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XXVIII Master CIBA

Economia e Comunione

ECONOMIA E COMUNIONE

AUTORE
Luca Calderan vive ed opera a Torino, è laureato in Commercio Estero presso l’Università degli studi di Torino ed ha da sempre alternato l’attività di impiegato in ambito finance con quella di redattore presso testate locali e nazionali. Attualmente lavora in ambito marketing, unendo l’aspetto tecnico alla redazione di testi per il web. Dotato di una cultura vasta ed eclettica, che lo ha portato a sviluppare e scoprire talenti anche in ambito non lavorativo, ciò lo ha portato a partecipare a progetti paralleli quali la band The Thing, con concerti e diffusione di video sui più importanti network a livello nazionale e la realizzazione di libri quali il romanzo fantasy collettivo Il Picco degli Angeli per l’editore torinese District Games.

Uno spazio importante è infine costituito dalla passione per l’informazione, che lo ha portato, dopo anni di collaborazioni presso giornali locali, a creare il blog di informazione Taurinews, che raduna e dà spazio a giovani redattori di Torino per raccontare gli sviluppi della città e trattare argomenti di cultura e società di più ampio respiro (quali storia, arte, musica, cinema) con interviste ad esperti anche in ambito business.

Gli insegnamenti di Papa Francesco su Economia e Comunione

Il 4 febbraio 2017 Papa Francesco ha ricevuto l’EdC – Economia di Comunione per un’udienza privata con operatori economici, imprenditori, studiosi e ragazzi provenienti da tutto il mondo.
L’Economia di Comunione (EdC) è stata fondata da Chiara Lubich nel maggio del 1991 a San Paolo ed è un movimento che coinvolge imprenditori, studiosi, operatori economici e giovani impegnati ai vari livelli a promuovere una prassi ed una cultura economica improntata ai valori della comunione, della gratuità ed della reciprocità, proponendo e vivendo uno stile di vita alternativo a quello dominante nel sistema capitalistico.

Il centro dell’Economia di Comunione è quello di rimettere al centro l’individuo, in quanto portatore di valori e di ripensare l’economia secondo principi di equità, etica e reciprocità ed un sistema di ripartizione degli utili.

Ma nel concreto il movimento dell’Economia di Comunione è anche una grande famiglia, capace di accogliere persone, idee e concetti e di trasformarle in progetti concreti per combattere la disuguaglianza e porre in essere iniziative economiche e culturali per promuovere la cultura del dare.

Per definire i due concetti di Economia e di Comunione partiamo dalle definizioni:

Economia deriva dal greco e dall’unione di due parole:
Oikos era la parola per rappresentare un nucleo familiare che viveva sotto lo stesso tetto e di conseguenza era usato anche per indicare la famiglia che in esso viveva e da qui il significato più moderno di famiglia.

Nomos è nato invece come termine per indicare le consuetudini e i costumi ed in seguito (dal V secolo a.C.) la legge dell’uomo e da qui il suo significato moderno di norma o legge.
Ecco perché molti parlano di Economia come di gestione della casa, intesa non tanto come edificio ma come regolazione dei rapporti e dei beni necessari alla famiglia che vi vive per il proprio sostentamento e per far sì che tutti possano avere accesso alle risorse ed utilizzarle in modo equo.

Se poi consideriamo vari nuclei di abitazioni e quindi di famiglie arriviamo alla società, dunque i rapporti che regolano la gestione dei beni e dei servizi diventano più complessi ma il principio alla base resta lo stesso: stabilire delle norme comuni affinché tutti abbiano ciò di cui necessitano secondo equità (o equa gestione se parliamo di risorse) e giustizia (intesa in questo caso come corretta applicazione delle norme comuni).

Su un piano ipotetico ciò potrebbe sembrare sufficiente, ma se immaginiamo una società basata sulla gestione patriarcale ci rendiamo conto che saranno i capifamiglia a prendere le decisioni e a decidere le norme da applicare e quindi le persone più deboli avranno difficilmente voce in capitolo.

Riportando il discorso ai giorni nostri il piano si può complicare notevolmente ma il concetto di base resta lo stesso: ci sono persone che per ragioni varie non hanno accesso alle risorse primarie necessarie al proprio sostentamento o a ciò che viene reputato il minimo indispensabile per condurre una vita dignitosa.

Ecco quindi sorgere il dubbio: è possibile immaginare un concetto di economia in cui tutti possano avere accesso alle risorse e partecipare alla vita sociale?

Comunione deriva dalla parola latina communio per tradurre il greco koinonìa ed indica due concetti:

  • Condivisione con altri della titolarità di un diritto o comproprietà di un bene
  • Partecipazione intima, spirituale

Koinonia fa parte del gruppo di vocaboli che hanno la loro matrice in « koinon ».

Essi sono: koinonos, sostantivo che significa compagno, socio; con questo termine viene espressa la partecipazione, la comunione con qualcuno o qualcosa. Infatti l’economia è il fatto di mettere qualcosa in comune e a disposizione di tutti.

