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XXVIII Master CIBA

La mia rabbia, ostacolo o vantaggio?

La mia rabbia, ostacolo o vantaggio?

Dott.ssa Paola Bientinesi

L’autrice
Paola Bientinesi, laureata in Scienze politiche, ha conseguito la qualifica di Counselor al termine del corso triennale di “Counseling ad approccio integrato e promozione della salute”, tenuto dall’AIRP ed è iscritta nel Registro Italiano dei Counselor.

Introduzione
La rabbia è un’emozione scomoda, spesso minacciosa. Tutti noi, investiti dalla rabbia, ne parliamo come di un problema da risolvere; eppure, appena entrati nel vivo delle “ragioni” della rabbia, siamo convinti della sua fondatezza, della sua pertinenza rispetto alla situazione da affrontare.

Da una parte, la rabbia è avvertita come un ostacolo; dall’altra, ognuno ritiene di avere la capacità di modulare l’emozione secondo le circostanze, di esprimere e comunicare quanto vive emotivamente. Tutti riteniamo di avere le competenze emotive necessarie per discriminare quando e come arrabbiarci. Il problema nasce dalla difficoltà di rendere socialmente accettabile le manifestazioni di rabbia, dalla difficoltà di circoscrivere gli attacchi, in modo da renderli proporzionati ai motivi scatenanti.

In questo percorso, vi propongo di rintracciare i fattori psicologici della rabbia per comprendere:

  • perché ci arrabbiamo;
  • come ci arrabbiamo;
  • con chi ci arrabbiamo.

Al termine del percorso, ciascuno di voi sarà personalmente interpellato, per rispondere alla domanda: “La rabbia per me è un ostacolo o un vantaggio?”. Dalla vostra risposta dipenderà il trattamento che voi riserverete alla rabbia che incontrerete nella vostra vita.

Con l’aiuto di Lewis Carrol, rintracceremo due fattori psicologici fonte di rabbia. Ho scelto due immagini tratte daAlice nel paese delle meraviglie (Carrol, 1862, trad. it. 1975, p. 19 e p. 51) seguendo un criterio induttivo: i brani che seguono colgono il senso dell’emozione provata e ci accompagneranno nel percorso interpretativo e negli esercizi.

Alice, diventata di nuovo piccola, cade nel lago di lacrime che aveva sparso quando era alta tre metri. Mentre nuota, cercando una via d’uscita, incontra un topo, a cui si rivolge seguendo le regole della Grammatica Latina, con un “O Topo, conosci il modo per uscire da questo lago? Sono molto stanca di nuotare in quest’acqua, o Topo!”, senza ricevere una risposta.

“Forse non capisce l’inglese” pensò Alice “suppongo che sia un topo francese venuto qui con Guglielmo il Conquistatore”. (Certo Alice, con tutto quello che sapeva di storia, non aveva ancora le idee ben chiare su quanto tempo fosse passato da allora.) E perciò cominciò di nuovo: – Où est ma chatte? – , perché questa era la prima frase del suo libro francese. Il topo fece un saltello fuori dall’acqua, e sembrava che tremasse dalla paura. – Oh, ti chiedo scusa! – esclamò Alice prontamente per timore di aver disturbato i sentimenti del povero animale. – Mi ero proprio dimenticata che a voi non piacciono i gatti.
– Io aver simpatia per i gatti! – urlò il Topo con voce stridula e appassionata. – A te piacerebbero i gatti se tu fossi un topo? – Oh, forse no – rispose Alice in tono dolce per calmarlo: – e non t’arrabbiare per questo. Anche se mi piacerebbe tanto farti conoscere la mia gatta Dina: se solo tu la potessi vedere! Sono certa che poi avresti un debole per i gatti. Dina è una gatta tanto buona e cara – continuò Alice un po’ parlando a se stessa, mentre nuotava pigramente nel lago – e se ne sta seduta vicina al fuoco a fare dolcemente le fusa, leccandosi le zampine e il musetto ed è tanto soffice da tenere in braccio e poi è insuperabile nell’acchiappare topi… Oh, scusami tanto! – si corresse subito Alice, perché questa volta il pelo del topo era irto per la collera ed era certa di averlo veramente offeso. – Non parliamo più della mia gatta, se è questo quello che vuoi.
– E’ meglio, è meglio di no, certamente, – fece il Topo che ormai tremava fino all’ultimo pelo della sua coda. – Come se io mi mettessi a parlare di loro! La nostra famiglia ha sempre odiato i gatti: disgustosi, vigliacchi e volgari animali! Non pronunciare più il loro nome!

