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XXVIII Master CIBA

Il bello: un diritto universale

Il bello: un diritto universale

Prof.ssa Silvia Liaci

L’autrice

Silvia Liaci è laureata in Giurisprudenza presso l’Università di Bari e in Sociologia presso l’Università di Roma. Sociologa professionista certificata. E’ stata Giudice di pace presso il Tribunale di Trani e Presidente Nazionale della SoIS, Società Italiana di Sociologia per la quale organizza e dirige in Italia e all’estero Master e Corsi di Specializzazione in Sociologia clinica, Gestione delle relazioni sociali e Metodologia della Ricerca Sociale. Specialista in mediazione dei conflitti, docente di Mediazione sociale al Corso di Alta Formazione dell’Università “La Sapienza” di Roma e dell’Università di Tor Vergata. Presidente della SIMS, Scuola internazionale di Mediazione Sociale, del Club UNESCO di Barletta, ha al suo attivo oltre 50 pubblicazioni scientifiche, tra cui i volumi: “Il mutamento sociale e la donna” (Ed. Il Pentagono) e “Mediazione sociale e sociologia” (Ed. Franco Angeli), “La pietra centro del mondo” e “La luce degli ideali”(Club UNESCO),”Il focus group: una tecnica poliedrica”(Ed. Bonanno). E’ componente dell’esecutivo nazionale del CoLAP Coordinamento Libere Associazioni Professionali.

Il bello: un diritto universale

INTRODUZIONE

L’idea di proporre il BELLO come diritto universale nasce, in occasione della collaborazione con il Liceo Classico di Barletta al PON (Progetto Operativo Nazionale) 2010, su ” A buon diritto sulla legalità”, al fine di stimolare l’interesse sui Diritti umani, collegando legalità e tutela del patrimonio culturale e paesaggistico e incentivando la partecipazione attiva degli alunni coinvolti, con richiami a nozioni e a conoscenze tipiche del loro corso di studi.

Tenuto conto che tale diritto non è esplicitamente richiamato nel prestigioso documento si è ritenuto dover giustificare tale scelta facendo riferimento a contributi di giuristi particolarmente accreditati, secondo i quali si possono individuare diritti di “prima generazione”, che ” innati nella persona, appartengono ad ogni essere umano in ogni tempo, in ogni luogo e lo Stato li deve solo riconoscere” e a quelli di seconda generazione, che emergono successivamente e sono: i diritti economici, sociali e culturali, diritti che non guardano più solo l’essere umano come un’astrazione ideale, ma l’essere umano che vive HIC ET NUNC in un dato momento storico” con i suoi concreti bisogni. A questi si aggiungono quelli di terza generazione, come il diritto all’autodeterminazione, allo sviluppo e alla pace, seguiti dal “complesso dei diritti che occorre difendere a fronte degli sviluppi tecnologici e scientifici”.(U. Villani 2008)

Pertanto facendo rientrare a pieno titolo “il diritto al bello” tra i diritti universali , come tale si impone l’obbligo che esso sia garantito e tutelato. Un impegno che dovrebbe essere assunto anche dello Stato italiano, fra i primi sottoscrittori della Dichiarazione Universale.

Data l’ampia accezione che si è inteso dare al Bello, non solo trasfuso nelle opere d’arte, ma anche presente nell’ambiente naturale, si sono richiamate le leggi emanate già nella prima metà del’900 e successivamente, partendo dall’articolo 9 della nostra Costituzione, a difesa del patrimonio paesaggistico e culturale italiano, un “bene comune”, da salvaguardare e trasmettere nella sua integrità alle generazioni future.

