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XXVIII Master CIBA

Creatività e innovazione

Creatività e innovazione

Junio Caselli e Nicola Romagnani

Autori
Il dott. Junio Caselli e l’ing. Nicola Romagnani sono i fondatori di archita wide_thinking_people, agenzia di creatività, comunicazione e innovazione.
Sito: www.widethinkingpeople.blogspot.it
e-mail: info@widethinkingpeople.it

Introduzione
La massimizzazione delle risorse, l’impiego scrupoloso e completo di ogni unità di energia, di ogni idea e di ogni materia prima: questa è la creatività che deve ispirare, questa è l’innovazione che deve piacere.
Tutto questo ha in sé il tratto divertente del risparmio e della soddisfazione; tutto questo accade semplicemente pensando, a ogni singolo passo, se quello che si sta facendo sia ben fatto o se si possa ancora migliorare.
Devo proprio fare quello che sto facendo?, si chiederà il massimizzatore; devo già gettare questa matita consumata?, devo usare una vite in più?, devo allineare al centro?

Creare non è giocare, ma studiare. E innovare non è essere coscienti di dovere andare avanti, ma è sapere già dove andare.

Cominciare con il negare i fatti e finire realizzando (cioè: rendendo reale) il pensiero sono gli estremi in mezzo ai quali sta la forza bruta della ragione, quando essa viene armonizzata con metodo. La creatività buona (importante distinguerla da quella cattiva) passa necessariamente da qui: la negazione degli assunti classici di base e la loro riproposizione in forma metodica.

2.a. Il risultato
Per creare, si parta sempre presupponendo che ordine e metodo siano semplicemente due strumenti, i più utili. Essi concorrono, prima ancora della creatività grezza (e comunque insieme a essa), all’individuazione di soluzioni reali.
Soluzione è termine spesso usato in contesti più tradizionalmente tecnici, quelli in cui è imprescindibile trovare la via giusta per arrivare al risultato cercato.
Troppo spesso la creatività è descritta come un processo fantasioso e simpaticamente caotico di non ricerca, come se nell’arte (od ovunque ci si approcci con eccessiva indulgenza verso il pensiero applicato) non contasse prevedere il risultato, ma solo arrivare a esso. L’arte creata a caso non è creativa e non porta alcun contenuto innovativo, ma solo pseudo-significati.
Prevedere ciò che si otterrà è invece un prerequisito per ogni attività umana. Fare un lavoro una volta che è stato pensato è cosa facile; farlo con cognizione è la cosa difficile, quella da tecnici (parola che qui usiamo nel suo nobile significato originario di chi possiede un’abilità progettuale).
Il lavoro assiduo, serio e serioso dei noiosi geometri della creatività è quanto di più intellettualmente elevato ci possa essere. Lavorare senza alcun obbligo di risultato è una recente pericolosa deformazione per cui si insinua che si possa progettare o addirittura ricercare senza un fine; come se cercare ciò che si immagina di trovare non sia degno di essere indagato.
Nelle discipline scientifiche è l’ipotesi di partenza a dover essere verificata: quindi, si sa già cosa si cerca. Cercarlo con metodo è lo scopo della scienza.
Non esiste pertanto innovazione, sia essa scientifica, tecnica o artistica, senza metodo. Creatività buona contro creatività cattiva: il metodo contro il vuoto di idee. Innovazione contro ripetizione.