Entriamo nella scena: Alice nuota qua e là, cercando un riferimento. Appena si accorge di non essere sola, mette in pratica le regole di grammatica più elaborate, per realizzare una comunicazione efficace con il primo essere vivente con cui condivide lo strano destino di dibattersi in un lago di lacrime. Dal punto di vista di Alice, la comunicazione è centrata sullo sforzo di conoscere se l’interlocutore possiede le informazioni necessarie per uscire dal lago di lacrime. La forma è ineccepibile; la grammatica latina, tuttavia, si rivela inefficace e viene sostituita da un francese corretto, benché avulso rispetto al contesto.
Alice domanda dove sia la sua gatta, ricordando la prima lezione di francese. Il paradosso è che la comunicazione, realizzata con un codice comune – la lingua francese – perde la sua funzione originaria di aiutare Alice a trovare una via d’uscita per avvilupparsi su se stessa, acquistando un duplice significato: affettivo per Alice e minaccioso per il Topo. La gatta Dina richiama immagini care alla bambina (Dina vicina al fuoco), richiama suoni (le fusa) e sensazioni tattili (il pelo soffice); richiama un’immagine piacevolmente sensuale. Il Topo non ha un ascolto empatico: non coglie il legame affettivo e la volontà di Alice di comunicargli l’importanza del suo legame con la propria gatta. Il Topo si ferma alla propria identità di topo e alla minaccia che per lui costituisce la bravura di Dina nell’acchiappare topi.
Il Topo quindi urla con voce stridula e appassionata, mentre Alice cerca di calmarlo, invitandolo a non arrabbiarsi, ma quando si è emozionati sentiamo che molte sensazioni “sono subite, sono necessarie e violente, sono imposte dagli eventi e dal nostro corpo su di noi”. Nel termine passione, un tempo più comune di emozione, “è molto evidente questo senso di passività, di essere in balìa di qualcosa dentro di noi che si subisce, che può farci paura, rattristarci o anche renderci felici” (D’Urso 2001, p. 13).

Il contesto – un lago di lacrime – in cui si svolge la scena ci riporta al sentirsi trasportato, sballottato, sommerso e travolto: sensazioni che si accompagnano alle emozioni che non possiamo controllare.
La minaccia è avvertita dal soggetto, indipendentemente dalla volontà della fonte minacciosa di essere tale; la rabbia non è necessariamente collegata alla effettiva presenza minacciosa (il Topo non sa se nel lago è presente un gatto, ma il solo richiamo al termine lo fa sobbalzare); la rabbia aumenta quando si avverte che l’interlocutore non rispetta la propria reazione di paura, ma, anzi, ripresenta la minaccia. Il contesto, non controllabile dal soggetto, amplifica il senso di paura e la conseguente reazione di rabbia.

La scena ci propone i seguenti fattori scatenanti l’emozione di rabbia:

  • interpretazione soggettiva della fonte minacciosa (pericolo reale o propria attribuzione di pericolo);
  • sensazione di solitudine e di impotenza davanti al pericolo;
  • contesto estraneo.

Nel secondo episodio, Alice è molto piccola e mentre cerca qualcosa da mangiare o da bere per tornare alle dimensioni normali, scorge un grosso fungo, alto quanto lei. Dopo averlo esaminato sotto, ai due lati e dietro, conclude che è il caso di guardare sopra. Si alza sulla punta dei piedi, guarda furtivamente, quando i suoi occhi incontrano quelli di un grande bruco azzurro, che, seduto con le braccia conserte, se ne sta tranquillamente a fumare un lungo narghilè, senza occuparsi né di lei, né di altro.

Il Bruco intento a fumare non sembra emozionato: guarda la bimba tranquillo seduto sul fungo. Con voce assonnata e languida, si toglie la pipa di bocca e domanda ad Alice “Chi sei tu?”. Alla risposta incerta di Alice “Io… io, signore, non so proprio dirvi chi sono in questo momento… so soltanto chi ero questa mattina quando mi sono alzata, ma certamente devo essere cambiata diverse volte da allora”, prima risponde severamente, per poi diventare sprezzante e di umore nero mano a mano che il dialogo sembra rendere ancora più confusa l’identità della piccola bambina.
Segue qualche minuto di silenzio; quando il dialogo riprende, il Bruco sembra aver rinunciato a capire chi sia veramente Alice e sposta l’attenzione su come vorrebbe essere. Ĕ a questo punto che Alice, in modo garbato (“se a voi non spiace”), dichiara che vorrebbe rimanere della stessa altezza, ma di una altezza dignitosa, diversa da quella attuale, che è la stessa del Bruco.

Il Bruco fu il primo a parlare di nuovo.

