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XXVIII Master CIBA

La Buona Educazione nel mondo del lavoro: via libera alle opportunità!

Autrice: Cecilia Taddei

Studi classici ed una Laurea in Scienze Politiche all’Università di Pisa, un Master in Comunicazione e Gestione dell’Impresa Bancaria e Assicurativa ed uno in Marketing Digitale e Social Media.
E’ Formatrice e Consulente nel campo delle HR e dell’orientamento a neo-laureati in tema di Business Etiquette, Colloquio di Lavoro e Comportamento nei contesti lavorativi.

Ha all’attivo numerose esperienze aziendali e professionali nel coordinamento di gruppi e nei rapporti con imprese private ed enti pubblici.
Attualmente è Responsabile dei Rapporti con le Aziende per l’Associazione Eraclito2000 di Pisa, Docente di Personal Branding per Cesop Communication, membro del Consiglio Direttivo per l’Imprenditoria femminile di Confesercenti Livorno. E’ Socio Fondatore del Club Rotary Due Mondi, Distretto 2090.

Ha pubblicato per Franco Angeli “Genere e Formazione. Proposte per lo sviluppo del potenziale femminile” nel 2016 assieme ad altre professioniste e studiose.

Nel tempo libero si dedica ai suoi affetti, al servizio verso i più svantaggiati, alle passeggiate nella natura e all’approfondimento di temi riguardanti le questioni di genere e di psicologia delle organizzazioni.

Introduzione
Quando si è giovani e ci si appresta ad affrontare le prime vere esperienze di lavoro strutturate, si trascura troppo spesso l’importanza di studiare e prepararsi anche un modus presentandi sibi, ovvero una tecnica di comportamento per apparire al meglio al datore di lavoro.

Apparire inteso non come mera rappresentazione di un contenitore vuoto; ma, ricordando le parole di Aristotele “la forma rimanda alla sostanza”, come modo di trasmettere al meglio le nostre capacità, i nostri valori e le nostre skills.

Se si pensa che, già alla fine degli Anni ’90 si iniziava a percepire e strutturare scientificamente la materia del “marketing di se stessi” come crescente necessità per comunicare il nostro valore, oggi più che mai se ne avverte l’esigenza, per  diversificarsi il più possibile da competitors agguerriti e per tornare, finalmente, a quelle buone maniere che, anche in azienda, hanno da sempre costituito un valore aggiunto alle già comprovate competenze tecniche.

Per iniziare, poniamo una riflessione su quello che, in ambito lavorativo, può costituire la base per una buona educazione. Il principio cardine è l’ascolto. Ascolto il capo che mi parla (anche se sovente lo fa per rimproverarmi!); ascolto il collega che mi parla di lavoro e delle scadenze da seguire. E se il collega è più anziano di me o arrivato da prima nel mio ufficio, non ho la pretesa di saperne più di lui o di mortificare le sue iniziative o indicazioni. Ascolto, soprattutto, il mio cliente, con cui instauro così una relazione di fiducia che potrà essere proficua per entrambi. Perché proprio l’ascolto diventa l’asso nella manica per buone relazioni di affari? Perché rimuove ogni ostacolo nella comunicazione. E anche perché ci fa apparire per come dovremmo essere davvero: umili e desiderosi di imparare, non saccenti principianti del mondo del lavoro.

Si dovrebbe poi cercare sempre di ascoltare con attenzione le idee altrui anche se diverse dalle nostre: solo da questo confronto possono nascere nuove idee e nuove opinioni. Ed è un segno gradito e tangibile di ascolto annuire con continuità e, se in una riunione o davanti ad una questione importante, prendere appunti. Molte persone hanno purtroppo la cattiva abitudine di non lasciar terminare l’interlocutore tirando le conclusioni di quanto stava dicendo.

