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XXVIII Master CIBA

La creatività

La creatività: ricercarla, riconoscerla e nutrirla

Dott.ssa Rosy Alaia

L’autrice
Napoletana di nascita e di formazione, la Dott.ssa Rosy Alaia, vive e lavora a Milano, dove si occupa di revisione contabile, controllo di gestione e pianificazione strategica per lo sviluppo di nuovi prodotti.

Ex allieva del Master CBA organizzato dall’Associazione Eraclito 2000, fa parte del corpo docente dello stesso a partire dal 2007.

E’ musicista diplomata in Pianoforte presso il Conservatorio di Salerno e svolge privatamente attività didattica. Dipinge e disegna.

Tutte le fotografie, che costituiscono parte integrante del testo, sono state scattate dall’autrice durante i suoi viaggi.

Io lavoro con i numeri; numeri da controllare, da validare, da interpretare, da estrarre, da prevedere…

E spesso mi sento chiedere: “ma come fai tu, che sei così creativa, a stare tutto il giorno con la testa fra i numeri?”. Lungo la strada che cerca una risposta a questo ritornello, mi interrogo sulla possibilità di rilasciare creatività fra i numeri di tutti i giorni e sulla necessità di coltivare la propria personalità creativa.

Mi piace introdurre questa riflessione sulla creatività con la frase con cui Clarissa Pinkola Estès inizia un capitolo del suo libro Donne che corrono coi lupi.
“La creatività è multiforme. Ora assume una forma, ora un’altra. E’ come uno spirito abbagliante che appare a tutti noi, ma è difficile a descriversi perchè le voci non concordano su quel che si è visto nel lampo brillare”.

Che essa si manifesti attraverso la cura della casa, una composizione musicale o una campagna pubblicitaria, è facile riconoscerne gli indizi, difficile ricondurne gli elementi ad oggettività.
In molti hanno provato ad individuare gli elementi che ricorrono nel concetto di creatività.

Così Platone: “In effetti, per qualsiasi cosa che proceda da ciò che non è a ciò che è, senza dubbio la causa di questo processo è sempre una creazione”;
Picasso: “Ogni atto di creazione è, prima di tutto, un atto di distruzione”;
Freud: “La creatività è un tentativo di risolvere un conflitto generato da pulsioni istintive biologiche non scaricate, perciò i desideri insoddisfatti sono la forza motrice della fantasia ed alimentano i sogni notturni e quelli a occhi aperti”.

Nonostante gli illustri tentativi di ricondurre la creatività a forme logiche, la società fa spesso della creatività un mito romantico, collocandola in un ambito elitario, fatto di celebrità e miti.
La creatività viene quasi sempre associata agli artisti, ai nati “sotto Saturno”, a quelle personalità associate a sofferenza e a vite con evoluzione drammatica, come il poeta e scrittore Cesare Pavese, il narratore americano Ernest Hemingway, il pittore Vincent Van Gogh.

La relazione tra creatività e follia costituisce un enigma che affascina ed inquieta il pensiero occidentale da millenni. La prima formulazione che si conosca di questo quesito risale ad una nota inserita nel canone aristotelico, che conosciamo con il nome di problemata XXX. “Perché tutti gli uomini eccezionali, nell’attività filosofica e politica, artistica e letteraria, hanno un temperamento melanconico, alcuni a tal punto da essere perfino affetti dagli stati patologici che ne derivano?”.

La creatività – afferma lo scrittore Piperno – nasce dalla vita e dal sangue. Sia Levi che Nabokov, se non fossero stati visitati e percossi, in vario modo, dal “demone della storia” forse non sarebbero neppure diventati scrittori. Entrambi hanno perduto la loro esistenza “normale”, la loro quotidianità. Levi, costretto dall’esperienza allucinante di Auschwitz a fare i conti freddamente con l’orrore (“Auschwitz ha fatto di me un intellettuale”), Nabokov obbligato dal comunismo e poi dal nazismo a emigrare prima in Germania, poi Francia e quindi negli Stati Uniti, dove scrisse il suo capolavoro Lolita.