  • Di che altezza vorresti essere? – chiese.
  • Oh, non ho particolari preferenze circa l’altezza – rispose Alice con prontezza – soltanto che non è bello cambiarla così spesso, sapete.
  • No, non so – disse il Bruco.
    Alice non rispose nulla: mai nella sua vita le era capitato di essere tanto contraddetta e sentì che ormai stava perdendo la pazienza.
  • Sei contenta adesso? – chiese il Bruco.
  • Beh, mi piacerebbe essere un po’ più alta, signore, se a voi non spiace, – rispose Alice: – sette centimetri è infelice come statura.
  • E invece è una bellissima statura! – ribatté il Bruco un poco arrabbiato, drizzandosi tutto mentre parlava (era alto esattamente sette centimetri).

Come nella prima scena, l’attacco alla individualità dell’interlocutore non è intenzionale, ma viene percepito come tale dall’animale, della stessa “infelice” statura. Se nel primo caso Alice attacca la figura del Topo, minacciandone l’integrità, dal momento che tesse le lodi del gatto, suo nemico storico, in questo caso il Bruco si sente sminuito dalla volontà della bambina di differenziarsi da lui, ritenuto in qualche modo inadeguato, troppo basso, non “all’altezza”. L’immagine richiama direttamente il sentirsi sminuiti, piccoli, invisibili. Il sentirsi chiamato con un diminutivo, non sentirsi apprezzato, il sentirsi ignorato nelle proprie istanze e nella propria individualità costituiscono, come vedremo, fonti di rabbia.

Sia il Topo che il Bruco provano rabbia: una reazione emotiva all’azione di Alice. L’irritazione violenta provata e le azioni conseguenti sono vissute come legittime. Nei confronti di Alice, la manifestazione di rabbia ha l’importante funzione educativa, che si svolge attraverso la dissuasione: “Non pronunciare più il loro nome!”, urla il Topo tremante, con il pelo irto per la collera. “E’ una bellissima statura!”, ribatte il Bruco arrabbiato, drizzandosi tutto.

La funzione interpersonale è chiara: impedire ad Alice di continuare ad esternare i suoi sentimenti per la gatta e distogliere Alice dai suoi atteggiamenti svalutanti nei confronti dell’altezza di sette cm. Il Topo ed il Bruco, arrabbiandosi, inviano ad Alice un chiaro messaggio: “Non avere più questo atteggiamento”.

James Averill (cit. in D’Urso, Trentin 1988, p. 173) individua tre caratteristiche della rabbia: in primo luogo, la rabbia insorge quando la responsabilità di un evento che consideriamo negativo è attribuita ad una persona adulta e responsabile. Ciò significa che “ci permettiamo” di arrabbiarci solo nel caso in cui attribuiamo la responsabilità delle nostre frustrazioni o disagi agli altri. In secondo luogo, l’evento che suscita rabbia è considerato evitabile, cioè non è fatale né necessario. La rabbia, in questo caso, è indirizzata contro chi avrebbe potuto evitare la frustrazione subita e non l’ha fatto. Una terza caratteristica della rabbia è che si ritiene che non ci sia una motivazione valida a supporto dell’evento che suscita in noi l’emozione. L’evento che arreca danno è gratuito e non porta dei vantaggi a nessuno. Secondo Averill, solo l’11% delle persone si arrabbia per degli eventi ritenuti volontari, ma giustificati dalle circostanze.
Generalmente, ci arrabbiamo quando riteniamo che la persona che scatena la nostra rabbia abbia agito consapevolmente; che avrebbe potuto evitare di agire in quel modo e che la sua azione non abbia prodotto vantaggi o almeno non abbia prodotto vantaggi proporzionati al danno arrecato.

Sia la rabbia del Topo che quella del Bruco seguono questa regola: Alice ha di fronte un topo ed un bruco di sette cm; avrebbe potuto evitare di parlare di Dina e avrebbe potuto omettere la critica alla statura del bruco. Inoltre, nonostante il richiamo del Topo e le domande circospette del Bruco, Alice continua (perdendo anch’essa la pazienza, sentendosi continuamente contraddetta) a ricordare il proprio gatto, citandone l’abilità nel catturare topi e a denigrare la statura del Bruco. Infine, Alice non consegue alcun vantaggio dal perseverare nei propri comportamenti. Agli occhi del Topo e del Bruco, la crudeltà di Alice è gratuita.

Le manifestazioni corporee di rabbia nell’uomo assomigliano a quelle del Topo e del Bruco. Il volto cambia ed assume un’espressione tipica, simile in tutti i popoli della terra, evidente nei bambini, anche piccolissimi, come negli adulti. La bocca si spalanca e mostra i denti, che negli animali rappresentano l’arma più pericolosa. I denti sono un deterrente visivo e sonoro: pensiamo al dantesco “stridore di denti”, che richiama un digrignare minaccioso e rivela un impulso a mordere gli altri ma anche se stessi. Un morso eterno, nell’inferno dantesco, condanna gli iracondi gli uni contro gli altri.