Ampia riflessione si è dedicata all’evoluzione del concetto di benessere , alla qualità della vita e agli indicatori elaborati per misurarla, tra i quali figurano strettamente connessi aspetti materiali e intangibili. Ci si è soffermati inoltre a evidenziare il collegamento tra la felicità considerata , non come diritto, ma come legittima aspirazione e il godimento del bello, inteso sia come manifestazione della natura, sia come espressione della creatività umana. Si è sottolineata inoltre la possibilità di affinare la capacità di fruire della bellezza attraverso la formazione e l’educazione, un compito non solo della scuola, ma delle varie agenzie che hanno il dovere di formare cittadini responsabili e consapevoli della necessità di salvaguardare e rendere proficue le immense e preziose risorse presenti sul territorio.

Si inseriscono anche alcune considerazioni sul concetto di “cittadinanza attiva” e sull’importanza di fare rete per migliorare il rapporto con la città incrementando le relazioni tra i suoi abitanti.

Si sottolinea inoltre la possibilità che il ” piacere del bello” comporti delle ricadute anche in senso economico in un Paese come il nostro disseminato di opere d’arte, che attendono solo di essere riscoperte , valorizzate e inserite in circuiti culturali.

La Dichiarazione Universale dei Diritti dell’uomo, approvata e sottoscritta da numerosi Paesi nel 1948, dopo le aberrazioni della seconda guerra mondiale, costituisce a tutt’oggi un pilastro fondamentale e un punto di riferimento . L’ attualità di tale documento risiede nella sua possibilità di riconoscere e tutelare nuovi diritti legati ai cambiamenti sociali, che nel corso di oltre mezzo secolo si sono determinati.

Su tale base, tenuto conto dell’evoluzione nel tempo del concetto di benessere individuale e sociale, si è inteso proporre di inserire “IL BELLO” tra i diritti culturali, da garantire ovunque a tutte le persone, nonostante di esso non vi sia esplicito riferimento nella Dichiarazione del 1948, in cui esiste però un richiamo, che legittima tale estensione e che, per quanto indiretto, non può considerarsi irrilevante. ” Ogni individuo ha diritto a prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità, di godere delle arti… ” si afferma al primo comma dell’art. 27, e ci pare pertanto, che possa considerarsi riconosciuto a tutti il diritto di partecipare, sia come fautori, sia come fruitori dei benefici dell’arte in tutte le sue espressioni: pittura, musica, poesia, teatro, letteratura, ecc.
Pensiamo, inoltre, che sia da sottolineare l’uso del termine “godere”, che evidentemente non può riferirsi esclusivamente agli aspetti economici, ma evoca qualcosa di gradevole e quindi ” il Bello”, presente e rintracciabile sia nelle manifestazioni della natura, sia nelle opere frutto della fantasia e della creatività dell’uomo.

E che annoverare il “diritto al bello” tra i Diritti contemplati nella “Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo” non costituisca una forzatura, lo confermano le potenzialità di questo prestigioso documento, che pur legato al tempo della sua elaborazione e approvazione, consente di estendere il riconoscimento a nuovi diritti, non espressamente previsti, ma che emergono e si rivelano meritevoli di tutela, in relazione ai mutamenti della società.

Riteniamo, pertanto, che esso possa farsi rientrare in quelli che il prof. Ugo Villani, illustre studioso ed esperto di diritto internazionale, definisce di seconda generazione in quanto sociali e culturali, ma anche in parte di terza generazione, come “il diritto all’autodeterminazione, allo sviluppo, alla pace, che appartengono alla collettività e si intrecciano in maniera inestricabile con i diritti dell’individuo”(2008 pag. 51), come appunto il diritto a un ambiente salubre e gradevole.

Diritti che si affermano progressivamente dagli anni ’60, in concomitanza con l’evolversi del concetto di Benessere, che si sostanzia inizialmente in standard materiali di vita, per i quali le istituzioni devono impegnarsi a fornire adeguate garanzie, evitando che le persone e le famiglie, vadano al di sotto di un livello di povertà, cosiddetta relativa, riconosciuto non travalicabile, in uno specifico contesto sociale.