2.b. Il processo
Educarsi all’ordine mentale è quindi l’unica via se si vuole raggiungere l’obiettivo minimo del pensiero creativo e della generazione delle idee: cioè idee nuove e di qualità che possano esistere nel mondo reale. Nessun preconcetto, chiaramente, contro tutto quanto non sia reale; solo più dimestichezza e interesse verso ciò che è o potrà essere vero.
Un metodo possibile è l’amplipensiero; in inglese: wide thinking. Amplipensare significa non innamorarsi di un’idea solo perché la si è pensata, significa adottare le idee degli altri come se fossero proprie, significa possedere uno slancio al cambiamento di idea che solo le menti oneste sanno dimostrare. Significa sfruttare ciò che altri hanno pensato prima di noi per andare avanti ed espandere i concetti. Significa, infine, non fissarsi mai su un concetto credendo che sia quello risolutivo (con il rischio di incorrere nell’effetto Atteone: di chi crede che, nella versione di greco, il puttino dia calci a una staccionata, invece di cavalcare un delfino). Si potrebbe dire che l’amplipensiero è l’equivalente intellettivo del design: è l’approccio progettuale al pensiero.
Per essere davvero innovativo, il processo creativo deve essere sempre quello a minima energia, quello a entropia più bassa: la cosiddetta minima azione (o principio di Hamilton). Altrimenti si candida immediatamente, all’atto stesso della sua nascita, a essere sostituito da uno più economico (e non può esistere un’innovazione intrinsecamente obsoleta). Non è detto che esista una sola strada possibile da percorrere (come succede in fisica, una volta date le condizioni al contorno); ma esiste un’efficacia che va massimizzata a prescindere dal risultato. Si potrebbe affermare che è importante il percorso, non il risultato. Se il percorso (il metodo) è corretto, lo è anche il risultato, sempre.

Amplipensante è chi riesce a scomporre ogni percorso in piccoli percorsi, la somma dei quali conduce alla soluzione. Ogni scelta che si pone di fronte a noi deve essere affrontata con lo spirito schumpeteriano di negazione del reale, con attitudine gioiosamente distruttiva: solo il dubbio mette in relazione il vero con il percepito.Ed è necessario non dichiararsi mai soddisfatti per poterlo essere davvero.
Il risultato è il processo. Se da un processo sbagliato viene fuori una buona cosa, questo processo si chiama fortuna (non design o progettazione). La buona cosa si tiene, ma il processo si cambia. Un po’ come la dinamite: Alfred Nobel, dopo la prima volta, ha smesso di farla per caso e ha cercato la maniera per rifarla sempre uguale e sempre bene. Un processo sensato è un processo di cui si sa dove comincia e dove arriva, con precisione, senza superflui movimenti dell’intelletto, senza dispersione di energie o di risorse. La prevedibilità è il concetto chiave: se lavorando si ottengono risultati diversi da quelli attesi, anche se migliori, non c’è niente di che congratularsi; niente pacche sulle spalle, conviene solo ripensarci bene: il creativo, l’innovatore e lo scienziato non sono serendipici.

Fare l’inventario del proprio materiale, cioè guardare a cosa c’era prima, a cosa hanno fatto altri interessati a fare lo stesso:
in periodi differenti, in luoghi differenti, nello stesso periodo, nello stesso luogo. E ancora: guardare a chi è il committente dell’idea e non a cosa egli si aspetta; giacché si aspetta una cosa che non conosce e quindi non ha senso chiederla a lui. Guardare a cosa si potrà fare di quello che si è trovato in questa ricerca preliminare.

Il cliente vive nel mondo della tautologia: è interessato a ciò di cui è interessato e questo non fa di lui una persona peggiore di noi. Proporre al committente un’idea irrealizzabile (per quanto creativa) è un fallimento concettuale, un limite del progettista e non del cliente. È creatività cattiva, o innovazione obsolescente. E noi non ci siamo annoiati solamente di chi parla di innovazione, di creatività e di talento. Ci siamo annoiati anche di chi parla di vera innovazione, di vera creatività e di vero talento. Perché anche se sembra che tirino il carretto dell’innovazione del sistema, lo tirano storto. Allontanano dal lavoro quotidiano e preciso, dalla ricerca, che è tanto studio e tanta fatica.

Quando uno ha progettato particolarmente bene, ha eliminato davvero il superfluo, ha scelto la forma più semplice e conveniente e depurato dalle sovrastrutture della moda del momento, si può dire che abbia progettato utilizzando gli archetipi dell’uomo razionale: concetti propri di tutti e sui quali tutti basano la propria capacità di comprendere e di interagire con il mondo esterno. La fregatura degli archetipi è che se anche uno non li hai mai visti, una volta che li incontra li sa riconoscere: per questo tutte le volte, di fronte alla migliore soluzione (che è così e che non poteva essere altrimenti, perché di migliore soluzione ce n’è una sola), c’è sempre qualcuno che sostiene che sarebbe stato in grado di farlo, senza tanti studi e senza tanto tempo. E senza l’onere della prova, però, perché ormai l’idea c’è già ed è già realizzata. In realtà questo, lungi dallo sgomentarci come se stessimo rubando o dal trattenerci dal mandare poi una fattura, ci porta la certezza che il lavoro è stato fatto così bene e che il risultato trovato è così intelligente che, da solo, è stato sufficiente a indurre chi non sarebbe mai stato in grado di farlo a credere di saperlo fare.

