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XXVIII Master CIBA

Economia di comunione

Economia di comunione

Dott.ssa Cristiana Cattani

L’autrice
Cristiana Cattani. Classe 1981, è nata e vive a Lucca.
Si è laureata nell’anno accademico 2008/2009, all’Università di Pisa, in “Consulenza professionale alle aziende” (laurea specialistica in scienze economico-aziendali) con una tesi in diritto tributario.
Ha frequentato la XVIII edizione del Master CBA nel 2011.
Si interessa prevalentemente di economia civile e, in questo ambito, sta approfondendo in modo particolare lo studio dell’economia di comunione e della teoria economica della decrescita.

Email: cristiana.cattani@libero.it

Introduzione
“Perché un pensiero cambi il mondo bisogna che cambi prima la vita di colui che lo esprime”
(Albert Camus)

L’economia di comunione (nel prosieguo EdC) è una scuola di pensiero economico contemporanea che si concretizza in un progetto a cui aderiscono imprese dei cinque continenti.
Gli imprenditori che liberamente scelgono di far parte questo progetto mettono in comunione i profitti dell’azienda secondo tre scopi e con pari attenzione:

  1. Aiutare le persone in difficoltà, creando nuovi posti di lavoro e sovvenendo ai bisogni di prima necessità, iniziando da quanti condividono lo spirito che anima il progetto;
  2. Diffondere la cultura del dare e dell’amore, senza la quale non è possibile realizzare un’economia di comunione;
  3. Sviluppare l’impresa che deve restare efficiente pur se aperta al dono.

La spinta innovativa dell’EdC, rispetto al pensiero economico capitalistico che caratterizza la nostra società, a livello pressoché globale, opera sotto tre aspetti:

  1. l’EdC nasce da una spiritualità di comunione, vissuta nella vita civile; coniuga efficienza e solidarietà.
  2. Punta sulla forza della cultura del dare per modificare i comportamenti economici.
  3. Non considera i poveri come un problema ma come una risorsa preziosa.

L’EdC incoraggia il ricorso alla reciprocità ed alla cultura del dare e, così facendo, cerca di favorire la presenza – partendo dalle imprese, col fine di estendersi a tutta la società ed al mondo economico – di soggetti attenti a coltivare positive e costruttive relazioni interpersonali.

“Nessuno ha mai commesso un errore più grande di colui che non ha fatto niente solo perché poteva fare troppo poco”.
(Edmund Burke)

L’idea alla base dello sviluppo dell’EdC è molto recente, risale, infatti, al Maggio 1991 quando Chiara Lubich – fondatrice del Movimento dei Focolari – attraversando la città di San Paolo in Brasile rimase colpita dall’enorme estensione di grattacieli accanto ad un’altrettanto enorme estensione di favelas.
Spinta dall’urgenza di trovare una soluzione a questo divario tra “troppo” ricchi e “troppo” poveri, che il sistema capitalistico tendeva (e tende…) a generare, lanciò l’idea dell’EdC:
“Qui dovrebbero sorgere (…) delle aziende i cui utili andrebbero messi liberamente in comune (…): prima di tutto per aiutare quelli che sono nel bisogno, offrire loro lavoro, fare in modo, insomma, che non ci sia alcun indigente. Poi gli utili serviranno anche a sviluppare l’azienda (…) perché possa formare uomini nuovi: senza uomini nuovi non si fa una società nuova!”.

Nell’arco di questi 20 anni il “sogno” di allora sta diventando realtà: molte aziende sono nate, non soltanto in Brasile, ma in ogni parte del mondo, ed aziende già esistenti si sono riconvertite, modificando lo stile di gestione aziendale e la destinazione degli utili.