Con il tempo tale concetto si amplia , non si limita più ai soli aspetti economici ed espandendosi ingloba i vari ambiti dell’esistenza degli individui. Si impone una nuova concezione definita come “qualità della vita” e negli anni settanta si cominciano a individuare e ad affinare degli “indicatori” in grado di misurarla e degli strumenti idonei a poterla garantire. Nel decennio successivo si manifesta e si accentua la posizione critica nei confronti della pervasività dell’intervento pubblico e si afferma una nuova concezione di benessere e di felicità, situazioni alle quali ogni individuo avrebbe il diritto di aspirare, ma che, comunque, si possono ottenere solo se l’impegno individuale viene accompagnato dal sostegno delle istituzioni. Un vincolo che si può comprendere se si tiene conto di quanto nei concetti di benessere e di felicità individuali, si intersecano elementi oggettivi e soggettivi, che rivestono un ruolo determinante per il benessere globale.

Nelle nuove definizioni di benessere e di felicità, pur non negando l’importanza delle risorse economiche, si fanno rientrare: la soddisfazione dei bisogni immateriali, dei desideri e delle aspirazioni personali e la possibilità di svolgere attività gratificanti. Secondo Edgard Morin “la qualità della vita comporta emozione, passione, godimento” (2005 p. 132) e per D. Phillips “la felicità consiste nel possesso di determinate risorse, nella soddisfazione dei bisogni oggettivi e soggettivi, dei desideri, della partecipazione ad attività gratificanti, ma anche dalla comparazione con gli altri e con il proprio passato”. (1987 p.239). Da tale definizione appare abbastanza chiaro che non si può essere felici da soli, perché siamo parte di un sistema che per essere in equilibrio richiede il costante apporto di ciascuno. “La buona società – sostiene Morin – può essere solo una società complessa che abbracci la diversità, non elimini gli antagonismi e le difficoltà di vivere, ma che comporti più ‘relianza’, più comprensione, più coscienza, più solidarietà, più responsabilità”. (2005 p. 78)

“Mai si è troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità” sosteneva Epicuro e proseguiva”Chi sostiene che non è ancora giunto il momento di dedicarsi alla conoscenza di essa, o che ormai è troppo tardi è come se andasse dicendo che non è ancora il momento per essere felice, o che ormai è passata l’età. Ecco che da giovani, come da vecchi è giusto che noi ci dedichiamo a conoscere la felicità”. Un’esortazione che non ha difficoltà ad essere accolta in una società, che sempre più considera la felicità un diritto, nella quale abbondano la inchieste e si stilano graduatorie per stabilire se e quanto ciascuno è felice. Anche in Italia sull’ esempio dell’Università di Haward,si tengono corsi di felicità, si parla e si scrive sempre più spesso dei “eudamonismo” di “felicismo” come di una nuova ideologia suffragata da quella che alcuni definiscono “scienza del piacere obbligatorio.” Pare superfluo mettere in guardia di fronte al pericolo che la promessa di una “felicità per tutti”, calata dall’alto e assicurata come un diritto, non costituisca l’ennesimo tentativo di espropriare le persone e in particolare i giovani del diritto di essere fautori del proprio destino.

E che una strumentalizzazione in tal senso sia già in atto lo evidenziano le varie ricette per la “felicità” basate sui consumi. Un pericolo verso il quale, richiamando l’esortazione di George W. Bush, dopo l’ attentato alle torri gemelle di “tornare a fare shopping” per riprendere la vita normale, mette in guardia Zygmunt Bauman, che prosegue ” Evidentemente, già prima che il nemico li colpisse, gli americani erano stati convinti del fatto che fare shopping fosse il modo, (forse l’unico, e di certo il principale) per curare ogni afflizione”.( 2012 pag.73 )
Attualmente il consumismo, fatto sociale ormai endemico anche nel nostro Paese rende più pesante una crisi , esaltando le differenze tra chi può permettersi l’acquisizione di beni e chi resta ai margini di un mercato, subdolamente ammiccante, che promette felicità e visibilità. Un altro aspetto quest’ultimo, considerato indispensabile per esistere e competere sulla scena di un mondo nel quale il confronto perenne costituisce un pressante obbligo sociale, come pure la necessità di suscitare invidia per sentirsi pienamente appagati. Una lotta senza quartiere, che genera insoddisfazione e dalla quale tutti escono perdenti.

