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XXVIII Master CIBA

Autismo tra mito e realtà

Autismo tra mito e realtà

Dott.ssa Maria Rita Fodero

Biografia
Maria Rita Fodero nasce 25 anni fa nel capoluogo calabrese, dove trascorre l’infanzia e l’adolescenza, nella casa in campagna con in suoi genitori, avida di arte e cultura, studiando danza, pianoforte e recitazione fin da piccola, cantando nel coro della scuola, leggendo e dilettandosi in lavori creativi.
A diciott’anni spicca il volo verso la capitale inseguendo il sogno della vita artistica, che però, ben presto svanisce sovrastato dalla carriera universitaria, allora alla facoltà di medicina e chirurgia della Sapienza. Dopo un anno di tribolazioni e chiarimenti, nel settembre del 2006 conosce i suoi due grandi amori: il fidanzato Riccardo, col quale avrà una bellissima storia di quasi sei anni, e la psicologia, quest’ultima, invece, un amore per la vita.

Durante i cinque anni della vita romana, Maria Rita continua a sperimentarsi nell’arte (ballo, canto corale e laboratori di recitazione), lavora saltuariamente con i bambini e studia per diventare psicologa accumulando esperienza in vari campi. Dopo la laurea triennale, ottenuta nel 2009 con lode, è per due anni tirocinante in ricerca presso l’istituto di Scienze e tecniche della cognizione del CNR di Roma, in collaborazione con l’Ospedale pediatrico “Bambino Gesù”, dove scrive la sua tesi di laurea sull’osservazione di modelli comunicativi tra genitori e bambini con disturbo dello spettro autistico, che discute nel 2011, anche questa volta ottenendo la lode. Dal 2009 al 2011 è collaboratrice dell’associazione di psicologi Elios, della quale diviene socia nel 2012, all’interno della quale segue corsi sulla psicologia giuridica e criminologia, e sulle nuove dipendenze da comportamento, prima come discente, poi come responsabile della segreteria organizzativa e tutor d’aula. È inoltre osservatrice in ambito di consulenza tecnica d’ufficio per il tribunale dei minorenni di Roma e svolge attività di studio e ricerca.

Nel febbraio 2012 il fortunato incontro con l’associazione Eraclito2000, presso la quale Maria Rita frequenta la XIX edizione del Master CIBA (Comunicazione, Impresa, Banche e Assicurazioni), che le consentirà di intraprendere una formazione nel marketing e nella comunicazione, che approfondirà in seguito con corsi di gestione web e creazione siti internet.
Nel frattempo frequenta il master in Applied Behavior Analysis dello IESCUM -Istituto per lo studio del comportamento umano, di Parma, dove studia per diventare consulente ABA e, dunque, analista del comportamento.

Alla primavera 2012 risale il suo trasferimento nella città di Milano, dove, infine, è tirocinante post lauream presso il dipartimento di psicologia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

Introduzione
Mettiamo un primo piede nella discussione sull’autismo andando ad indagare dove nasce il riconoscimento di questa patologia e, soprattutto, grazie a chi. L’autismo, in quanto deficit delle relazioni intersoggettive, affonda le sue radici in un passato molto lontano. Da quando Eugene Bleuler introdusse il concetto di autismo all’interno della sintomatologia descrittiva della schizofrenia, nel 1911, questa incapacità a relazionarsi è stata interpretata come un desiderio di “ritirarsi” dalla realtà del mondo circostante e dagli altri. Dobbiamo immaginare che il contesto sociale in cui si mosse Bleuler fu sì caratterizzato da una grande curiosità scientifica, ma anche da una quantità di informazioni millesimale rispetto al panorama attuale, a distanza solo di circa centocinquanta anni. Bleuler riteneva che gli schizofrenici gravi non avessero alcun rapporto con il mondo esterno, che vivessero entro i limiti dell’appagamento dei loro desideri più profondi e che non sperimentassero in alcun modo la spinta verso l’altro, ridimensionando completamente i canoni della loro realtà. Vedeva questi soggetti chiusi nel loro mondo, come potremmo immaginare dei pulcini che non escono mai dal loro uovo.
Il termine autismo, storicamente, fra le carte dello studioso, nasce dalla parola autoerotismo, di cui Bleuler eliminò la componente di έρος. Dobbiamo pensare al termine autoerotismo, coniato da Havelock Ellis e ripreso in seguito da Freud, col significato di αυτός, che indica la riflessione (re-flecto, mi piego indietro) del soggetto su se stesso.
È possibile che egli avesse tratto questa conclusione da alcune affermazioni di Freud, del quale in quel periodo stava studiando L’Interpretazione dei sogni. Freud aveva definito l’autistico come un uovo protetto nella sua “sussistenza automantenentesi”. Per Bleuler, l’autistico è il “bambino addormentato”.
Immaginiamo nella nostra mente l’idea dell’uovo, che racchiude il bambino proteggendolo e difendendolo, ma anche tenendolo lontano dal resto dell’ambiente.