Ci sono poi quei comportamenti che spesso, anche senza rendersene conto, molte persone mettono in atto e che distraggono l’interlocutore: per esempio, guardare spesso il cellulare; picchiettare con le dita sul tavolo; volgere spesso lo sguardo altrove (ricordiamoci che il contatto visivo è un segno tangibile di un buon ascolto e dell’interesse che mostriamo verso colui che ci parla); dare segnali di nervosismo cambiando spesso posizione e postura, o, peggio, sbuffando o chiudendo continuamente la penna a scatto. Provate a pensare a quelle volte in cui, magari durante un colloquio, il vostro interlocutore ha iniziato a fare una delle cose appena elencate: non vi siete forse sentiti sminuiti in ciò che stavate dicendo? Non siete stati assaliti dall’ansia di terminare il vostro discorso, come se quello che stavate dicendo avesse perso valore anche per voi stessi? Ebbene, pensateci prima di rifarlo a vostra volta appena arrivati nell’azienda che vi ha appena accolti.

Ecco quindi una specie di piccolo decalogo su quali comportamenti porre in essere per favorire una comunicazione professionalmente trasparente e diretta:

  • Guardare sempre negli occhi l’interlocutore: sfuggire lo sguardo o volgerlo continuamente in tutte le direzioni è infatti segno di insicurezza ma può soprattutto comunicare inautenticità.
  • Evitare di dire cose in cui non si crede fino in fondo: se si affermano opinioni che non si condividono, sarà, poi molto difficile reggere un contraddittorio e saremo smascherati o dall’interlocutore o, peggio, dai fatti conseguenti.
  • Evitare di dire cose che non si possono adeguatamente provare: il non poter documentare le affermazioni è professionalmente grave.
  • Evitare di dare più informazioni di quanto necessario: un buon professionista non scopre tutte le carte che ha in serbo.
  • Evitare ogni ambiguità dialettica o circonvoluzioni immotivate: ogni mancanza di chiarezza genera equivoci che si rifletteranno nell’andamento della relazione di affari.
  • Essere brevi ed ordinati nell’esposizione: la prolissità e l’aprire continue parentesi esplicative possono solo creare fastidio e confusione nell’interlocutore.
  • Evitare di parlare troppo velocemente o troppo lentamente: il ritmo della comunicazione è fondamentale per tenerla viva ed interessante.
  • Evitare l’arroganza come velate minacce e il sarcasmo: l’arroganza è sinonimo di debolezza e maleducazione quanto le minacce sono sinonimo di insicurezza.
  • Evitare le frasi fatte (mi consenta/ non c’è problema/ nella misura in cui) o da televendita (alla grande/ eccezionale).
  • Vietato l’uso di parole come: un attimino/ praticamente/ roba/ piuttosto che (per elencare una serie di elementi con medesimo valore; l’uso del “piuttosto che” è esclusivamente avversativo!): sono frasi banali e da persona di poca cultura.

Ma come dobbiamo comportarci ad un primo colloquio per un ruolo che vorremmo?

Se, come diceva Oscar Wilde, “Non c’è mai una seconda occasione per fare una prima buona impressione”, le presentazioni sono un momento fondamentale della buona comunicazione in ambito professionale. Nelle presentazioni due estranei entrano per la prima volta in conoscenza tramite una stretta di mano ed un contatto visivo.

La prima presentazione è quindi un momento particolarmente formale e delicato, in quanto ognuno dei due si formerà un’opinione sull’altro. Studi abbastanza recenti sostengono che, a livello inconscio, l’idea che ci si fa dell’altro si formi nei primi cinque-dieci secondi di presentazione. Specialmente entrando in una stanza dove sosterremo un colloquio per un posto che ci piace, è d’obbligo il “Permesso?” appena si entra e un saluto diretto e cordiale al nostro recruiter. Ci si presenta dicendo “Buongiorno/Buonasera!”, non “Piacere!”: lasciamo che siano gli eventi a stabilire se quell’incontro porterà piacere o dolore. C’è forse anche una forma scaramantica in tutto ciò; resta il fatto che “Piacere!” sa di lusinga non richiesta.

Una buona presentazione è quindi decisiva, soprattutto in ambito business, per esprimere la propria personalità e promuovere al meglio se stessi restando a proprio agio, senza essere troppo ossequiosi o troppo distaccati.

