quando cioè riesce a far migliorare le potenzialità di una persona o ne incrementa il grado di benessere dando valore alle risorse che ciascuno possiede, pur non consapevolmente.
In alcune professioni tale obiettivo è esplicitato nello svolgimento delle specifiche mansioni del proprio ruolo: pensiamo infatti ad uno psicologo, ma anche ad un insegnante. In queste posizioni non si può limitarsi a promuovere il cambiamento o a spiegare qualcosa, senza sfruttare le potenzialità della relazione di aiuto. E’ vero che alcuni approcci psicoterapeutici ortodossi non sposano del tutto tale teoria e che molti insegnanti ne fanno a meno: ma i risultati attesi e la qualità del lavoro migliorano senza dubbio se si pone attenzione a tali competenze.

Così anche nei rapporti non professionali alcuni ruoli fanno esplicitamente riferimento alla relazione di aiuto: un genitore verso i propri figli, un amico verso l’altro in difficoltà. Tuttavia anche in questo caso non è banale fare attenzione alle componenti che caratterizzano tale modo di relazionarsi e che potrebbero migliorare la comunicazione e la comprensione tra le parti.

Inoltre è bene soffermarsi su un altro aspetto fondamentale: con “relazione di aiuto” si fa riferimento solitamente a rapporti in cui qualcuno ha bisogno di aiuto e l’altro lo fornisce, quindi ad un’immagine asimmetrica. Tuttavia è importante modificare questo stereotipo: se da un lato è vero che l’aiuto può “fluire” maggiormente da una posizione all’altra, l’ottica in cui va letto ed interpretato è quella dell’ apprendimento circolare e vicendevole. Ciascuno aiuta e collabora con l’altro in un processo che non deve essere unilaterale, ma di crescita reciproca. Altrimenti si rischia di far sentire la persona che richiede aiuto in difficoltà e incapace di risolvere da solo il problema, obiettivo diametralmente opposto a quello sopra descritto.

Ci sono inoltre ruoli in cui il riferimento alla possibilità di instaurare tale modo di relazionarsi è meno esplicito, ma in cui essa può rivelarsi comunque utile: il posto di lavoro, la collaborazione tra pari, i contesti sportivi-ricreativi, la vita quotidiana di per sé.
Alla luce di ciò, conoscere come sfruttare le potenzialità di un rapporto che si basa sulla relazione di aiuto e pensare in quali contesti essa potrebbe rivelarsi vincente, può essere una buona prassi per formarsi e migliorarsi . Facciamo alcuni esempi comuni a molti: un giovane neo-assunto che deve integrarsi con i membri del proprio ufficio; situazioni conflittuali all’interno di un team di lavoro; il responsabile delle risorse umane che opera all’interno di un’azienda. Quante di queste situazioni potrebbero trarre beneficio dal fatto di saper mettere in atto una relazione improntata sull’aiuto, adeguata ovviamente al caso specifico?…

Ma quali sono esattamente gli ingredienti che contribuiscono a formare una relazione di aiuto?

1- L’ascolto: è fondamentale nell’ottica di aiuto l’ascolto dell’altro. Non si può pensare di aiutare qualcuno se prima non si conoscono i suoi bisogni. Questo primo passaggio che sembra banale, è in realtà molto complesso. Non è scontato saper ascoltare, specie in una società come quella nostra odierna, dove si sente molto, ma si ascolta poco. In questo caso ci si riferisce ad una modalità di ascolto attivo finalizzato alla comprensione, che richiede dunque attenzione e tempo. Troppe volte invece oggi giorno non si hanno abbastanza né l’una, né l’altro anche a causa dei tanti stimoli e della velocità consumistica che ci circondano. Poter comprendere presuppone inoltre la condivisione di un linguaggio, aspetto anche questo non banale. Spesso infatti tra genitori e figli, tra medico e paziente, datore di lavoro e dipendente, insegnante e alunno si parlano lingue differenti; fenomeni quali la multimedialità, il salto generazionale, le competenze culturali diverse moltiplicano le modalità di espressione. Capire il linguaggio dell’altro in contesti così complessi è così un momento delicato che può portare a fraintendimenti. L’ascolto più profondo diventa dunque molte volte quello del non verbale: gesti ed espressioni che dagli studi sembrano condivisi in tutta la specie umana. L’ascolto di ciò che non viene detto ma trasmesso dagli sguardi, dalla voce, dai gesti e dalla postura è una pietra miliare della relazione di aiuto. Comprendere i significati dell’altro, accentando che siano diversi dai nostri, è il primo passo per poter fornire un aiuto in modo costruttivo ed efficace.