Poi, il verbo koinonéo, che significa aver parte con qualcuno o qualcosa. Quindi prendere parte al processo di condivisione, in quanto parte attiva.

Per koinè si intende un’ affinità, unità, convergenza di situazioni storico-culturali in una determinata area o comunità, differenziata invece sotto altri aspetti (sociali, politici, ecc.) e veniva usato soprattutto per indicare l’unione di più popoli in una comune cultura o religione.

Il termine Koinon ha molti significati, ma significa principalmente un’unione di persone, dalle associazioni di artigiani all’unione di popoli a scopo politico o religioso e per estensione anche comune, nel senso di qualcosa che riguarda una comunità di persone, o uno stato.

Koinonos indicava invece il socio d’affari, mentre koinonia si usa per denotare una stretta comunanza di vita, quale ad esempio nel matrimonio. Koinonia è un sostantivo astratto che indica la partecipazione e la comunanza: esprime un rapporto reciproco e può significare che la partecipazione può essere concessa o ricevuta.

Ma anche l’amicizia è un’altra forma di comunanza per i greci. Essa comporta che si sia pronti a far parte all’amico dei propri beni.

Ecco dunque notare come sin dall’antica Grecia fosse nato il principio di trovare un modo per intervenire mettendo i propri beni a disposizione di un amico in difficoltà e con koinonos il socio d’affari.

Quindi è possibile immaginare una correlazione tra gli agenti dell’economia secondo principi etici di equità e giustizia e con un principio di koinonia, ovvero di aiuto dei membri della propria comunità affinché abbiano parità di accesso alle risorse ma anche nel senso di aiuto materiale in caso di bisogno.

Oggi con la globalizzazione siamo tutti parte della stessa comunità ed è quindi necessario pensare di allargare questi principi affinché tutti possano vivere ed operare avendo libero accesso a risorse, informazioni, mezzi e conoscenze.

Ecco però che con il mercato globale gli aspetti di una singola comunità riguardano tutti e le necessità del singolo risultano essere simili in tutto il pianeta, motivo per cui nasce l’idea di ripensare l’economia secondo valori più profondi.

Cosa significa dunque oggi la comunione, intesa come insieme di regole e benefici riguardanti un gruppo di persone? E come estenderla su un piano più ampio capace di includere tutti?

Papa Francesco spiega in maniera semplice e inequivocabile il concetto di comunione nella lettera enciclica Laudato si’, nel quale introduce il concetto di comunione universale:

“Questo induce alla convinzione che, essendo stati creati dallo stesso Padre, noi tutti esseri dell’universo siamo legati da legami invisibili e formiamo una sorta di famiglia universale, una comunione sublime che ci spinge a un rispetto sacro, amorevole e umile.”

“D’altra parte, quando il cuore è veramente aperto a una comunione universale, niente e nessuno è escluso da tale fraternità”.
Papa Francesco

Questi due semplici passi ci spiegano come il concetto di comunione parta dai Vangeli e dalla carità ma si allarghi ad un senso più alto di fraternità e di famiglia. In un certo senso l’Economia di Comunione è proprio questo: una grande famiglia che accoglie persone da tutto il mondo, ognuno portatore delle proprie idee  ma che viene accolto in questa grande famiglia, capace di far sentire a casa in ogni parte del mondo.

Questo senso di fraternità fa sì che si abbattano le barriere culturali, linguistiche e ci si possa confrontare serenamente su temi ed obiettivi che da soli sembrerebbero impossibili da raggiungere, come il fatto di combattere la povertà o immaginare un nuovo modo di vivere l’economia, ma che insieme possono dare vita ad un confronto sereno e ricco di stimoli e nuove idee, in cui ogni soggetto si sente sostenuto da una famiglia universale che lo accoglie senza pregiudizi e gli da spazio per dimostrare il proprio valore.

Questo presuppone diritti e doveri, in primis di rispetto ed umiltà verso gli altri e verso ciò che ci circonda, dall’ambiente alle creature viventi e ovviamente il rispetto delle altre persone e delle loro idee, ma parlando di cuore aperto il pontefice introduce il fatto di accogliere pienamente l’altro, di non fermarsi ad una mera condivisione intellettuale ma di vivere pienamente lo scambio ed il confronto, il che crea legami e relazioni forti che generano anche un senso di reciproco scambio di sensazioni positive, legate al fatto di donare con gioia.

Le parole di Papa Francesco agli imprenditori dell’Economia di Comunione

Di seguito ho riportato alcune parti del discorso tenuto da Papa Francesco nell’accogliere il movimento dell’Economia di Comunione durante l’udienza privata del 4 febbraio, provando a ragionare su alcuni concetti. Il testo completo è consultabile gratuitamente sul sito http://m.vatican.va/content/francescomobile/it/speeches/2017/february/documents/papafrancesco_20170204_focolari.html.