Nello spalancarsi, la bocca arrabbiata emette una voce, che si fa più intensa, con un volume più alto, fino all’urlo stridulo e appassionato del Topo. Il respiro si fa affannoso, irregolare, tumultuoso. Un altro aspetto di quello che Paul Ekman ha definito come “programma facciale delle emozioni” (Ekman 1972; 1977, cit. in D’Urso e Trentin 1988, p. 106) sono le modificazioni della parte superiore del viso. Le sopracciglia sono aggrottate e la fronte è segnata da profonde rughe orizzontali. Il colore del viso cambia, diventando rosso acceso; gli occhi si fanno brillanti e protrudono dalle orbite. Lo sguardo si fa intenso e si concentra sul bersaglio della rabbia.

Ekman definisce “primarie” o “fondamentali” alcune emozioni, quali la rabbia, la sorpresa, la gioia e il disgusto, che si manifestano in modi identici in tutte le culture umane.

Associate ai cambiamenti nel volto, sono molte funzioni fisiologiche, quali il tremolio del Topo o la tensione del Bruco. La somiglianza delle reazioni umani e animali farebbe propendere per l’interpretazione biologica della rabbia, per cui le nostre reazioni derivano dal nostro retaggio biologico di animali, che per difendersi e per impaurire l’aggressore mostrano i denti, ruggiscono, rizzano il pelo e non esitano ad aggredire. Secondo l’interpretazione biologica, chi si arrabbia ha un’emozione facciale primitiva e delle reazioni che, almeno in parte, costituiscono un residuo delle reazioni tipiche degli altri animali o degli uomini primitivi. La rabbia è quasi sempre disfunzionale sul piano sociale; è determinata dall’istinto, non si apprende, ma si attiva meccanicamente; non è utile socialmente.

Secondo la tesi opposta, le manifestazioni di rabbia costituiscono mezzi molto efficaci e sofisticati per negoziare i rapporti sociali. L’interpretazione “sociale” della rabbia evidenzia i vantaggi che le persone arrabbiate conseguono dalle manifestazioni emotive.

Spesso la rabbia ha l’obiettivo di “proteggere il proprio valore, le necessità e le convinzioni, riconoscendo contemporaneamente la dignità degli altri”, secondo la definizione di Les Carter (2003, p. 73) di “rabbia salutare”. In questo senso, come per il Topo e per il Bruco, “anche quando non genera l’effetto armonizzante desiderato, la rabbia può servire a chi la esprime per consolidare il rispetto di sé” (ibidem, p. 46). Ci si arrabbia per comunicare agli altri che si crede nella propria dignità, che si vuole essere considerati, che si è convinti dell’importanza vitale delle proprie opinioni. In questo senso, la rabbia è un mezzo utile ad esprimere qualcosa di profondamente nostro, ha delle funzioni positive, anche se spesso la sua espressione è disfunzionale.

La rabbia ha la funzione positiva di sostenere con fermezza ciò in cui si crede; di esprimere un’autentica preoccupazione per le scelte altrui, ritenute sbagliate; consente di stabilire i confini personali, “piantando paletti” invalicabili; esprime l’esigenza di essere rispettato. Si reagisce con rabbia per attenersi alle proprie convinzioni, reagendo al tentativo di altri di manipolarci; ci si arrabbia per evidenziare in modo netto le proprie esigenze personali; per avvalorare il nostro punto di vista e invitare gli altri a considerarlo; per ripristinare le priorità delle nostre scelte rispetto alle sfide di ogni giorno.

Se riusciamo a collegarla a motivazioni costruttive, la rabbia smette di essere un’emozione che intrappola, per diventare un impulso ad assumere un approccio propositivo nella risoluzione dei conflitti. La “rabbia assertiva” è funzionale alla protezione del valore personale, delle proprie esigenze e convinzioni, nel rispetto del riconoscimento della dignità dell’altro.
“Arrabbiarsi significa impersonare un ruolo sociale transitorio che permette di ottenere degli effetti comunicativi speciali” (D’Urso 2001, p. 74). Le persone arrabbiate dimostrano, con le loro modalità espressive, che l’argomento in gioco sta loro a cuore; esternano quali legami interpersonali sono bersaglio della loro ira; quanto pesino i vari aspetti in gioco.