“Le utopie sono come le stelle per i naviganti la notte.
Nessuno pensa di raggiungerle ma aiutano a tenere la rotta.
La consapevolezza dello scarto esistente tra aspirazioni ideali e condizioni reali non deve far rinunciare ad agire per il bene e per il giusto”
(Paolo Cacciari)

Abbiamo fin qui compreso come l’EdC operi per stimolare il passaggio dell’economia e della società intera dalla cultura dell’avere, tipicamente edonistica, propria del sistema capitalistico, alla cultura del dare. Questo mutamento di mentalità opera attraverso gesti concreti messi in atto dalle imprese aderenti al progetto attraverso la focalizzazione su cinque obiettivi:

  1. Il DIALOGO con clienti, fornitori e comunità: tutti i membri dell’impresa lavorano con professionalità per costruire e rafforzare buone e sincere RELAZIONI fondate sia sulla lealtà verso i consumatori, offrendo beni e servizi utili e di qualità a prezzi equi, sia verso i concorrenti, astenendosi dal mettere in luce negativa i prodotti e servizi altrui.
  2. l’ETICA: il lavoro dell’impresa è un mezzo di crescita interiore per tutti i suoi membri. Essa mantiene un comportamento eticamente corretto nei confronti di tutti i suoi stakeholders dai quali si aspetta altrettanto. Nella definizione della qualità dei propri prodotti e servizi l’impresa, non solo rispetta gli obblighi di contratto, ma valuta i riflessi oggettivi della qualità degli stessi sul benessere delle persone a cui sono dedicati.
  3. la QUALITA’ DELLA VITA e DELLA PRODUZIONE: particolare oggetto di attenzione sono la salute ed il benessere di ogni membro dell’impresa, la creazione di un ambiente di lavoro disteso ed amichevole, dove regnano rispetto, fiducia e stima reciproci. L’impresa si trasforma da azienda a “comunità”, in cui regolarmente si verifica la qualità dei rapporti interpersonali e si agisce per comporre i conflitti. Inoltre l’impresa si impegna a produrre beni e servizi sicuri prestando attenzione agli effetti sull’ambiente ed al risparmio di energia e risorse naturali con riferimento all’intero ciclo di vita del prodotto.
  4. la FORMAZIONE: l’impresa favorisce l’instaurarsi, tra i suoi membri, di un’atmosfera di sostegno reciproco e di condivisione dei saperi e dei talenti, di idee e competenze per il raggiungimento dell’obiettivo comune di crescita professionale dei colleghi e di progresso dell’azienda. L’impresa, inoltre, fornisce occasioni di aggiornamento ed apprendimento continuo.
  5. la COMUNICAZIONE: l’impresa si impegna a garantire una comunicazione aperta e sincera che assicuri lo scambio di idee tra dirigenti e lavoratori e si apre a tutti coloro, anche esterni, che sono interessati alla cultura del dare. Le imprese EdC, inoltre, utilizzano i più avanzati metodi di comunicazione, per relazionarsi tra loro, sia a livello locale sia a livello internazionale, al fine di scambiarsi idee e sostegno reciproco.

L’azienda, perciò, è primariamente concepita come una comunità, in cui i rapporti commerciali e lavorativi diventano occasioni di incontro autentico tra le persone e l’impresa si trasforma in un bene sociale, in una risorsa collettiva, senza perdere il carattere di impresa for profit e coniugando, quindi, l’efficienza con la solidarietà e, appunto, l’economia con la comunione.

“Non sia mai che qualcuno venga da voi e non se ne vada migliore di com’era quando è venuto e più felice”
(Madre Teresa di Calcutta)

Condizione necessaria (sebbene non sufficiente) per le imprese, al fine di aderire al progetto dell’EdC, è mettere in comunione gli utili per destinarli agli scopi dell’EdC, che sono tre ed hanno tutti uguale importanza:

  1. lo sviluppo dell’azienda, perché per l’EdC le imprese rappresentano un mezzo creatore di sviluppo umano e di bene comune. Fondamentale, quindi, rimane la necessità della crescita istituzionale dell’azienda in modo che possa continuare a creare ricchezza, beni, servizi e posti di lavoro.
  2. la formazione culturale, perché un pilastro irrinunciabile dell’EdC è la profonda convinzione che senza una cultura nuova non si può creare un’economia nuova. Un terzo degli utili, quindi, serve per formare persone, povere e meno povere, alla “cultura del dare” prevalentemente attraverso le strutture di formazione del Movimento dei Focolari.
  3. aiuto agli indigenti, perché il primo scopo dell’EdC è la lotta alla miseria come via per il raggiungimento di una società più equa. Gli aiuti agli indigenti sono basati sui principi di sussidiarietà e reciprocità e questa terza parte degli utili è destinata direttamente a situazioni di emergenza concreta.