Il discorso di Papa Francesco agli imprenditori dell’EdC – Economia di Comunione

“Con la vostra vita mostrate che economia e comunione diventano più belle quando sono una accanto all’altra. Più bella l’economia, certamente, ma più bella anche la comunione, perché la comunione spirituale dei cuori è ancora più piena quando diventa comunione di beni, di talenti, di profitti.”

“Questi 25 anni della vostra storia dicono che la comunione e l’impresa possono stare e crescere insieme. Un’esperienza che per ora è limitata ad un piccolo numero di imprese, piccolissimo se confrontato al grande capitale del mondo. Ma i cambiamenti nell’ordine dello spirito e quindi della vita non sono legati ai grandi numeri.”

Papa Francesco

Con queste parole il Santo Padre spiega in modo semplice ma profondo cosa si intenda per Economia di Comunione.

La comunione si allarga dal significato ellenico di condivisione tra i membri della famiglia (o del gruppo di appartenenza) per diventare comunione in senso cristiano, rivolta a tutti indistintamente e capace di accogliere idee e punti di vista, anche per stili di vita completamente diversi dal nostro.

La messa in comune diventa piena e non riguarda più solo la condivisione di beni ma si allarga ad una comunione spirituale, che però include anche i talenti ed i profitti oltre ai beni.
Papa Francesco spiega inoltre come i concetti di comunione e di impresa possano coesistere e si completino a vicendo, unendo l’aspetto valoriale a quello gestionale e di come la comunione legata all’economia porti al fiorire di talenti e ad un diverso grado di condivisione, che passa dal piano materiale a quello spirituale.

“L’economia di comunione avrà futuro se la donerete a tutti e non resterà solo dentro la vostra “casa”. Donatela a tutti, e prima ai poveri e ai giovani, che sono quelli che più ne hanno bisogno e sanno far fruttificare il dono ricevuto! Per avere vita in abbondanza occorre imparare a donare: non solo i profitti delle imprese, ma voi stessi. Il primo dono dell’imprenditore è la propria persona: il vostro denaro, seppure importante, è troppo poco. Il denaro non salva se non è accompagnato dal dono della persona. “
Papa Francesco

In questo passaggio sono contenuti molti messaggi importanti ma ciò che mi ha colpito di più è il riferimento al fatto di non limitarsi a donare denaro, perché è troppo poco.

Un fattore da sempre associato alla comunione è infatti quello di carità, di impegno verso gli altri e verso gli ultimi ma qui vi è una trasformazione fondamentale associata al messaggio. L’invito è infatti quello a donare se stessi e può essere riferito sia alle imprese che a tutti noi nella vita di tutti i giorni.

L’invito infatti non è solo quello di pensare ai poveri ma anche quello di donare ai giovani. Questo si traduce nel donare il proprio tempo, il proprio impegno e nel condividere le proprie passioni. Troppo spesso si sceglie di condividere solamente il proprio sapere, una parte dei propri soldi o di fare un favore ma senza essere troppo convinti né partecipi.

Ecco quindi il grande messaggio: accompagnare il dono della persona. Essere presenti e motivati quando si fa qualcosa per qualcuno, spendersi al cento per cento e sono sicuro che in qualche modo vi si è già formata in mente un’immagine al riguardo.

Quando ci si mette completamente a disposizione degli altri vi è già uno scambio positivo, di energie, sentimenti, sorrisi e conforto che ci appaga a livello personale e ci spinge ad andare avanti. Inoltre donando se stessi si trovano energie nascoste che ci spingono a fare di più di quanto decideremmo di fare razionalmente e inoltre si entra completamente in sintonia con la persona che riceve il nostro dono, una comunione iniziale d’intenti, di pensieri, che poi può diventare qualcosa di più e se siamo fortunati si può elevare fino ad un piano spirituale.

Ma senza voler subito scalare la cima della montagna possiamo vedere da subito l’effetto cominciando dalle piccole cose, un sorriso sincero per il fatto di esserci messi a disposizione, un’apertura nei nostri confronti e soprattutto un rapporto sincero e duraturo che va oltre le differenze personali.

“Quando non c’erano i frigoriferi, per conservare il lievito madre del pane si donava alla vicina un po’ della propria pasta lievitata, e quando dovevano fare di nuovo il pane ricevevano un pugno di pasta lievitata da quella donna o da un’altra che lo aveva ricevuto a sua volta.È la reciprocità. La comunione non è solo divisione ma anche moltiplicazione dei beni, creazione di nuovo pane, di nuovi beni, di nuovo Bene con la maiuscola.”
Papa Francesco

Papa Francesco ha scelto questa semplice immagine di vita quotidiana per spiegare un concetto apparentemente complesso: la reciprocità. Ovvero il fatto che da semplici gesti quotidiani possa  innescarsi un meccanismo virtuoso che porti beneficio per tutti.