Il Topo ed il Bruco manifestano la propria rabbia e raggiungono il loro obiettivo: il Topo impedisce ad Alice di continuare a minacciarlo psicologicamente e il Bruco di denigrare la propria identità. L’atteggiamento di Alice cambia conseguentemente: al topo che la apostrofa, intimandole di non pronunciare più la parola “gatti”, risponde prontamente “Certo, certo non lo farò!”, salvo poi raccontare di un cagnolino tanto carino, bravissimo ad uccidere topi.
Il dialogo va meglio con il Bruco, sostenitore della bellezza della statura di sette cm. Alice, in tono compassionevole, protesta: ”Ma io non ci sono abituata!”, pensando che vorrebbe che quegli animaletti non si offendessero così facilmente ed alla replica: “Col tempo ci farai l’abitudine”, attende pazientemente in silenzio che il Bruco parli di nuovo e le riveli la soluzione al proprio problema di altezza.

Riportare il vissuto di rabbia a funzionalità di tipo adattivo significa dunque impiegare l’energia prodotta dalla rabbia, di origine istintuale, in modo funzionale rispetto ai propri scopi, definiti nell’hic et nunc.
Per noi, questo enunciato si concretizza nella possibilità di utilizzare la rabbia come forza propulsiva per raggiungere i propri obiettivi, familiari o lavorativi, salvando l’interazione con i familiari o con i colleghi.

Quali ostacoli incontriamo nel riportare la rabbia a funzionalità di tipo adattivo?

Vediamo i motivi per temere la propria ira. Quando ci arrabbiamo, ricorda D’Urso (2001, p. 16), “è come entrare in una battaglia con armi letali, che però controlliamo poco e maneggiamo con difficoltà, armi senza la sicura che sparano quasi da sole, rivolte non solo verso il nostro nemico, ma un po’ contro tutti”. Siamo precipitati in uno stato di belligeranza in cui non padroneggiamo più le nostre azioni, in cui temiamo di fare cose terribili, incontrollabili. Con le parole di Aristotele, “Chiunque può arrabbiarsi – è facile.. ma arrabbiarsi con la persona giusta, in modo giusto, nel momento giusto e per la causa giusta – questo non è da tutti e non è facile” (Etica nicomachea 1109 a 5, cit. in D’Urso 2001, p. 17).

La rabbia può essere adattiva, a condizione che sia rivolta contro la persona giusta. Questa prima e fondamentale condizione è largamente disattesa nella nostra esperienza quotidiana.

Ciascuno di noi, con molta probabilità, ha in mente un lungo elenco di situazioni in cui la rabbia è sfogata sulla persona sbagliata. D’Urso (2001, p. 48) riporta una stima attendibile, per cui almeno il 40% degli episodi di rabbia viene commentato dall’arrabbiato. La caratteristica comune dei resoconti è che si ritiene sia sempre l’altra persona ad avere iniziato; che sia lei ad avere tutti o quasi tutti i torti. “Nessuna rabbia, nessuna intemperanza o violenza sembra più giustificata di quella che viene dopo un torto altrui, come se la regola della reciprocità assolvesse da ogni peccato”. Il problema della attendibilità di quanto ritenuto sorge al momento in cui si deve esporre le ragioni dell’altro. “Mentre ciascuno di noi, riferendo di una disputa, conosce bene e sa riferire eloquentemente le proprie ragioni, le ragioni dell’altro sono monche, confuse, contraddittorie, quando non addirittura assenti” (ibidem).

La manifestazione di rabbia è disfunzionale, quando non ha relazione con una chiara valutazione della situazione e delle responsabilità dell’altro. Se ripenso ad un episodio in cui mi sono arrabbiato, rintraccio in modo evidente la volontà di affermare me stesso ed il mio sistema di riferimento. Si interpreta il ruolo di vittime al fine di accentuare il valore della propria posizione e di rendere oggettivo il significato dei propri diritti offesi. In questo senso, raccontare la propria rabbia diventa un po’ come raccontare le proprie imprese, con la differenza che si evita di apparire presuntuosi o vanitosi. Siamo di fronte ad un’apparente contraddizione: da una parte vogliamo risolvere i problemi causati dalla nostra rabbia; dall’altra, agiamo con una “strategia rabbiosa”, persistentemente, coerentemente rispetto ai nostri obiettivi, valutando positivamente i risultati del nostro agire.

In questo contesto, è essenziale riconsiderare la propria esperienza come una delle possibili risposte in un certo contesto e in un momento storico. Valutare le conseguenze del proprio agire e rivivere la situazione da più punti di vista è la premessa per ricostruire una possibile diversa storia, più funzionale rispetto alla propria volontà di comunicare costruttivamente. In questo senso, spesso le apparenti vittorie conquistate con rabbia in realtà nascondono l’incapacità di comunicare in modo assertivo i propri bisogni il proprio sentimento di inadeguatezza e la propria solitudine.