2- L’empatia: un altro aspetto essenziale è l’empatia. Dal greco il termine “empateia”, era utilizzato per descrivere i legami emozionali che legavano il cantore al suo pubblico. Con tale termine si intende la capacità di comprendere le emozioni e gli stati di animo altrui, mettendosi nei suoi panni, sospendendo ogni azione di giudizio. Strettamente connessa all’ascolto attivo, si tratta di un modo di accettare l’altro cercando di sentire ciò che in quel momento egli può esperire: le sue emozioni e i suoi pensieri. Empatizzare con l’altro permette un clima di maggiore accettazione che stimola l’apertura e il dialogo. Difficilmente un clima di disagio e soggezione può favorire l’aiuto e il benessere. Questo è vero in molti contesti, al di là delle finalità dei ruoli. Empatizzare non significa condividere ciecamente con un atteggiamento passivo: bensì cercare di comprendere pur non provando o pensando le stesse cose e riconoscendo la differenza dei vissuti. Far sentire l’altro compreso e ascoltato può senza dubbio essere un primo passo per poi trasmettere messaggi anche diversi dal suo. Tale tecnica è conosciuta e anche troppo spesso utilizzata dai pubblicitari che sfruttano l’empatia non sempre in ottica di “aiuto”.
Oggi vengono effettuati su questo anche numerosi studi da un punto di vista neuropsicologico sfruttando la fRMI (Functional Magneting Resonance Imaging, o Risonanza Magnetica Funzionale-RMF): un’interessante scoperta fatta nei primati e negli uomini è quella dei “neuroni specchio”. Questo insieme di neuroni si attiva nel cervello di un soggetto durante l’osservazione di atti compiuti da altri individui della propria specie. La scoperta è di un gruppo di ricercatori dell’Università di Parma (G. Rizzolatti, L. Fadiga, L. Fogassi, V. Gallese e G. di Pellegrino) ed ha suscitato molti interrogativi, ancora da studiare: sembra infatti plausibile che parti specifiche del cervello siano evolutivamente dedicate al riconoscimento delle azioni altrui, così come potrebbe essere per stati emotivi, espressioni, gesti. Una sorta di “predisposizione biologica” alla partecipazione empatica con i propri con specifici. Tali studi, compiuti dagli anni ’90, sono ancora materia di indagine, ma rappresentano un campo di ricerca molto interessante da approfondire, che può contribuire a spiegare aspetti legati all’apprendimento per imitazione, al linguaggio, alle relazioni.

3- Il dare fiducia: E’ stato provato quanto il senso di autoefficacia percepito da una persona (Bandura, 1977), sia un aspetto fondamentale nella probabilità di riuscire in ciò che si fa. Sentirsi capaci di poter compiere un’azione, motiva nel provare a farla, nel bene e nel male. Per questo in una relazione di aiuto, volta a valorizzare le risorse di una persona, è fondamentale avvalorare il senso di autoefficacia dell’altro, infondere fiducia in se stessi e responsabilizzarlo nelle azioni da compiere. Questo aspetto è fondamentale in tutte le situazioni educative, ma anche in molteplici ruoli nell’ambito lavorativo, benchè purtroppo sia molto spesso sottovalutato.

Ciascuno di noi si è sentito facilitato quando ha sperimentato una relazione di aiuto.

Molto forte appare questa dimensione nei gruppi di auto-aiuto. Essi sono caratterizzati da persone che si incontrano per condividere un problema. I più conosciuti sono quelli storici degli alcolisti anonimi, ma oggi giorno ci sono gruppi che affrontano molteplici realtà: dalle dipendenze, alla genitorialità, alle malattie croniche (diabete, aids). Sono formati da 10-12 persone che si ritrovano a cadenza definita per parlare di un problema che li accomuna. In essi viene favorito un clima di accoglienza, alla pari, dove ciascuno può raccontarsi ed esprimersi. Ciò non significa che non avvengono dispute o difficoltà: ma la relazione di aiuto viene favorita in modo esplicito. Ciò permette ai partecipanti di condividere con altre persone il proprio problema ed i dubbi. Diminuisce il senso di solitudine e aumenta il senso di auto-efficacia delle persone in quanto all’interno si conoscono molteplici modi di affrontare il motivo per cui vi si partecipa. Il gruppo permette dunque di dare forza e di favorire lo sviluppo delle risorse dei membri.

Ma molti altri sono i contesti in cui si può sperimentare una relazione di aiuto.
Facciamo un piccolo esempio che spesso emerge parlando di genitorialità. Come poter instaurare una relazione di aiuto con i propri figli, che spesso, specie in età adolescenziale risultano così enigmatici?
Un piccolo passo iniziale da parte di un genitore verso un figlio può essere ascoltare i suoi perché e i significati a proposito dei fatti che accadono nella vita di tutti i giorni, nelle decisioni prese in famiglia, facendolo sentire capace di esprimersi e di giustificare le proprie motivazioni. Questo non significa non dare regole o non imporre divieti, non garantisce l’eliminazione di scontri o divergenze, aspetti fondamentali e presenti nell’educazione: anzi stimola la discussione e la riflessione. Semplicemente permette al ragazzo di avere un ruolo più attivo in una relazione mirata a trovare le soluzioni migliori per lui, gli consente di maturare una maggiore consapevolezza delle possibilità di azione e di discutere le strategie più adatte per raggiungere i propri bisogni.