Nel momento delle presentazioni, sarà quindi opportuno seguire alcune regole fondamentali per far sì che resti di noi una buona impressione, su cui potremo basare contatti e rapporti futuri.

  • Gli sguardi: si incroceranno senza mai guardare a terra, per dare quindi maggior rispetto al momento della presentazione.
  • Le labbra: si incresperanno in un sorriso cordiale e aperto e mai artificioso, per dare luce al volto e dare, così, maggior serenità al momento della presentazione.
  • La stretta di mano: si stringerà in modo convinto, tale però da evitare di stringere troppo forte o troppo debolmente la mano, per dare maggior sicurezza al momento della presentazione e trasmettere energia positiva.
  • Assolutamente da evitare l’effettuarsi strette con mani sudate, appiccicose, sporche, o con solo alcune dita della mano.
  • Alle donne, in ambito sociale, è invece consentito stringere le mani con i guanti per strada, d’inverno.

Ma il saper trasmettere ciò che siamo e che sappiamo fare, si sa ( e, se non lo si è appreso e metabolizzato finora, costringiamoci a riflettere su questo punto), passa anche da come ci vestiamo e presentiamo. Nel mondo del lavoro, infatti, l’abito fa il monaco, e sono pochissime le eccezioni (per lo più in ambienti anglosassoni) dove il valore professionale di una persona trionfa sul look personale. Leggendo il bel libro di Sibilla della Gherardesca “Non si dice piacere”, mi colpì molto il caso di una ragazza con un curriculum ferratissimo che si presentò per il ruolo di coordinatrice di Pitti Immagine. Ebbene, come citato dalla stessa Autrice, la ragazza fece il suo ingresso davanti alla commissione di recruiter con una minigonna vertiginosa in vernice, giubbino rosso e una folta capigliatura da rockstar degli Anni ’70. Sicuramente originale ma…siamo sicuri che un abbigliamento del genere possa andar bene in un colloquio di lavoro?

L’abito è la prima cosa che si nota in un professionista.

Pertanto dovremmo riflettere su quale sia il nostro stile ed acquisirne uno che ci possa rappresentare nel migliore dei modi, senza, possibilmente, stravaganze o eccessiva originalità, a meno che non si lavori nel campo della moda o delle professioni creative. In un primo contatto di lavoro, lo stile sobrio comunica solo cose positive: efficienza, chiarezza di idee, affidabilità. Il messaggio subliminale che passa, nell’interlocutore (sia esso potenziale datore di lavoro, collega o cliente), è questo: se si prende così bene cura di se stesso/a, saprà farlo anche con i miei affari.

Ecco, quindi, alcune linee guida per Ragazze e Ragazzi per fronteggiare al meglio un primo contatto di lavoro.

Le regole della buona educazione in ambito business prevedono, in linea generale, che la donna, al lavoro, debba evitare il più possibile abiti stravaganti, o troppo succinti, o che mettano troppo in risalto alcuni aspetti della femminilità, con il rischio di distogliere l’attenzione dal ruolo e dalle capacità professionali.

Certamente la cura della propria femminilità è importante anche sul lavoro, ma il guardaroba di una business woman dovrebbe virare al classico e non all’eccentricità, poiché l’apparenza non dovrebbe mai prendere il sopravvento sull’oggetto della trattativa e sui delicati rapporti d’affari.

Ecco una serie di consigli pratici per quanto concerne l’aspetto del look personale:

  • Assenza di scollature che mettano eccessivamente in risalto il décolleté
  • Assoluta mancanza di trasparenze (che per il Bon Ton sono riservate alla sola sfera intima)
  • Tacchi bassi: consentiti fino ad un’altezza massima di 7 cm (il tacco 12 si riserva alla sera), oppure francesine basse: pensate a dare un’impressione di velocità e prontezza, non ad apparire come delle Bambi malferme sulle gambe con una pila di pratiche in mano! Per il nostro primo colloquio, evitiamo inoltre tutti i tipi di sneakers e gli stivali, anche bassi (sono entrambe calzature più sportive).
  • Gonne poco sopra il ginocchio o altezza ginocchio.
  • Il Tailleur pantalone è consentito e ha quasi soppiantato il tailleur con gonna; ma il pantalone abbinato deve essere leggermente svasato, mai il modaiolo “skinny” (a meno che l’ambiente dell’ufficio e la prassi lavorativa quotidiana non consentano un abbigliamento casual e informale).