Arrabbiarsi con la persona giusta” “non è da tutti e non è facile”: le statistiche confermano la convinzione aristotelica, dal momento che almeno un quarto delle nostre arrabbiature è diretto verso la persona sbagliata. “Succede, per i motivi più vari, che invece di prendercela con chi è la vera causa delle nostre frustrazioni, scarichiamo la rabbia sulle persone che ci sono vicine, che non si vendicheranno di noi e che – speriamo – sono più disposte a essere indulgenti e a perdonarci” (D’Urso 2001, p. 57).

In più di un terzo dei casi, infatti, ci arrabbiamo con le persone che amiamo di più. Quasi un altro terzo della nostra ira è provocato da amici o da persone che ci piacciono. Gli estranei o i semplici conoscenti rappresentano soltanto un quinto delle cause di rabbia. Infine, chi odiamo non ci fa arrabbiare se non il 10% delle volte.
La familiarità favorisce l’espressione delle emozioni; siamo inclini a manifestare i nostri stati d’animo alle persone vicine, senza mediazioni o filtri. La familiarità comporta un elevato grado di interdipendenza e quindi di coinvolgimento. Il legame affettivo, infine, rappresenta una garanzia: sappiamo che possiamo essere spontanei nelle espressioni anche di emozioni forti, in quanto il sentimento, più stabile e fondato, è in grado di contenerle. ““Innamorato”, “arrabbiato” e “spaventato” – ci ricorda Bowlby (1969, p. 155) – appartengono allo stesso gruppo, perché in ogni caso la previsione è a breve scadenza, è abbastanza precisa e limitata alla situazione attuale; questi termini di solito vengono classificati come denotanti emozioni”. In questo senso, possiamo pensare che l’”affetto”, “usato per denotare un’ampia gamma di esperienze vissute”, così come “il “sentimento”, termine spesso usato in questo senso ampio”, permangano e accolgano l’emozione, “termine usato in senso più ristretto”, in quanto esperienza transitoria, non stabile (ibidem, p. 137).

Il carattere impermanente delle emozioni spiega la bassa percentuale riservata alla rabbia provocata da persone che si odiano. Come accade con le persone estranee e con i conoscenti, così non stiamo molto tempo insieme alle persone che odiamo. Inoltre, per il fatto che nutriamo per esse sentimenti di antipatia, animosità, rancore, odio, abbiamo, direbbe Bowlby, “delle previsioni a lunga scadenza”, che si traducono in una attesa di atteggiamenti e comportamenti poco rispettosi della nostra dignità e dei nostri bisogni. L’emozione autentica è legata ad un’esperienza transitoria. Nella nostra rabbia c’è la sorpresa; l’altro, ferendoci, tradisce le nostre aspettative e ci attiva emotivamente.

Carter (2003, p. 205) cita come “uno dei maggiori ostacoli a un’appropriata comunicazione della rabbia” la “tendenza dell’arrabbiato a parlare con toni di superiorità. Anche quando il messaggio della rabbia è ragionevole, è molto probabile che il suo destinatario lo rifiuti, se esso è accompagnato da un atteggiamento umiliante”. L’atteggiamento da Genitore normativo, da giudice, da superiore ostacola la comunicazione. In Analisi Transazionale (A.T.) la comunicazione da Genitore normativo può continuare solo nel caso in cui l’interlocutore accetti uno Stato dell’Io Bambino. Altrimenti, la comunicazione si interrompe.
Cartes afferma che molte persone, trattate “dall’alto in basso”, cercano di guadagnare la superiorità. La persona attaccata può autoconvincersi che l’interlocutore sia un inetto, che quanto dice non ha valore; può obiettare elencando tutte le proprie ragioni o sfogarsi con una terza persona; può reagire con una non cooperazione. Comunque, “ogni volta che percepiamo che un altro ha una bassa opinione di noi, è probabile che siamo tentati di capovolgere la situazione, mettendoci in qualche modo al di sopra del nostro antagonista. E’ una forma di rabbia “non produttiva”: “si trasforma la comunicazione in una battaglia per il predominio (ibidem, p. 206).

Si tratta di un’ipotesi sostenuta anche da Walters e Grusec (1977, cit. in Gergen e Gergen 1981, p. 387) in relazione al sistema punitivo. “Una delle ragioni del fallimento del sistema punitivo sta nella rabbia che il persecutore provoca nella sua vittima e nel fatto che quest’ultima cercherà di ottenere giustizia”. La “miopia” emersa nei resoconti degli arrabbiati, focalizzati soltanto sulle proprie ragioni; la constatazione che molto spesso la rabbia è diretta verso la persona sbagliata; l’atteggiamento giudicante di chi si arrabbia costituiscono incentivi alla reazione, anziché deterrenti, dal punto di vista del destinatario dell’ira, che può tradursi in una risposta rabbiosa e dare inizio ad una “spirale di rabbia”.