Lui ha scelto il lievito madre, un’immagine casalinga e povera ma che spiega in modo semplice il concetto. Se si mettono a disposizione degli altri i propri talenti, i propri beni e servizi e soprattutto se stessi ed il proprio impegno altri ne potranno trarre beneficio. Ma anche noi quando ci troveremo ad aver bisogno di qualcosa potremo attingere a quella fonte traendo beneficio dal lavoro e dall’impegno degli altri.

Questa è la base di un sano rapporto di comunità e di comunione. La messa a disposizione per tutti è il primo passaggio, affinché non vi siano disparità e situazioni di disagio, ma è l’impegno costante e l’attenzione verso gli altri che poi porta benefici a tutti.

In pratica un piccolo gesto fatto senza aspettarsi nulla in cambio può generare un gesto simile nei nostri confronti quando ne avremo bisogno. Un sentimento reciproco di mutuo aiuto che produce effetti positivi per tutti.

Se proiettiamo questo discorso su un piano globale ci rendiamo conto di come questo semplice discorso permetta di abbattere barriere e confini oltre a far sentire a casa propria una persona in ogni parte del mondo. Inoltre può contribuire ad abbassare i fenomeni della solitudine, dell’isolamento e nel piccolo anche solo la paura di non farcela. Sapendo che ci sarà qualcuno ad aiutarci la paura si trasforma in coraggio e se ci si mette a disposizione ci si sente parte di un gruppo capace di fare cose più grandi di noi.

Spesso siamo fuorviati dal fatto di pensare unicamente al denaro, dimenticandoci quanto possano essere importanti i piccoli gesti e le scelte di ogni giorno.

“Salviamo la nostra economia, restando semplicemente sale e lievito: un lavoro difficile, perché tutto decade con il passare del tempo. Come fare per non perdere il principio attivo, l’ “enzima” della comunione?”

“Non occorre essere in molti per cambiare la nostra vita: basta che il sale e il lievito non si snaturino. Il grande lavoro da svolgere è cercare di non perdere il “principio attivo” che li anima: il sale non fa il suo mestiere crescendo in quantità, anzi, troppo sale rende la pasta salata, ma salvando la sua “anima”, cioè la sua qualità.”
Papa Francesco

Il messaggio del Santo Padre ha una forza dirompente per via della semplicità e della capacità evocativa delle immagini scelte, appartenenti ad un vissuto semplice e in cui chiunque può rivedersi. Il sale e il lievito sono elementi quotidiani che rappresentano i nostri talenti.

Se ben dosati e messi a disposizione possono aiutare a sfamare tutti, per seguire la metafora. Ma se si esagera la pasta diventa troppo salata e quindi rovina il gusto. Abbiamo visto prima come il lievito madre rappresenti la reciprocità, ovvero la capacità di donare per poi ricevere in cambio al momento del bisogno. E così facendo è come se i beni si moltiplicassero, perché ognuno viene messo nelle condizioni di produrre per sé e per gli altri e così facendo si genera un circolo virtuoso.

Ma è il sale a dare poi il sapore. Quindi cosa rappresenta il sale? Papa Francesco invita a rivedere le qualità che rendono unico il nostro “pane”.

Il professore Luigino Bruni ha scritto molti libri per spiegare bene questo concetto: il daimon, ovvero la scoperta del proprio talento più puro, capace di renderci unici e di far emergere le nostre capacità interiori e pratiche.

Il punto è quello di ripartire dall’approccio socratico per una riscoperta piena e libera del proprio talento interiore, in modo da applicarlo anche sul piano lavorativo e personale, in modo da arrivare ad un diverso grado di consapevolezza di sé e quindi poter condividere con gli altri i propri talenti, derivanti dalla conoscenza della propria forza interiore e dalle sfaccettature del nostro io, donando agli altri il proprio lato migliore.

Perciò oltre l’invito a dare tutto di sé vi è anche quello di ricercare il meglio di sé, un percorso di ricerca e condivisione che porti ognuno a dare il meglio per poter vivere meglio. Detto così può risultare forse semplicistico.

Ognuno coltiva dentro di sé un talento, che spesso relega unicamente ad un discorso di svago o tiene per sé, considerandolo un fattore privato, da salvaguardare. Scoprire come utilizzare il proprio talento, anche su un piano lavorativo, consente invece di esprimersi appieno e di donare e ricevere e se ci pensiamo è ciò che ci attrae nei discorsi dei grandi pensatori moderni, come Steve Jobs. Ma oltre ad inseguire i sogni, è necessario scoprire come coltivare i propri talenti e farli crescere nella condivisione con gli altri.