3.a. Il segreto dei creativi
Abbiamo svelato il segreto dei creativi (ignoto, spesso, ai creativi stessi), dicendo a tutti che il pensiero creativo può essere indirizzato e piegato alle necessità e che quello buono ha i piedi solidamente appoggiati per terra. Non è un paradosso, ma un efficace punto di partenza: la creatività non è meno creativa se si deve muovere entro regole determinate. Le regole determinate entro cui deve muoversi il pensiero creativo sono le stesse che governano la realtà (che vuol dire: chimica e fisica) e, in particolare, le esigenze del cliente. Le regole non sono limiti: sono strumenti per aggiungere valore. Come già detto, nessun preconcetto nei confronti dell’irreale; però, meglio la realtà e la considerazione che la forza bruta non è bene neanche quando viene applicata alla fantasia.

Guardarsi intorno, fare elenchi di risorse effettivamente a disposizione e attenersi a queste, condividere l’obiettivo comune e fare del proprio meglio per raggiungere il risultato è un dovere (ed è anche la maggiore soddisfazione) di chiunque svolga un’attività. La nostra non fa eccezione. Il creativo serio (il buon lavoratore dell’immaginazione metodica) ha tutta una serie di meccanismi da mettere in atto per spremersi e tirare fuori qualcosa che sia allo stesso tempo nuovo e di qualità. Si tratta di meccanismi appresi per studio o imparati per esperienza: la check list della creatività, tutte le domande che forzano il nostro cervello a vedere proprio tutti i punti di vista e a fare proprio tutte le associazioni di idee.
Vedere le operazioni creative come una somma di azioni da svolgere fa apparire questo lavoro per quello che è: uno come tutti gli altri; e inoltre ben dispone il cliente all’atto del saldo.
(Messaggio alla più moderna tra le società di certificazione: perché non certificare la creatività, fare un ranking dell’ordine mentale e dare i punti alla bontà delle idee?)

Rispondere alle seguenti domande (le soluzioni si trovano nelle pagine successive).

  1. Cos’è un archetipo?
  2. Cosa possiamo desumere dal principio di Hamilton?
  3. Si può forzare la mente a creare?
  4. Qual è il segreto dei creativi?

Gli strumenti di approfondimento di seguito citati possono risultare molto utili alla comprensione dei concetti espressi.

John Silber, Le architetture dell’assurdo, Lindau, 2009
In cui, prendendo le mosse dalla moderna architettura, l’autore illustra principi progettuali generali.

Bruno Munari, Design e comunicazione visiva, contributo a una metodologia didattica, Laterza, 1976
In cui l’autore esprime le proprie innovative teorie sulla progettazione e sulla comunicazione visiva e grafica, che tanto hanno impressionato e condizionato le successive classi creative.

Walter Gropius, Scope of total architecture, Collier, 1962
In cui l’autore, tra i fondatori del Bauhaus, illustra scopi, modi e mezzi della progettazione architettonica e industriale, dettando linee e indicando strade ancora oggi seguite e di ispirazione.

  1. Un archetipo è la forma più semplice e primitiva di un’idea e, come tale, è immediatamente riconoscibile.
  2. Il principio di Hamilton, o di minima azione, ci dice e ci consiglia quando sta a noi scegliere la strada più conveniente, che è la più breve e quella più diretta.
  3. La creatività è figlia di giustapposizione inedita di idee e concetti. Sforzandosi a giustapporre idee e concetti, se ne potranno trovare di nuovi. Quindi: sì, la mente si può forzare a creare.
  4. Il segreto dei creativi, come diciamo qui sopra, è che la mente si può forzare a creare, ma soprattutto che un buon pensiero creativo ha i piedi saldamente appoggiati per terra.