L’articolata ricerca svolta agli inizi degli anni sessanta da Schachter e Singer (1962, cit. in D’Urso e Trentin 1988, p. 246 e 271) conferma che l’attivazione fisiologica o arousal, indotta da vari fattori, tra cui la somministrazione di epinefrina o dall’attività sportiva, incrementa la suscettibilità emotiva. Ciò significa che la collera tenderà ad aumentare, almeno per un certo intervallo temporale, proporzionalmente alle manifestazioni di rabbia. L’ira è alimentata dalla nostra stessa attivazione di rabbia, come dal comportamento delle persone che ci circondano.

In questo senso, potremo dire che una rabbia costante, tipica del proprio quadro comportamentale, non può, per definizione, essere adattiva, sia in quanto attivatrice di altra rabbia, sia in quanto logorante per la propria salute.
A livello cerebrale, la rabbia, in quanto emozione, attiva il sistema libico ed in particolare l’amigdala. Nei momenti di rabbia, si hanno delle modificazioni rilevanti a livello vegetativo, quali l’aumento della pressione arteriosa, l’accelerazione del respiro, la dilatazione della pupilla, l’irregolarità della frequenza cardiaca, la tensione muscolare, la vasodilatazione periferica e la vasocostrizione viscerale. A livello ormonale, aumentano le secrezioni di adrenalina e di noradrenalina (Darley, Glucksberg, Kamin e Kinchla 1984, pp. 339 ss.).

Si tratta di modificazioni fisiologiche tipiche del quadro comportamentale di tipo A, caratterizzato da un atteggiamento fortemente competitivo, diretto al riconoscimento personale, particolarmente attivo fisicamente e mentalmente. Tra gli individui di tipo A, un numero significativamente alto è affetto da cardiopatie, da disturbi cardiocircolatori, quali ipertensione e ipercolesterolemia. Sono gli individui di tipo A ad avere più frequenti e vistose manifestazioni di rabbia. Le ricerche dimostrano una correlazione tra libero sfogo della rabbia – così come tra ruminazione e ostilità repressa – e patologie a carico del sistema cardiocircolatorio.

L’energia sprigionata dalla rabbia può essere metaforicamente vista come l’argilla che viene modellata e resa più funzionale rispetto alle proprie esigenze.
In questo senso, la rabbia “sarà sempre vissuta come una forte tendenza ad avvicinarsi e a sfidare gli ostacoli” (Guidano 2007, p. 185); tuttavia, per coglierne i vantaggi, occorre riconoscerla, accoglierla e comprenderla. Occorre allargare la propria “trama narrativa”, “riconoscendo e aggiustando delle discrepanze tra l’immagine cosciente/linguaggio tematico e l’esperienza immediata/emotiva” (ibidem, p. 191).

Guidano (ibidem, p. 211) assegna un ruolo importante alle cosiddette emozioni negative – quali la rabbia – nell’”opera di auto-organizzazione degli esseri umani”, in quanto ogni emozione negativa “presenta un profilo specifico”. Cercare il piacere non assicura la sopravvivenza; è meglio evitare la sofferenza.

Poniamoci alcune domande:

  • A quali ostacoli sto avvicinandomi e quali ostacoli sto sfidando con la mia rabbia?
  • Cosa dice del mio modo di essere questa emozione?
  • Come posso affrontare questi stessi ostacoli, coerentemente con il mio profilo, in un modo più flessibile, che non abbia gli effetti negativi della rabbia?

Della rabbia mi piace l’”andare verso”, l’affrontare, lo sfidare gli ostacoli. Socialmente, la rabbia presenta dei vantaggi: in alcuni contesti, può costituire una carta vincente, in quanto intimidisce la controparte e infonde energia. Porta a sottovalutare il pericolo ed è propulsiva. Tenendo presente quanto abbiamo detto a proposito del meccanismo reattivo che innesca, una reazione irata può servire da deterrente molto più efficacemente di una comunicazione razionale.
Albert Bandura (1973, cit. in Darley, Glucksberg, Kamin e Kinchla 1984) definisce “autoefficacia” la sensazione di poter ottenere ciò che vogliamo. Riprendendo la citazione aristotelica, quando ci arrabbiamo con la persona giusta, in modo giusto, nel momento giusto e per la causa giusta possiamo ottenere tre vantaggi: otteniamo ciò che vogliamo; affermiamo la nostra posizione nei confronti del destinatario della nostra ira; rafforziamo il nostro empowerment.