Adam Smith scriveva ne La ricchezza delle nazioni che “Questa disposizione di talenti, tanto notevole tra gli uomini di diverse professioni, è la stessa disposizione che la rende utile.” e ancora “Tra gli uomini, invece, gli ingegni più dissimili sono vicendevolmente utili; i differenti prodotti dei loro rispettivi talenti, per la generale disposizione a trafficare, barattare e scambiare formano,per così dire, un fondo comune, dove ognuno può all’occorrenza acquistare parte del prodotto dei talenti altrui.” Questo fa capire quanto siano antichi e intimamente correlati alla visione classica dell’economia i concetti di talento e di bene comune.

La differenza fondamentale è insita nel fatto che Smith non credeva nello scambio gratuito e nel fatto che si facciano scelte se non per interesse. Afferma infatti: “Non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che ci aspettiamo il nostro desinare, ma dalla considerazione del loro interesse personale. Non ci rivolgiamo alla loro umanità ma al loro egoismo, e parliamo dei loro vantaggi e mai delle nostre necessità.”

Proviamo però a pensare ad esempio ad un progetto comune in cui ognuno porti il suo apporto, il “sale” unico che lo contraddistingue e che vuole donare agli altri. A quel punto il risultato sarà maggiore del talento del singolo, perché diverrà il frutto di un percorso condiviso.

Il Santo Padre eleva ancora il discorso ricordando di pensare all’anima di ciò che si sta facendo. Perciò l’apporto non è più solo su un piano intellettuale o professionale ma diventa un modo per condividere una parte di sé, quella più pura ed unica, per il bene di qualcosa in cui si crede o anche solo per condividerla con le altre persone per immaginare qualcosa di più grande e che vada oltre noi.

Ampliando il discorso vediamo come questo modo di intendere i rapporti e le relazioni, su un piano personale e professionale, possa realmente cambiare il vissuto e le regole sociali ripartendo da valori importanti e dallo spazio per la persona in quanto portatrice di idee, sentimenti e del proprio modo di vivere.

“Si capisce, allora, il valore etico e spirituale della vostra scelta di mettere i profitti in comune. Il modo migliore e più concreto per non fare del denaro un idolo è condividerlo, condividerlo con altri, soprattutto con i poveri, o per far studiare e lavorare i giovani, vincendo la tentazione idolatrica con la comunione. Quando condividete e donate i vostri profitti, state facendo un atto di alta spiritualità, dicendo con i fatti al denaro: tu non sei Dio, tu non sei signore, tu non sei padrone! E non dimenticare anche quell’alta filosofia e quell’alta teologia che faceva dire alle nostre nonne: “Il diavolo entra dalle tasche”. Non dimenticare questo!”
Papa Francesco

Tutti i discorsi di cui sopra sarebbero fini a se stessi senza considerare una delle caratteristiche fondanti dell’Economia di Comunione: la messa in comune dei profitti. Papa Francesco spiega in modo molto chiaro questa scelta ed i motivi da cui deriva: ovvero il fatto di ricordarsi di chi è meno fortunato e di pensare anche ai poveri e ai
giovani.

Ma al tempo stesso richiama un’immagine chiara e quotidiana perché la tentazione di seguire unicamente il profitto o il successo personale quando le cose vanno bene è sempre dietro l’angolo. Infatti è facile parlare di questi argomenti finché se ne parla su un piano pienamente teorico.

Quando però il discorso si traduce su un piano pratico e personale diventa molto più difficile non lasciarsi attrarre dal denaro e dalle tentazioni che questo comporta. L’ammonimento di Papa Francesco è però chiaro: il fattore economico non deve diventare il fine ultimo e la ragione fondante delle nostre scelte.

Inoltre il richiamo al detto popolare ci aiuta a capire come questo fattore parta dal basso e non riguardi solamente i ragionamenti per massimi sistemi. Il fatto di pensare solo ai soldi può riguardarci tutti e dobbiamo prestare attenzione.

Ma l’Economia di Comunione prevede anche un sistema di ripartizione degli utili e più in generale molte aziende cominciano a destinare parte delle proprie risorse alle fasce meno abbienti e a investimenti in termini reali su territorio.

Ma anche qui il discorso si eleva quando si parla della condivisione di profitti come gesto di alta spiritualità. Infatti il fatto di ricordarsi di non mettere il denaro al primo posto significa poter operare in modo più equo e responsabile e poter agire in modo più consapevole. Diventa un gesto di spiritualità quando si traduce nel donare agli altri, nel ricordarsi degli ultimi e nel pensare alle categorie che restano escluse dal sistema economico tradizionale.

L’economia di comunione avrà futuro se la donerete a tutti e non resterà solo dentro la vostra “casa”. Donatela a tutti, e prima ai poveri e ai giovani, che sono quelli che più ne hanno bisogno e sanno far fruttificare il dono ricevuto!”

“L’economia di oggi, i poveri, i giovani hanno bisogno prima di tutto della vostra anima, della vostra fraternità rispettosa e umile, della vostra voglia di vivere e solo dopo del vostro denaro.”
Papa Francesco

Un cambiamento importante è anche il richiamo ai giovani, affinché possano studiare e lavorare. In questo momento storico, infatti, i giovani si trovano spesso privati della possibilità di essere agenti del cambiamento. Perciò l’invito a fare studiare e lavorare i giovani è anche un invito a coinvolgerli attivamente nell’atto di immaginare la società di domani e i valori su cui deve basarsi.