“Pur considerando la felicità una legittima aspirazione, come abbiamo avuto modo di sostenere in altra sede ” non riteniamo che essa si possa ottenere rivendicandola come un diritto, né possa realizzarsi delegandone ad altri il compito, sia perché è realisticamente impensabile che un tale diritto possa essere garantito a tutti, sia perché la felicità, a nostro avviso, si sostanzia in un processo dinamico, che presuppone varie componenti legate alle qualità di ciascuno e pertanto sulla base di alcune condizioni preliminari, va personalmente conquistata giorno per giorno. Ciò che però possiamo chiedere alle Istituzioni è il riconoscimento del diritto alla” ricerca della felicità” e che pertanto vengano garantiti i presupposti perché sia possibile per tutti l’accesso ai mezzi per rendere concreto tale diritto, tenuto conto che la felicità pur non coincidendo con il benessere è a esso strettamente correlata” (S. Liaci 2012 pag.18).

Inoltre accanto alla sicurezza di poter fruire di beni e di servizi primari per ottenere quel benessere complessivo, si fa strada la necessità di soddisfare l’esigenza di vivere una vita piena nella quale il “Bello” occupa uno spazio di particolare rilievo. Un concetto, sicuramente legato allo spazio e al tempo, ma che pur nella sua relatività è sempre presente nelle varie culture in connessione con i valori, che le caratterizzano.
In molte religioni il Bello avvicina a Dio; non è un caso che monasteri e abbazie siano collocati in luoghi ameni e immersi nella natura. Lo scrittore cistercense Giberto di Hoyland per sottolineare l’influsso positivo che la bellezza dell’ambiente può esercitare sullo spirito così scrive: Il luogo nascosto e ricco di alberi, irrigato e fertile, e la valle boscosa che a primavera risuona del canto degli uccelli, tutto questo ridona vita allo spirito che muore, libera l’anima che languisce per la stanchezza e rende tenero il cuore duro e incapace di devozione.” ( F. Farina 1990 pag. )

Oggi si torna a parlare sempre più spesso di senso estetico, non solo in riferimento alle opere d’arte, ma anche riguardo alle città nel loro complesso. Si sperimentano varie soluzioni per dare identità alle periferie collocandovi monumenti, creando e potenziando spazi verdi, in grado di soddisfare quel bisogno di armonia con la natura, quel senso di equilibrio tanto caro ai greci, anche attraverso la tutela del paesaggio.

Un diritto espressamente sancito dall’articolo 9 della nostra Costituzione, che recita: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”. Un impegno già presente nella legge n. 1089 del 1939, che fa riferimento alla “Tutela delle cose di interesse artistico e storico”, ma ancor prima nella legge Nasi del 1902 e nella legge Rosadi del 1909, recepite dalla Legge 11 giugno 1922 n. 778 ” Per la tutela delle bellezze naturali e degli immobili di particolare interesse storico” presentata nel 1920 da Benedetto Croce, per undici mesi ministro della Pubblica Istruzione, nell’ultimo governo Giolitti che all’art. 1 recita: “Sono dichiarate soggette a speciale protezione le cose immobili la cui conservazione presenta un notevole interesse pubblico, a causa della loro bellezza naturale o della loro particolare relazione con la storia civile e letteraria”e consolidatesi nel testo unico del 1999.