Quindi, sarà buona scelta quella di indossare un abito di tipo convenzionale. Non troppo elegante, non troppo casual, che non concentri su di sé l’attenzione né per dettagli né per porzioni di nudità, lasciando percepire la professionista e non il suo look. Spesso, infatti – specialmente in un primo colloquio o nei primi tempi di un nuovo lavoro – apparire troppo influenzate dalla moda può farci percepire come relativamente vacue e superficiali, facendo passare in secondo piano le nostre qualità umane e, soprattutto, le nostre competenze professionali.

Tutti quei dettagli di seguito elencati sono invece importanti per far percepire di noi l’immagine di una persona curata.

  • Trucco leggero. Come sintetizza il Bon Ton, si chiama trucco proprio perché dovrebbe non notarsi. Durante il giorno, è opportuno un trucco tenue. In ufficio è quindi consigliabile truccare con cura gli occhi e la bocca: quindi stendere con moderazione una passata di matita sopra le ciglia ed un ombretto leggero. Usiamo un fondotinta sulle guance per dare uniformità all’incarnato se cadaverico o troppo mascolino ma sempre senza esagerare. Per le labbra è preferibile utilizzare un lucida labbra o un rossetto dai colori delicati. Solo alla sera, invece, il make-up richiede luminosità e ombretti e rossetti più accesi. Le labbra rosse di giorno risultano purtroppo aggressive e volgari, specialmente su una ragazza giovane e che si appresta alla prima esperienza lavorativa.
  • Denti più bianchi possibile o comunque puliti
  • Alito controllato e se possibile profumato (specie se vi siano problemi di alitosi è meglio utilizzare mentine d’emergenza)
  • Unghie e mani curate: è imbarazzante parlare, illustrare brochure o prendere appunti con mani screpolate o con lo smalto delle unghie scrostato. Per il colore, ci si dovrebbe ricordare che il rouge o il rouge-noir sono colori riservati tendenzialmente alle ultra-trentenni, mentre, per una ragazza molto giovane, è da preferirsi un tono neutro o uno smalto trasparente. Sarebbe meglio evitare anche una nail-art troppo vistosa: visitare un cliente o relazionare ad un superiore con le stelline sulle unghie blu elettrico, non è proprio il massimo della professionalità…
  • La cura dei capelli è fondamentale in una donna, perché incorniciano il volto, e se opachi, sporchi, con doppie punte, danno un’ immagine deleteria e di poco amore di se stesse. Altro consiglio importante che le regole di Bon Ton lavorativo suggeriscono è quello di evitare di cambiare spesso pettinatura, denotando così poca sicurezza o eccessiva civetteria.
  • Gioielli e bigiotteria. Il Bon Ton consiglia di evitarne l’esagerazione perché il continuo tintinnio di ciondoli e braccialetti potrebbe distrarre, infastidire e innervosire l’interlocutore oltre ad essere poco elegante. Mai mixare i monili: l’oro si indossa con l’oro, argento con l’argento, la bigiotteria con la bigiotteria. Per un colloquio di lavoro, insuperabili e collaudatissimi il classico punto luce o un sottile filo di perle. La perla, ahimé per chi le detesta, fanno subito “signora educata”.
  • Profumi: profumarci troppo è un errore facile da farsi. Il profumo dovrebbe avere una fragranza leggera e poco dolce, tenuto anche conto che quello femminile è Eau de Parfum quindi con il 20% in più dell’intensità di quello dell’uomo. Negli ultimi cinquant’anni si è verificato un aumento delle allergie, tra cui quelle ai profumi, pertanto stiamo attente ad evitare di indossarli quantomeno al primo incontro se non conosciamo bene il nostro interlocutore.
  • Piercing e tatuaggi: entrambi oggigiorno sono, in qualche modo, accettati socialmente ma sul lavoro i primi è bene che siano piccoli ed eleganti mentre i secondi in zone non visibili.