L’invito è inoltre a condividere ciò che si è ricevuto con le nuove generazioni, per far fruttificare il dono ricevuto. Troppo spesso infatti si parla di giovani come problema e non come risorsa e si entra in un modo di vedere e concepire la società che pare irrisolvibile e problematico.

Ma se invece proviamo a vedere con occhi nuovi, condividendo il sapere e lasciando fiorire negli altri il sapere appreso negli anni, le capacità acquisite, la propria conoscenza e passione allora vedremo che non solo è possibile ma direi quasi doveroso trasferire alle nuove generazioni il proprio vissuto.

Ma l’invito è esteso anche a donare ai poveri, nel senso di porre in essere condizioni paritarie al mercato e di accesso alle risorse.

La scelta di condividere con i poveri però si deve tradurre in progettualità e scambio di sapere oltre che di denaro. Bisogna dare alle persone la capacità di provvedere al proprio sostentamento e di produrre anch’essi il lievito madre di cui parlavamo sopra.

Ma se il riferimento ai poveri è immediato, ciò che risulta veramente innovativo è l’invito a pensare anche ai giovani, alle nuove generazioni, mettendo in atto campagne per il trasferimento di conoscenze ed aiuti pratici affinché possano trovare sbocchi nel mondo del lavoro e nella società e affinché si possa progredire insieme.

Ho trovato fondamentale il paragone con il frutto da donare, affinché lo si faccia crescere ed il fatto di parlare di fraternità e gioia di vivere, perché la comunione è uno scambio condiviso e quindi anche il confronto tra generazioni potrebbe diventare uno stimolo per migliorare lo stile di vita di entrambi.

Immaginiamo per un momento a come possa risultare vincente un modello basato sulle conoscenze dei grandi unite allo stimolo, alla gioia e alla motivazione dei giovani e su un piano più alto a come ciò porti ad un fiorire di idee, di condivisione di valori e al senso di fraternità di cui parla il pontefice.

Dicendo che i giovani hanno bisogno prima dell’anima degli adulti e poi solo in seconda battuta del loro denaro, afferma implicitamente che le nuove generazioni hanno bisogno di essere ascoltate, di essere accolte e guidate e di avere la possibilità di dire la propria.

Traslato su un piano economico le nuove generazioni possono fornire una marcia in più e nuovi occhi sul mondo e far intravedere soluzioni che ancora non esistono, ma che possono essere immaginate insieme.

“Il capitalismo conosce la filantropia, non la comunione. È semplice donare una parte dei profitti, senza abbracciare e toccare le persone che ricevono quelle “briciole”. Invece, anche solo cinque pani e due pesci possono sfamare le folle se sono la condivisione di tutta la nostra vita. Nella logica del Vangelo, se non si dona tutto non si dona mai abbastanza.”
Papa Francesco

Se spostiamo il discorso a livello aziendale diventa molto importante questo monito. Siamo abituati ad immaginare che siano i grandi gruppi a dover intervenire e che il denaro sia la chiave per risolvere i problemi.

Proprio per questo è importante la distinzione tra filantropia e comunione. Donare una parte degli utili per migliorare la propria immagine sociale può portare prestigio e ricadute in termini di immagine.

Donare tutto di sé è invece un impegno costante che non attira le luci dei riflettori e che costa molto sacrificio. Risulta però essere la chiave per risolvere veramente i problemi perché permette di avere un ascolto attivo e costante delle problematiche partendo dal basso. Solo con la presenza e l’impegno si possono infatti capire i problemi della quotidianità ed immaginare soluzioni reali.
Donare se stessi, come detto anche sopra, può essere un percorso che parte dai piccoli gesti ma che permette di ricevere molto a livello personale e anche di sentirsi parte di qualcosa di più grande.

“Il denaro è importante, soprattutto quando non c’è e da esso dipende il cibo, la scuola, il futuro dei figli. Ma diventa idolo quando diventa il fine. L’avarizia, che non a caso è un vizio capitale, è peccato di idolatria perché l’accumulo di denaro per sé diventa il fine del proprio agire. E’ stato Gesù, proprio Lui, a dare categoria di “signore” al denaro: “Nessuno può servire due signori, due padroni”. Sono due: Dio o il denaro, l’anti-Dio, l’idolo. Questo l’ha detto Gesù. Allo stesso livello di opzione. Pensate a questo. Quando il capitalismo fa della ricerca del profitto l’unico suo scopo, rischia di diventare una struttura idolatrica, una forma di culto.”
Papa Francesco

Questo è un passaggio del discorso che mi ha colpito particolarmente, per la presa di posizione e al tempo stesso per la chiarezza e l’immediatezza del discorso. Nessuno può servire due padroni.
Se ci ragioniamo un attimo ci renderemo subito conto di quanto oggi tutto ruoti attorno al denaro. Misuriamo il successo, il benessere, la carriera ed il potere sulla base del capitale accumulato. Talvolta persino il prestigio di una persona. Ma è davvero questo che conta? Senza che ce ne rendiamo conto il denaro è davvero diventato una
nuova forma di culto?