“Parlate, parlate forte! Abbiate il coraggio di parlare dell’EdC anche ai grandi economisti del mondo! Forse non vi daranno credito subito, ma siccome è una realtà basata sulla verità delle cose, si affermerà con il tempo.”
(Cardinale Odilo Scherer)

L’EdC non sarebbe concepibile sganciata dall’humus vitale del Movimento dei Focolari, perché vive della vita delle sue comunità e gli imprenditori ed i lavoratori che vi aderiscono sono in massima parte membri o simpatizzanti del Movimento. E’ per questo motivo che la formazione degli uomini nuovi avviene attraverso le strutture dello stesso movimento, in particolar modo in quelle cittadelle in cui sono inseriti i Poli industriali dell’EdC.
La stessa Chiara Lubich, concependo l’idea dell’EdC, aveva previsto la creazione dei cosiddetti Poli Produttivi, che essa propone di far nascere nei pressi delle cittadelle del Movimento. Questi Poli sono una concentrazione di imprese aderenti all’EdC, ma di fatto hanno un valore ben maggiore perché rappresentano un laboratorio visibile ed un punto di riferimento, non solo ideale, ma fortemente operativo, indispensabile per tenere sempre vivo lo spirito del progetto e diffonderlo ad altre imprese.
In Italia è presente il Polo Lionello Bonfanti, che si trova a Loppiano nel Comune di Incisa Val d’Arno e che, attualmente, conta una ventina di imprese (1) inserite e più di 5.600 azionisti, molti dei quali, anche se non imprenditori, hanno creduto fortemente nel progetto ed hanno voluto, in qualche modo, diventarne parte.

(1) In tutta Italia si contano 230 aziende che hanno raccolto la sfida dell’Economia di Comunione. Attività inserite a tutti gli effetti nelle dinamiche del mercato globale, appartenenti ai più diversi settori: dall’arredamento alla costruzione edile e all’impiantistica, dai servizi informatici alla consulenza gestionale e finanziaria, dai servizi medici alla produzione farmaceutica e di prodotti erboristici, dalla coltivazione ortofrutticola alla gastronomia, dall’editoria al turismo. (Per conoscere tutte le aziende EdC del Polo Bonfanti è possibile consultare il seguente sito: www.pololionellobonfanti.it)

“In un mondo dove con il denaro si compra (quasi) tutto, il denaro tende a diventare tutto: ricordare e vivere in questa età dell’avere la cultura del dare e della gratuità ha allora un grande valore non solo economico, ma di resistenza culturale, di battaglia di civiltà, di amore per l’umanità di oggi, e di domani.”
(Luigino Bruni)

Probabilmente, nella storia dell’umanità, mai come in questo tempo la società vive nella continua disponibilità di merci di ogni tipo (fino alla saturazione…) e, al contempo, nell’enorme indigenza di “beni relazionali”, e, tuttavia, si comincia a percepire come, di conseguenza, nel cuore di moltissime persone sia forte il desiderio di rivoluzione e di rinascita per ribaltare questa condizione.
L’economia è generalmente considerata quella scienza sociale in cui l’individuo, che sceglie totalmente mosso dalla razionalità, tende ad operare col fine di massimizzare la propria utilità individuale. Su questa base si può affermare – riportando alcune interessanti riflessioni dell’economista Luigino Bruni (1) – che la tripartizione degli utili proposta dalle imprese EdC rappresenti un’intuizione “meta” economica, che ci parla a chiare lettere di una nuova economia sganciata dalle regole dei modelli classici e ci dice di guardare all’impresa – cioè alla principale istituzione dell’economia di mercato – come a qualcosa di “non solo” economico.
Questo perché l’impresa EdC concepisce e tratta concretamente il profitto non come lo scopo dell’attività economica, ma come il mezzo, e ciò rappresenta una grossa innovazione, un profondo mutamento di mentalità e di coscienza che può, senza dubbio, condurre ad un radicale ripensamento di che cosa siano l’impresa, l’attività economica ed il profitto stessi, ed anche e soprattutto alla comprensione che, al di là della remunerazione monetaria dell’attività economica, fondamentale diventa lo scambio relazionale ed umano, la cooperazione, la comunione di intenti e di carismi che essa certamente genera e di cui la nostra tecnologica ed avanzata società ha sempre più bisogno.
Inoltre, la visione del rapporto mercato-società tipica dell’EdC è profondamente in linea con la tradizione dell’economia civile, che vede i suoi albori all’interno del pensiero classico, nel medioevo cristiano e nell’umanesimo civile mediterraneo in particolare con Vico e Genovesi (2).