La risposta che lo “pseudo” Aristotele dà al quesito da lui stesso formulato è che “i melanconici sono persone eccezionali, non per malattia ma per natura”. Non è la malattia che li fa grandi, dunque, ma è la loro grandezza che è tale da superare la malattia.
In questo senso, da una prospettiva più personale, la sofferenza potrebbe essere configurata come un punto di partenza, un modo per rinnovare la nostra percezione delle cose. La creatività, si configura in quest’ottica come quella capacità di trovare parole, immagini, suoni, con le quali esprimere pensieri ed emozioni, o meglio ancora tradurre la nostra vita interiore e quindi, in definitiva, noi stessi, in forme fruibili attraverso i nostri sensi.

La sofferenza rappresenta quindi uno degli stimoli del processo creativo (ma non l’unico), che permette di superare o sublimare l’esperienza di dolore.
Ognuno di noi, senza eccezioni possiede ciò che Jung definiva “istinto creativo”. Siamo chiamati a trovare una nostra collocazione nel mondo, a farne parte con la nostra originale personalità, sebbene nessuno possa chiederci di diventare artisti eccelsi. [T. MOORE]

La creatività, dunque, permea la vita di tutti i giorni; può essere esercitata con l’umorismo, con la preghiera, con la cura delle piante, il modo in cui gestiamo le nostre relazioni e i nostri interessi.
Attraverso la creatività modelliamo il nostro mondo.

La creatività é pertanto a portata di mano di ciascuno di noi.

Gli studi sul Pensiero Laterale mostrano infatti come l’essere creativi non dipende esclusivamente dalla genetica. I geni non sono infatti capaci di gestire i cambiamenti fisici e mentali che si manifestano nell’arco di una vita. Ed invece è proprio in seguito a cambiamenti che accadono nella vita di ciascuno, di fronte a problematiche che possono apparire irrisolvibili proprio a causa dell’insuccesso di ogni tentativo teso a cercare soluzioni sulla base di schemi mentali e comportamenti obsoleti, che la rilettura creativa assume un senso, vincente.
La creatività è quindi il modo di saper utilizzare la plasticità del cervello per rispondere alla complessità degli eventi, mettendo in funzione le molteplici ed articolate funzioni intellettive di cui ciascuno di noi é geneticamente dotato.

“Come un blocco di marmo prende la forma pensata dalla creatività dello scultore, così il cervello di ciascuno di noi può essere potenziato da noi stessi, migliorando coscientemente le funzioni intellettive, ed acquisendo in tal modo un benessere derivante dalla fiducia nelle proprie naturali capacità creative”. [P. MANZELLI]

Ricordiamo che “divenire creativi” non vuol dire necessariamente inventare qualcosa di nuovo o essere originali per forza, ma essenzialmente significa trovare soddisfazione nell’utilizzare al meglio entrambe le potenzialità di sviluppo del proprio essere.

Il lato individuale della creatività, però, non è sufficiente ai fini della sua piena espressione.
Capacità relazionali e, in particolare, la capacità di accedere alle risorse, sono fattori che condizionano l’emergere e l’affermarsi della propria produzione creativa, altrimenti condannata all’anonimato delle buone intenzioni. In questo caso, molti tratti di personalità, legati all’interazione con l’esterno, sono importanti nel contribuire all’affermazione dei propri prodotti. Tra questi: socievolezza, perseveranza, indipendenza di giudizio e capacità di non lasciarsi sopraffare dalle critiche, autorevolezza, assertività, capacità di leadership, doti di comunicazione.
Si tratta di elementi che a vario titolo possono essere riconosciuti nelle biografie delle personalità creative più eminenti. Tali qualità, però, non sembra di per sé siano sufficienti. Ha un suo peso anche il modo in cui una data società, e le comunità che la compongono, riconosce e premia l’eccellenza. [A. PRETI, P. MIOTTO]

Erroneamente si crede che la creatività si esaurisca nella risoluzione di problemi (problem-solving), che è piuttosto una proprietà dell’intelligenza. Secondo molti studiosi, invece, l’individuo creativo sembra indirizzato alla individuazione di problemi (problem-finding), la cui soluzione può sempre essere prodotta secondo schemi conosciuti.