I modelli proposti dalla società, i grandi leader, vengono presi in considerazione solo dopo aver conseguito un grande risultato economico. Spesso le idee e lo stimolo iniziale si perdono per dare forma soltanto al livello di benessere raggiunto e promuovere quello anziché la strada, gli insegnamenti e le innovazioni di pensiero e di progetto che potrebbero realmente cambiare la vita delle persone e aiutare a pensare a uno stile di vita innovativo e più rispettoso delle differenze e delle idee altrui.

John Maynard Keynes nel testo Possibilità economiche per i nostri nipoti affermava: “L’amore per il denaro, per il possesso del denaro – da non confondersi con l’amore per il denaro che serve a vivere meglio, a gustare la vita, sarà, agli occhi di tutti, un’attitudine morbosa e repellente, una di quelle inclinazioni a metà criminali e a metà patologiche da affidare con un brivido agli specialisti di malattie mentali. E finalmente saremo liberi di accantonare tutte le abitudini sociali e le pratiche economiche che oggi decidono chi si arricchisce e chi no, e di quanto – tutto ciò insomma che abbiamo mantenuto in vita a ogni costo, per quanto disgustoso o ingiusto ci apparisse, ritenendolo essenziale all’accumulazione di capitale.”

Il fatto di rimettere al centro l’uomo e non il capitale, di riscoprire i valori fondamentali e non il mero profitto potrebbero portare a cambiamenti molto importanti e a cambiare radicalmente il modo non solo di fare economia, ma di concepire la società stessa e i rapporti tra le forze in campo.

Pensandola nel nostro quotidiano si traduce in gesti semplici ma che nel loro piccolo hanno un grande impatto.

Pensiamo alla differenza tra fare qualcosa per interesse o perché ci si crede a fondo e si vuole condividere con l’altra persona una propria passione, un sentimento o anche solo un gesto di affetto o un sorriso.

Volendo vederla poi su un piano più alto vi è il discorso della ricerca spirituale, Ricordarsi di seguire Dio, a prescindere da quale sia la propria fede e non il denaro. Ovvero ricercare dentro di sé la forza per porsi nei confronti degli altri in modo positivo e di offrire il nostro lato migliore, condividendo qualcosa di autentico e capace di appagare entrambi. La ricerca interiore perciò non è più per se stessi ma per creare una comunione con l’altro, intesa come condivisione reciproca e paritaria, e capace perciò di portare beneficio ad entrambi.

Se proviamo a portare anche questo discorso su un piano economico o sociale ci accorgiamo della potenza del messaggio. Un invito universale a dare il meglio di sé e ad operare in maniera corretta, promuovendo talenti ed idee e mettendosi in gioco a 360 gradi. Può sembrare forse utopistico però è importante che vi sia anche solo una scintilla, un recepimento interiore che porti a vedere le cose in maniera diversa per cambiare davvero le cose.

“Gli aerei inquinano l’atmosfera, ma con una piccola parte dei soldi del biglietto pianteranno alberi, per compensare parte del danno creato. Le società dell’azzardo finanziano campagne per curare i giocatori patologici che esse creano. E il giorno in cui le imprese di armi finanzieranno ospedali per curare i bambini mutilati dalle loro bombe, il sistema avrà raggiunto il suo culmine. Questa è l’ipocrisia!

L’economia di comunione, se vuole essere fedele al suo carisma, non deve soltanto curare le vittime, ma costruire un sistema dove le vittime siano sempre di meno, dove possibilmente esse non ci siano più. Finché l’economia produrrà ancora una vittima e ci sarà una sola persona scartata, la comunione non è ancora realizzata, la festa della fraternità universale non è piena. Bisogna allora puntare a cambiare le regole del gioco del sistema economico-sociale.”
Papa Francesco

Per capire questi passaggi dobbiamo considerare i cambiamenti della società e l’attenzione crescente da parte del pubblico per ciò che concerne la Responsabilità sociale dell’impresa, RSI, che deriva dall’inglese CSR, Corporate Social Responsibility. Questi ragionamenti sono stati sviluppati dal professor Stefano Zamagni in molti testi, tra i quali Impresa responsabile e mercato civile.

Il punto fondamentale è quello di legare il comportamento dell’azienda a comportamenti etici e che abbiano una ricaduta in termini positivi sul territorio, oltre al livello di soddisfazione dei dipendenti e alle agevolazioni riguardanti la loro vita privata (pensiamo solo ad asili, borse di studio per i figli, ecc.) ed in questi anni molte aziende hanno compiuto importanti passi in questa direzione. Uno dei precursori in tal senso era stato Olivetti.