Di recente, a circa un secolo di distanza, il legislatore italiano ha sentito l’esigenza di raccogliere nel “Codice dei beni culturali e del paesaggio” (D.L. 22 gennaio 2004, n. 42) una serie di norme, che partendo dalla definizione dei beni culturali e paesaggistici, ne prescrive la tutela e le modalità per realizzarla. All’art. 6 in particolare si prende in considerazione la necessità di valorizzare il patrimonio culturale, che ovviamente, non può prescindere dalla conoscenza, dal coinvolgimento dei privati in tale impegno e prevede un’assunzione di responsabilità da parte di coloro, che di tale patrimonio potranno usufruire e godere.

Sono in molti a sollecitare il superamento della concezione individualistica di benessere, commisurata alla soddisfazione personale, che ciascuno può raggiungere e ad acquisire una nuova mentalità, che pone al centro il “bene comune”, che si sostanzia nella sommatoria di beni e risorse, anche intangibili, che riguardano la vita di tutti.

Una scelta che identifica la qualità della vita con la quantità di relazioni positive con gli altri e con l’ambiente circostante e richiede un ribaltamento dei valori e la rigenerazione dei legami sociali, per forgiare un’identità collettiva orientata al “bene comune”, in grado di far emergere dalla sua solitudine l'”eremita di massa”, di cui parla Galimberti, riferendosi all’uomo contemporaneo, rinchiuso in un mondo virtuale e insoddisfacente.

Si impone pertanto la necessità di incoraggiare le persone a riappropriarsi del potere sulla propria vita, sviluppando una maggiore coesione comunitaria. Compete agli amministratori della cosa pubblica creare spazi e opportunità di incontro fra i residenti e nello stesso tempo proporre una versione aggiornata del concetto di cittadinanza, non più intesa esclusivamente in senso giuridico, né solo in senso soggettivo, ma che si sostanzia in una cittadinanza di tipo sociale, una rete di relazioni, che nasce dal basso, attraverso percorsi fatti insieme sulla base di regole e di valori condivisi: la cosiddetta “Cittadinanza attiva”.

Una sperimentazione che va tentata e che vede protagonisti il territorio e in particolare l’area urbana , luogo privilegiato, crogiuolo dal quale far emergere una nuova Comunità, attraverso la promozione del senso civico e di quella libertà attiva di cui parla Daharendorf, facendo leva sulla diffusa aspirazione alla felicità e alla bellezza.
Operazione ambiziosa, che sollecita l’impegno di tutti a ridisegnare la città a misura di cittadino, invogliando gli abitanti a vivere lo spazio urbano, come qualcosa di proprio e di gratificante,” ripristinando il senso di appartenenza, presupposto indispensabile per incoraggiare alla partecipazione e alla collaborazione al fine di uno sviluppo equilibrato e armonico”. (Liaci 2010)

Un mutamento di notevole portata, che preoccupa in quanto attualmente pur aspirando tutti al benessere, siamo inquieti e ansiosi, consapevoli delle implicazioni concrete, sia a livello individuale, sia a livello collettivo, che il raggiungimento di tale obiettivo comporta.

Non possiamo, comunque esimerci dal realizzare dei tentativi in tal senso, in quanto solo assumendoci tutti la responsabilità del cambiamento saremo in grado di governarlo e orientarlo a vantaggio della comunità e bandendo l’invidia che produce tristezza e senso di insoddisfazione potremmo sentirci tutti coprotagonisti di un ambizioso progetto.

Z. Bauman- Cose che abbiamo in comune- ed. Laterza 2012
F. Farina- L’abbazia di Casamari nella storia e nell’architettura e della spiritualità cistercensi- ed. Casamari Frosinone 1990
S. Liaci – La felicità: non diritto ma legittima aspirazione- Bullettin Europèen n.741ed. Nagard Milano 2012
E. Morin Il Metodo vol.6 Etica- Cortina ed. Milano
D. Phillips in De Marchi, Ellena ,Cattarinussi Dizionario di sociologia ed. Paoline Milano 1987
U. Villani Diritti umani e dignità della persona nel diritto internazionale-in S. Liaci La luce degli ideali. La dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo ed. Club Unesco Barletta 2008