Un altro esempio ancora può essere tratto dalle esperienze aziendali: si pensi al responsabile delle risorse umane. Questo ruolo nasce esattamente con lo scopo di far sviluppare all’interno dell’azienda l’individuo come risorsa da valorizzare, secondo le sue specifiche competenze e mansioni. Tuttavia, molto spesso, lo scopo diviene più massimizzare la produzione che massimizzare le risorse personali. Ripensare invece l’importanza di tale competenza, specialmente in queste figure, potrebbe essere un notevole valore aggiunto in grado di incidere sul clima e sulla cultura aziendale.

Allargando tale prospettiva si possono riscontare aspetti di una migliore o peggiore relazione di aiuto in molti ambiti della propria vita quotidiana: esperienze scolastiche, esperienze in ambito lavorativo, esperienze amicali.

Riflettere su di esse può essere un buon modo per esercitarsi a sfruttare tale strumento al meglio.

Inoltre è fondamentale ricordare che ognuno ha la propria modalità per chiedere e dare aiuto. Ciascuno sulla base delle proprie esperienze impara la richiesta e la disponibilità all’ aiuto diversamente. Diventa in questo caso ancora più importante l’aspetto dell’ascolto, dell’empatia e della condivisione dei significati. Non si può dare per scontato infatti che le persone abbiano la stessa esigenza di ricevere e dare aiuto che abbiamo noi: un atteggiamento che per qualcuno può essere gentile, per altri può risultare intrusivo. Perciò è necessario imparare a riflettere e fare attenzione a determinati aspetti, per rendere più efficaci le relazioni e la volontà di aiutare, anche negli ambienti professionali-lavorativi, dove si trascorre spesso la maggior parte della giornata.

Ciò che è importante ricordare è che la relazione di aiuto può rappresentare un valore aggiunto in molti contesti. Nella formazione si parla spesso di “saper fare” e “saper essere”: coltivare questa competenza per arricchire il proprio saper essere al fine anche di sviluppare un più proficuo saper fare, è un concetto che fa fatica ad emergere in molte organizzazioni ed istituzioni.

Tuttavia investire anche su questi aspetti rappresenta a lungo termine una vincente strategia, in grado di migliorare le relazioni e la qualità delle comunicazioni. Comprendere che queste dinamiche non sono scontate e che porvi l’attenzione può favorire la qualità della vita di ciascuno di noi, è un aspetto centrale per la crescita personale e professionale di ogni persona.

Possiamo fermarci un attimo a riflettere su due aspetti della relazione di aiuto (mantenendo a mente comunque la circolarità e la reciprocità che la caratterizzano)

Parte I: Pensando a quando siamo stati aiutati:
1- Quale sono state le relazioni che più mi hanno aiutato a crescere o esprimermi nella mia vita?
2- Che caratteristiche avevano? (che ruolo rivestivano le persone che mi hanno aiutato, quali sono gli aspetti che più mi hanno aiutato, come era la comunicazione)
3- Ci sono stati problemi che ho avuto e che sono stati risolti grazie anche alla relazione con qualcuno?

Parte II: Pensando a quando possiamo aiutare o quando abbiamo aiutato:
1- Ci sono state occasioni in cui hai sentito davvero di aver valorizzato altre persone e averli aiutati?
2- Come ti sei comportato in quelle situazioni?
3- Ci sono situazioni in cui vorresti attivare una relazione di aiuto e non ci riesci?Perchè secondo te?

Prova a rispondere a queste domande, magari anche per iscritto, e confrontare le due parti dell’esercizio: ciò può aumentare la consapevolezza delle relazioni che instauriamo e delle modalità con cui di solito prestiamo aiuto o viceversa con cui ci risulta più facile essere aiutati.

Di Fabio A. (2003) Counseling e relazione di aiuto. Linee guida e strumenti per l’autoverifica, Giunti.
– Un libro molto semplice con esercizi di autoformazione-

Geldard K e D (ed. it. 2005). Parlami, ti ascolto. Le abilità di counseling nella vita quotidiana, Erickson
– Una guida molto pratica per chi si affaccia all’argomento-

Mariani, V. (2005) La relazione educativa di aiuto nelle diverse condizioni ed età della vita, Edizioni del Cerro.
– Un libro utile scritto per analizzare molteplici contesti in cui ci si confronta con la relazione di aiuto-

Rizzolatti G., Sinigaglia C., (2006), So quel che fai, Il cervello che agisce e i neuroni specchio, Raffaello Cortina Editore – Un interessante approfondimento su un argomento di ricerca attuale-