Mentre il problem-solver, per la risoluzione dei problemi che ha di fronte spesso si basa sull’applicazione di algoritmi o comunque regole che, per quanto complesse, sono comunque costanti e fisse, il problem-finder, invece, riesce a ri-formulare il problema da risolvere secondo punti di vista inusuali.
La capacità di individuare in maniera innovativa i problemi contribuisce, inoltre, a sviluppare un pensiero più produttivo e potenzialmente “divergente”.

Guilford ha definito “produzione divergente” la “capacità di trovare più di una soluzione per lo stesso problema, immaginando, scoprendo, inventando”. Al contrario, la “produzione convergente” consiste nel fornire una sola risposta (quella standardizzata in base ad un apprendimento precedente, un’esperienza positiva ripetuta, ecc.).

Oggi la creatività, specie in campo scientifico e tecnologico, è sempre più affidata ai gruppi piuttosto che ai singoli.
In questo contesto, come sappiamo, assumono rilievo le capacità di lavorare in team, di gestire le persone, di collaborare, di essere orientati agli obiettivi.
Nelle aziende i managers si trovano sempre più frequentemete a dover far fronte alla necessità di produrre idee creative, non solo nell’ambito della pubblicità e della moda, un tempo considerate icone-templi dell’estro creativo.
Le comunità di ricercatori e scienziati e le aziende per cui l’innovazione è una risorsa strategica si stanno interrogando per individuare le tecniche più efficaci di promozione e gestione del processo creativo.

Il “Brainstorming”, è una tecnica che viene utilizzata per sviluppare la creatività delle organizazzioni. SecondoOsborn le quattro regole per un efficace branistorming sono:
1.don’t criticize,
2.quantity is wanted,
3.combine and improve suggested ideas,
4.say all ideas that come to mind, no matter how wild.
In una sessione di brainstorming dunque è necessario (1) non ammazzare nessuna idea con le critiche, (2) sviluppare quante più idee e spunti possibili, (3) combinare le idee e costruire gli uni sui suggerimenti degli altri, (4) non rinunciare ad esprimere alcuna delle idee che vengono in mente.

E’ necessario però essere anche in grado di gestire il processo creativo.
Alcuni, che rifuggono il conflitto – o valorizzano esclusivamente il proprio approccio – evitano il confronto delle idee. Assumono e considerano solo persone simili a loro stessi, cadendo nella sindrome confortante del clone. Altri valorizzano la diversità senza tenere in considerazione la problemativa della gestione della comprensione.
Diventa pertanto fondamentale la comprensione della diversità ed il rispetto dell’originalità propria di ognuno per la proficua realizzazione di un processo collettivo di creazione.

Il genio è l’uno per cento di ispirazione e il novantanove per cento di sudore.
Thomas Edison

Tutti possono essere, qualche volta, “creativi”. Nessuno lo può essere sempre, né diventarlo a comando. I migliori maestri, sono quelli che sanno come incoraggiare, stimolare e governare quel processo intuitivo che porta a una soluzione inaspettata, senza mai dimenticare quella finezza di progettazione e di realizzazione che viene da un grande e prezioso patrimonio di esperienza.

David Ogilvy diceva: «non avete alcuna probabilità di avere una buona idea se prima non “fate il compito”, analizzando a fondo l’argomento. Ho sempre trovato molto noiosa questa parte del lavoro, ma è insostituibile». E poi spiegava: «potete “fare i compiti” fino al giorno del giudizio, ma non avrete un grande successo senza una “grande idea”. Le “grandi idee” vengono dall’inconscio. Questo è vero nell’arte, nella scienza come in ogni forma di comunicazione. Ma l’inconscio deve essere bene informato, se no l’idea sarà irrilevante. Imbottite di informazioni la vostra mente inconscia, poi staccate i collegamenti del vostro pensiero razionale. Potete favorire questo processo facendo una passeggiata, o un bagno caldo, o bevendo una bottiglia di barbera. Improvvisamente, se la linea telefonica con il vostro inconscio è funzionante, la “grande idea” si sveglierà dentro di voi».