Di recente sono sorti anche gli ISR, ovvero forme di Investimento Sostenibile e Responsabile: dall’inglese SRI, Sustainable and Responsible Investment. Sono dei fondi che legano all’attività finanziaria aspetti di analisi qualitativa in termini etici e di sostenibilità ambientale, sociale e di ricadute in termini reali sul territorio e rappresentano i primi esempi di Finanza Sostenibile.
Da qui il monito di Papa Francesco ci apre però gli occhi su un fatto fondamentale. Questo non può essere solo un pretesto per salvaguardare l’immagine pubblica dell’azienda, continuando di fatto ad operare in contesti negativi per poi sostenere ogni tanto alcune iniziative benefiche.

Il cambiamento auspicato è quello di intervenire direttamente sulle cause scatenanti dei problemi e non solo di porre in atto iniziative per tentare di sanare o appianare le situazioni di precarietà. Il paradigma è quello di intervenire direttamente alla fonte, attraverso un cambio netto di mentalità e posizione e, attraverso corrette campagne di informazione ed un coinvolgimento dell’opinione pubblica, far sì che si possano cambiare le regole del gioco.

Nel nostro piccolo è importante imparare a distinguere tra l’ipocrisia di chi vuole cancellare il male fatto dalla propria società con singoli gesti, volti solo a migliorare l’immagine aziendale rispetto a chi invece investe un impegno costante nel porre in essere regole che possano favorire il benessere collettivo, con scelte etiche e ricadute concrete e durature.

“Ma – e questo non lo si dirà mai abbastanza – il capitalismo continua a produrre gli scarti che poi vorrebbe curare. Il principale problema etico di questo capitalismo è la creazione di scarti per poi cercare di nasconderli o curarli per non farli più vedere. Una grave forma di povertà di una civiltà è non riuscire a vedere più i suoi poveri, “Ma occorre agire soprattutto prima che l’uomo si imbatta nei briganti, combattendo le strutture di peccato che producono briganti e vittime. Un imprenditore che è solo buon samaritano fa metà del suo dovere: cura le vittime di oggi, ma non riduce quelle di domani. “
Papa Francesco

Questo discorso investe l’imprenditore ed in generale gli operatori economici di un grado di responsabilità maggiore rispetto a quanto si pensi normalmente. Papa Francesco ci costringe infatti a riflettere sugli effetti che il capitalismo ha sulla società, andando ad indagare le cause scatenanti dei fenomeni relativi alla povertà e alle disuguaglianze e va ancora oltre, invitando a correggere gli effetti che le scatenano.

Non si limita a chiedere di fare il possibile per aiutare i poveri, ma invita a prendere coscienza dei meccanismi che causano la povertà e la disuguaglianza e ci mette davanti al fatto che a forza di considerare normali queste categorie si diventa indifferenti ai problemi.

Investe inoltre l’imprenditore di una responsabilità diretta, in quanto responsabile degli effetti che la sua società ha sull’economia e sulla vita delle persone e nel complesso sulla vita delle persone.

Per riprendere Keynes: “A questo punto, penso che siamo liberi di recuperare alcuni principi religiosi e valori più solidi, e tornare a sostenere che l’avarizia è un vizio, l’usura un comportamento reprensibile, e che l’avidità ripugna; che chi non pensa al futuro cammina più spedito sul sentiero della virtù e della saggezza. Dobbiamo tornare a porre i fini avanti ai mezzi, e ad anteporre il buono all’utile.”

Perciò non resta che immaginare insieme questo nuovo cammino, andando ad indagare le cause profonde e provando a pensare insieme a soluzioni reali condivise che consentano di cambiare il paradigma, ovvero di non cercare di curare le vittime di oggi ma cercare di porre in essere un’economia in cui le vittime di oggi non ci siano più.

Ciò può sembrare utopistico e forse semplicistico, ma alle volte è sufficiente un primo passo per introdurre dei grandi cambiamenti in fatto di mentalità o nelle attività quotidiane. Pensiamo solo a come siano cambiate le nostre abitudini quotidiane negli ultimi anni.

I consumatori sono diventati più critici e consapevoli riguardo l’origine e la genuinità degli ingredienti e la naturalità dei prodotti. Perciò forse non è così impensabile il fatto di poter immaginare un cambiamento simile, in forma graduale e tendente alla consapevolezza per quanto riguarda le scelte etiche delle aziende e gli effetti diretti ed indiretti dell’economia sulla vita quotidiana delle persone.

Solo così l’economia potrà tornare ad essere la gestione di un progetto condiviso che riguardi tutti, in un senso allargato di koiné che abbracci diverse idee e vari stili di vita secondo un senso comune legato ad aspetti valoriali e con scelte consapevoli.