Ed ecco invece il Bon Ton dello stile business per i Ragazzi.

L’uomo veste classico, sempre che non lavori nell’ambito della moda o nella pubblicità o nella finanza, dove aderirà, per forza maggiore, al look aziendale. L’abito classico, quindi, sarà caratterizzato da colori che andranno dalle tonalità del blu a quelle del grigio, fino alla scelta oggi consentita del colore marrone (è curioso sapere che gli Inglesi non hanno molto simpatico il colore marrone per gli abiti business, riservando questo colore alla vita di campagna; per questo motivo hanno coniato il detto “No brown in town”, niente marrone in città).

I tipi di texture per l’abito sono:

– il Principe di Galles

– la tinta unita

– i quadri

– il gessato sempre, però, a righe strette. Le righe larghe, nell’immaginario collettivo, richiamano le figure dei gangster…

Nel dettaglio:

  • Barba curata (la semibarba da yachtman stona sul volto di un professionista).
  • Capelli puliti e pettinati, preferibilmente corti, in modo particolare se tendenti alla forfora.

Qualora indossassimo un taglio lungo, è opportuno, per il Bon Ton, raggrupparli in un codino dalle dimensioni ridotte e non fluenti, a coda di cavallo.

  • Denti bianchi o comunque puliti (stesse regole per uomini e donne)
  •  Mani ed unghie pulite e curate ( avete mai visto un professionista con l’odiosa riga nera?!)
  • Profumo discreto e leggero, meglio un’Acqua di Colonia (secondo quanto consiglia la Business Etiquette)
  • Cravatte: Le cravatte possono di due tipi: fantasia o regimental (a righe trasversali). La cravatta nera, invece, sarebbe sempre da tenere ben chiusa nell’armadio e andrebbe indossata solo per partecipare ai funerali: sconsigliatissima quindi nell’ambito business e nelle serate. Vi sono poi molti modi di annodare la cravatta ma l’importante è evitare i “nodoni”. La cravatta slacciata, infine, è la rappresentazione del vero Mal Ton perché comunica l’idea di trasandatezza e poca cura di sé.
  • Nel guardaroba di un professionista non debbono mancare camicie a tinta unita con variazioni di tonalità di azzurro che salvano sempre in qualsiasi occasione e che, quotidianamente, possono essere indossate fino alle ore 18. La camicia bianca s’indossa soltanto nelle cerimonie e la sera dopo le 18. Le maniche devono essere lunghe (le corte non sono ammesse dal Bon Ton neppure d’estate, così come le maniche arrotolate su quelle lunghe in caso di caldo) con polsini sia a bottoni sia con le asole per i gemelli. Il Bon Ton esclude le camicie rosa e rosate dal guardaroba maschile. La camicia button-down è adatta, invece, solo ad appuntamenti informali ed è consigliato indossarla con un abito spezzato e, se con cravatta, i bottoncini non debbono essere abbottonati.
  • Abito business: La Business Etiquette detta delle regole precise per l’abito business che dovrà essere ben stirato nella piega dei calzoni e senza macchie. Potrà essere nello stile a due o a tre bottoni: nel primo caso abbottoneremo il primo, nel secondo soltanto quello di mezzo; indossando una giacca doppiopetto, questa dovrà sempre rimanere abbottonata anche da seduti. Quando stiamo in piedi la giacca deve essere sempre abbottonata per non generare l’effetto “pipistrello”. Si prevede, inoltre, che non potremo toglierci mai la giacca senza aver chiesto prima il permesso agli astanti.
  • Cinture: Le cinture dovrebbero sempre essere in sintonia con il colore delle scarpe, quindi, scarpa nera = cintura nera, scarpa testa di moro = cintura testa di moro. Possiamo scegliere le cinture in relazione a due tipologie: 1 – se la scarpa è liscia, la cintura è spazzolata (che significa lucida); 2 – se la scarpa è più opaca la cintura sarà anch’ essa opaca. Nel business si usano cinture senza disegni, mai di pelle intrecciata, riservata ad occasioni di svago. Il Bon Ton sconsiglia cinture con fibbie vistose o molto grandi: andrebbe in senso contrario alla sobrietà e, quindi, alla migliore comunicazione di sé.
  • Scarpe: come detto per le ragazze, la scarpa di tipo classico è quella che raccoglie il più ampio consenso ad un colloquio di lavoro. Evitare quindi sneakers, boots in camoscio e stivaletti. Via libera a scarpe allacciate tipo Derby o Oxford (la differenza è sottile e consiste nell’allacciatura: più ampia in quelle Derby, più stretta in quelle Oxford. Entrambe comunque validissime per l’ambito lavorativo).