L’idea centrale di tale tradizione è considerare l’esperienza della socialità umana come una realtà unitaria, cosicché le espressioni di amicizia e di reciprocità non devono essere relegate soltanto a momenti per così dire ludici, ma si devono esercitare anche all’interno di una normale vita economica.
Le relazioni economiche di mercato possono rappresentare rapporti di mutua assistenza e non solo di mutuo vantaggio ed il mercato stesso può diventare una potente espressione di reciprocità. I rapporti di mercato, dunque, non sono diversi da quelli della società civile e, pertanto, anche negli scambi economici devono essere attivati tutti quei principi che reggono la vita in comune.

L’economia – sempre per citare un pensiero di Luigino Bruni (3) – non è né sempre sociale o civile, né mai sociale o civile ma costruisce il civile solo se accoglie al suo interno tutti i principi del civile e d’altra parte non è concepibile che il dono e la reciprocità restino appannaggio di altri momenti o sfere della vita civile – cioè quelli non economici – poiché di fatto non è possibile edificare una società civile senza economia, ma è certamente possibile farlo attraverso un’economia civile. Criticando, infatti, in maniera generalizzata i mercati da un lato si confinerebbe l’economia civile ad espressioni lodevoli ma marginali e, dall’altro lato, invece, si ritirerebbero dai mercati i soggetti con motivazioni etiche e civili lasciando campo libero a soggetti esclusivamente interessati ai profitti.
Chi desidera davvero un’economia civile deve, quindi, impegnarsi affinché i rapporti si umanizzino e si civilizzino all’interno delle normali dinamiche economiche.

(1) Cfr. Luigino Bruni, Il prezzo della gratuità, Roma 2008
(2) Il termine “economia civile” appare per la prima volta in Italia nel 1754 quando all’Università Federico II di Napoli viene affidata all’abate Antonio Genovesi, allievo di Giambattista Vico, una cattedra intitolata “di meccanica e di commercio” per la quale Genovesi impartiva lezioni di economia civile, che diventerà il titolo di un’opera che egli pubblicherà nel 1765. Tuttavia l’espressione “economia civile” è velocemente scomparsa, alla fine del Settecento, per cedere il posto alla ben più nota “economia politica” di Adam Smith. Ciò che accomuna entrambe le concezioni sono, da un lato, il principio dello scambio di equivalenti da cui deriva l’efficienza e, dall’altro, il principio di redistribuzione, da cui deriva l’equità, tuttavia, a questi, l’economia civile aggiunge un terzo principio che è quello di reciprocità. (Cfr. intervista a Stefano Zamagni, “Fraternità: il principio dimenticato” a cura di Marco Girardo Avvenire 3 Ottobre 2009)
(3) Ibidem

– Il Prezzo della gratuità – Luigino Bruni – Ed. Città Nuova 2008.
– Economia civile: efficienza, equità, felicità pubblica – Luigino Bruni, Stefano Zamagni – Ed. Il Mulino 2004.
– Reciprocità, dinamiche di cooperazione, economia e società civile – Luigino Bruni – Ed. Mondadori 2006.
– La ferita dell’altro. Economia e relazioni umane – Luigino Bruni – Ed. Il Margine 2007.
– La crisi economica. Appello a una nuova responsabilità – Antonio M. Baggio, Piero Coda, Luigino Bruni – Ed. Città Nuova 2009.
– L’ethos del mercato. Un’introduzione ai fondamenti antropologici e relazionali dell’economia – Luigino Bruni – Ed. Mondadori 2010.
– L’impresa civile. Una via italiana all’economia di mercato – Luigino Bruni – Ed. Università Bocconi 2009.

Sitografia
– http://www.edc-online.org
– http://www.iu-sophia.org
– http://www.pololionellobonfanti.it
– http://www.ecodicom.net