E’ illusorio sperare che un’idea valida, o un momento di autentica creatività, spunti casualmente dal nulla. C’è un lungo e profondo lavoro di preparazione per arrivare al punto in cui la sintesi risolutiva emerge in modo apparentemente spontaneo. [G. LIVRAGHI]
E’ in questo senso che trova significato l’applicazione quotidiana, come quella dei miei numeri, quale substrato che porterà quei momenti creativi ad esprimere ed affermare con il necessario vigore la propria originale individualità.

Nel corso di un laboratorio di disegno a Milano con Anna Bocchi, tempo fa, mi sono imbattuta nella proposta di disegnare con la mano sinistra, utilizzando la parte destra del cervello.
Questa tecnica si propone di insegnare a disegnare utilizzando un approccio didattico che mira a far scoprire le proprie risorse creative.

Ciò che più spesso accade quando un adulto medio si propone di disegnare, è che il suo emisfero sinistro pretende di svolgere il compito, pur non possedendo gli strumenti adeguati per farlo. Esso impedisce all’emisfero destro di entrare in azione, sostituendo la possibilità di vedere in modo analogico, intuitivo, concreto e globale ciò che si deve disegnare, con simboli precostituiti e rudimentali.

Le ricerche scientifiche sulle funzioni cerebrali e sull’elaborazione dei dati visivi hanno dimostrato che la capacità di disegnare dipende dalla possibilità di accedere all’emisfero destro, “disattivando” in certa misura quello sinistro.
Secondo i fautori di questa tecnica, se il disegnare dipende dall’emisfero destro, ciò significa automaticamente che tutti disponiamo delle potenzialità necessarie per farlo.

E’ possibile esercitarsi ad “ingannare” l’emisfero sinistro, tendenzialmente dominante, e permettere a quello destro di “dirigere le operazioni”. Nel momento in cui ciò accade, il soggetto entra in uno stato di coscienza diverso da quello abituale, caratterizzato, tra l’altro, da un modo distinto di vedere le cose e da una percezione dilatata del tempo.

Questo particolare stato soggettivo viene spesso definito come un sentirsi trasportare un “sentirsi tutt’uno con il disegno” e contemporaneamente ci si accorge di percepire una serie di relazioni che di solito non si è in grado di cogliere.

Provare per credere!

-C. Pinkols Estès, Donne che corrono coi lupi, Frassinelli
– J. Castellar-Gassol, Gaudì. La vita di un visionario, Edicionis de 1984, Barcelona,
– T. Moore, Un domani senza paura, Frassinelli
– D. Leonard e S. Straus, Putting Your Company’s Whole Brain to Word, Harvard Business Review
– B. Edwards, Disegnare con la parte destra del cervello, Longanesi
– A. F. Osborn, Alex F., Applied Imagination, Scribner
– C. Angelino – E. Salvanschi, La melanconia dell’uomo di genio, Il melangolo
– S. Arieti, Creatività. La sintesi magica, Pensiero Scientifico Editore
– D. Goleman – M. Ray – P. Kaufman, Lo spirito creativo, Bur
– M. Lambert, Creatività nella vita quotidiana, Calderini
– A. Pagnin– S. Vergine, Il pensiero creativo, La Nuova Italia Editrice
– S. Rossi – R. Travaglini, Progettare la creatività, Guerini e Associati
– F. Williams, TCD. Test della creatività e pensiero divergente, Erikson
– F. Dostoevskij, Lettere sulla creatività, Feltrinelli
– P. Manzelli, Cervello, creatività e benessere, www.benessere.com
– G. Livraghi, Arte, mestiere e creatività, http://gandalf.it/arianna/mestiere.htm
– A. Preti – P. Miotto, http://www.schizophreniaproject.org/Creativity/crea-home.htm
– A. Cosentino, Educare la creatività del pensiero, http://www.swif.uniba.it/lei/sfi/cf/cf3_cosentino.htm
– S. Pollak, Frank Gehry, creatore di sogni, documentario sull’architetto del Guggenheim di Bilbao (è possibile visionarne un estratto su http://espresso.repubblica.it/style_design/archivio/629717)