Essere educati è sicuramente un’arte. Un’arte che si esprime attraverso validi strumenti di attenzione al prossimo, di buoni comportamenti, di gentilezza e stile. La vita sociale è composta da un intreccio sottile e in continuo movimento di riti, saluti, ringraziamenti, domande e risposte. Ecco che l’uso che si fa (meglio se fin da bambini) delle magiche parole come “Grazie!”, “Scusi!”, “Permesso?”, possono davvero diventare, in certi contesti, delle semplici regole salvavita che ci pongono in migliore relazione con gli altri e, quindi, meritevoli di ascolto e interesse.

Ricordo ancora come, da ragazza, per la nonna di una mia compagna di scuola fossi la preferita tra tutte le amiche. Il motivo fu presto detto: un giorno, la nonna della mia compagna le disse: “Tra tutte le ragazze che frequenti, lei è l’unica che viene a salutarmi quando arriva e quando se ne va”. Per una persona anziana, abituata ad essere messa in secondo piano, o relegata in una stanza per “non dare fastidio”, la mia attenzione alla sua persona era molto più che gradita: la faceva sentire ancora importante.

Non si riflette infatti mai abbastanza su come i comportamenti maleducati portino a inasprire i rapporti personali e inasprire ed impoverire la nostra stessa vita. La conoscenza delle regole della buona educazione aiuta ad acquisire competenza sociale, a rafforzare il nostro successo personale e migliorare la qualità dei nostri rapporti, sia in ambito privato che nel mondo del lavoro. Inoltre, aumenta la nostra autostima poiché ci rende più sicuri socialmente.

Ricordando sempre che il vero “Bon Ton” non deve essere inteso come uno stile di facciata bensì strumento di espressione di una vera sostanza, di un’eleganza che nasce dal sentirsi bene con se stessi e con gli altri, attenti a ciò che ci circonda ma anche sufficientemente umili da voler continuare ad imparare.

E questo atteggiamento curioso e gentile non può passare inosservato nel mondo del lavoro.

La prova che vi invito a fare richiede un po’ di impegno ma porta sicuramente a dei risultati e a riflessioni conseguenti. Ci si veste in modo appropriato, in abiti scelti secondo le indicazioni suggerite per il colloquio di lavoro. Tutto deve essere come se stessimo veramente andando all’appuntamento col recruiter. Proviamo poi a guardarci allo specchio e analizzare che cosa funziona e che cosa no, quali accostamenti sono riusciti e quali da migliorare. A questo punto, proviamo a ripetere, all’ immaginario head hunter, quello che sappiamo fare e quello che vorremmo fare, le nostre esperienze lavorative, le nostre abilità. Ascoltiamoci mentre parliamo, concediamo pause all’immaginaria voce del nostro interlocutore per ascoltarlo. Salutiamo entrando e uscendo, sorridendo e porgendo la mano.

  1. Presutti, Bentornato Galateo, Romano Editore, 2010
  2. Roetzel, L’uomo. Guida allo stile, L’ippocampo, 2012
  3. Ronchi della Rocca, Si fa, non si fa. Le regole del Galateo 2.0, Vallardi Editore, 2016
  4. della Gherardesca, Non si dice “piacere”, Sperling&Kupfer, 2000

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