Secondo D’Urso (2001), in almeno tre quarti dei casi l’ex arrabbiato dichiara di avere ottenuto ciò che si prefiggeva, nonostante deplori le conseguenze negative per la relazione con gli altri. Un altro terzo delle persone dichiara di aver rafforzato la propria immagine pubblica. Infine, circa il 50% delle arrabbiature si ritiene sia stato funzionale a far cambiare opinione agli altri ed a farli agire secondo la propria volontà.

Le persone connotano positivamente la propria ira quando è servita a migliorare la propria immagine; quando produce cambiamenti; quando rafforza la relazione con una persona con cui siamo affettivamente legati.
L’ambivalenza dei vantaggi della rabbia è evidente nella nostra cultura, che premia le persone infuriate: seppure ritenute non gradevoli e non affascinanti, esse infatti suscitano timore ed ottengono molto dagli altri, interessati a concludere l’interazione nel più breve tempo possibile. Il potere, in questo caso, risiede proprio nella minaccia che le persone arrabbiate rappresentano.

La rabbia conferisce autenticità, coinvolgimento, suscita emozioni, talvolta analoghe, talvolta complementari (pensiamo alle transazioni Genitore-Bambino), inducendo alla sottomissione e al consenso.

Quando la rabbia copre la razionalità, comunque perseveriamo nel tentativo di razionalizzare l’accaduto, anche se si tratta di un’emozione e delle sue conseguenze. Proviamo a ricordare l’ultima volta in cui ci siamo arrabbiati e confermeremo quanto appena letto: abbiamo continuamente bisogno di spiegarci le cose, soprattutto quelle che riguardano noi stessi. Come dice Guidano (2001), la spiegazione è funzionale al mantenimento della mia autostima.
Con l’aiuto dell’esercizio che segue, ciascuno può cercare di ricondurre a sé la rabbia:
non mi è stata data da altri, ma rappresenta il mio modo specifico di reagire in quel contesto. In questo senso, è essenziale riconoscere la sua funzione adattiva, che nel passato, in un diverso contesto, poteva rappresentare una risposta idonea ad un problema. Il ricondurre a sé, automaticamente, svuota di potenza l’emozione; non ho più di fronte un nemico da eliminare, ma comprendo in me le rigidità di una risposta emotiva.

Esercizio: Topo o Bruco?

  • Ripenso ad un episodio in cui mi sono arrabbiato. Mi sono sentito più Topo (solo e impotente davanti al pericolo) o Bruco (sminuito, piccolo, invisibile)?
  • Scrivo le ragioni della mia rabbia;
  • Scrivo le ragioni della persona che ha provocato la mia rabbia;
  • Provo a comunicare all’altro, come se l’altro fosse di fronte a me, come mi sono sentito quando mi sono arrabbiato, iniziando sempre con “Quando . . , io mi sento”;
  • Provo a proporre all’altro di affrontare la situazione in modo da non sentirmi più né Topo, né Bruco.

Dolce tesoro mio, come stai?
Anche oggi ti ho cercata al telefono e tu non c’eri,
ma lì, nella tua lontananza, ti trattano bene?
Mi raccomando: se solo ti sfiorano un capello,
tu mandami a dire,
che con la rabbia del corpo
mi mangio le strade e ti raggiungo,
e dopo voglio proprio vedere.
Pino Roveredo, Mandami a dire

 

Credo che l’esercizio sia stato faticoso. Modellare la rabbia non è facile, né veloce. A questo punto, però, possiamo iniziare a conoscere le possibili alternative che fino ad ora ignoravamo. Riconoscendo, nell’hic et nunc, quali sono le esigenze a cui rispondiamo abitualmente con la nostra rabbia, possiamo valutarle da più punti di vista e scegliere la strategia comportamentale più adattiva. Finalmente, possiamo provare a modellare la nostra rabbia e indirizzarla per raggiungere i nostri obiettivi.
Si tratta di un percorso in cui acquistano spessore elementi che prima non vedevamo, come gli oggetti in una stanza, quando spegniamo il neon, per accendere una candela.
Vi dedico un’immagine di Bianca, una ragazza che ho seguito. Quando si arrabbia, si sente in un tunnel e vede tutto ovattato: le persone e le cose intorno a lei spariscono e resta solo la fine del tunnel: l’oggetto della sua rabbia, da annientare quanto prima. Accendere la candela significa accettare che ci sia un altro diverso da noi; che l’altro veda le cose in modo diverso, significa provare ad ascoltare la sua storia.
Allora, faremo spazio all’altro, che non sarà più un pericolo, né una minaccia per la nostra identità.

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