La storia del concetto di autismo, attraversa la fenomenologia di Binswanger per il quale “l’autismo consiste nel distacco dalla realtà, insieme con una prevalenza più o meno marcata della vita interiore”. Secondo l’autore, la persona autistica era caratterizzata da un rifiuto del contatto dall’esterno (inteso anche come rifiuto di essere toccato), da una indifferenza costante nei riguardi di oggetti (fisici, materiali), che normalmente dovrebbero suscitare interesse, da una difficoltà di adeguarsi alla realtà circostante (non parla di rifiuto, ma di incapacità), da reazioni inappropriate a stimolazioni esterne, e, infine, fondamentale, da una “morbosa preponderanza” della vita interiore.
Questa prima definizione di Binswanger servirà addirittura da linea guida per la definizione della sintomatologia, nella classificazione diagnostica ufficiale della comunità scientifica internazionale (DSM, Manuale statistico diagnostico dei disturbo mentali, III e IV).
Nel 1927, nel suo capolavoro La Schizofrenia, Minkowski dedicò un capitolo all’autismo, affermando che il modo degli psichiatri di considerare l’autismo presentava vari inconvenienti.
Egli chiama “l’elemento regolatore” tra il desiderio di isolamento e la ricezione dall’ambiente esterno “sentimento d’armonia con la vita”. Minkowski fu inoltre il primo a dare rilievo ai comportamenti di questi soggetti, o meglio agli atti autistici, che lui chiama, con un’immagine molto forte, “atti senza domani”.

Senza dubbio, gli studi, fatti dal 1940 circa ad oggi, hanno visto una graduale evoluzione del concetto di autismo e una parziale definizione delle sue caratteristiche sintomatiche tipiche.
Leo Kanner, medico psichiatra di origini austriache, direttore della John Hopkins Children’s Psychiatric Clinic di Baltimora, è stato uno studioso fondamentale nella definizione della patologia. Egli cercava l’elemento, il quid, che fa di un insieme disparato di sintomi una sindrome. Sottolineò la dimensione radicalmente “ossessiva”, ponendo un problema (ripetitività, ossessività e bisogno di sameness) che, tutt’oggi, è uno dei meno compresi dell’autismo, inoltre un altro aspetto fondamentale, su cui Kanner concentrò la sua attenzione, furono i cosiddetti “isolotti di capacità”, che gli fecero erroneamente ritenere che i bambini di cui si occupava fossero una sorta di piccoli geni incompresi. Da questo punto di vista, che lo indusse ad un iniziale ottimismo sull’evoluzione del disturbo autistico, è nata una falsa credenza che si è a lungo tramandata, e che oggi, fortunatamente è stata demolita grazie a prove scientifiche.

Quando parliamo di autismo sentiamo spesso parlare di “sindrome di Asperger”. Come molte malattie anche questa prende il nome dal “padre” , lo psichiatra viennese Hans Asperger, poliedrica figura con forte interesse per la pedagogia, che lo spinse ad interessarsi anche di istruzione.
Nel 1944 pubblicò, pur non conoscendo gli scritti di Kanner, la tesi di dottorato dal titolo Die “autistischen Psychopathen” im Kindesalter, in cui descriveva accuratamente quattro bambini di età compresa tra sei e undici anni, che lui stesso definì affetti da “psicopatia autistica”.
Asperger osservò un profilo caratterizzato da goffagine corporea, impaccio psicomotorio, mimico, posturale, carenza o assenza totale di contatto visivo, complessiva grave difficoltà nella comunicazione. Sul piano affettivo, egli descrisse difficoltà nell’empatia (potrete trovare degli articoli dedicati a questo tema su questo sito), nella sintonizzazione emotiva, sia a livello di comprensione (quello che oggi chiameremmo lettura della mente), sia a livello di espressione. Egli evidenziò un “controllo intellettualistico” della relazione, oltre che buone capacità linguistiche e cognitive (in taluni casi eccellenti e originali). Osservò la chiusura ad una dimensione egocentrica di interessi e vissuti personali privati. Asperger fissò l’età di insorgenza solo dopo i tre anni e definì la patologia come famigliare, tipicamente maschile, da distinguere nettamente dai disturbi schizofrenici. Successivamente, fu Rutter nel 1978 a proporre una ridefinizione della patologia, prevedendo, accanto alle caratteristiche dell’isolamento e della sameness, l’attribuzione di significato cardinale alle difficoltà nell’uso del linguaggio, della gestualità e della mimica, oltre che al periodo di insorgenza, sempre collocabile, secondo l’autore, entro i primi 30 mesi di vita.

Coerentemente a questo punto di vista, Wing e Gould ipotizzarono una continuità delle diverse modalità di manifestazione individuale del disturbo autistico. Il lavoro ammirevole di Asperger fu essenzialmente valutato solo in seguito alla traduzione in inglese e alla pubblicazione della sua tesi nel 1981, proprio ad opera della Wing, che unì al documento originale una sua trattazione di 34 casi. Ella inoltre contribuì a situare ciò che diventò la Sindrome di Asperger nel contesto dei disturbi pervasivi dello sviluppo, smussando le irregolarità e correggendo parzialmente gli errori valutativi di Asperger.
Kanner sottolineò che le strane condizioni di isolamento e ritiro fossero ben differenti da tutto ciò che la psicologia popolare aveva fino ad allora descritto, individuando l’inaccessibilità della “fortezza debole” come un fenomeno specifico, radicalmente diverso da ogni chiusura ascrivibile a qualsiasi “psicologia”. L’autismo prese improvvisamente forma di una conseguenza catastrofica di un inceppo originario nei meccanismi innati di comunicazione spontanea e sintonizzazione affettiva.

“Questi bambini sembrano essere venuti al mondo sprovvisti di quella capacità innata di formare il normale contatto affettivo che è fornita biologicamente”
È comprensibile che una simile dichiarazione desse adito ad interpretazioni fuorvianti.

Invece, Kanner iniziò a mettere insieme dati in maniera forzata, giungendo ad un interpretazione errata della genesi dell’autismo. Si situa lì il punto d’origine della famigerata mitologia dei genitori-frigorifero. Le deduzioni che Kanner pensò di trarre dalla sua particolare casistica erano semplicemente le conseguenze di un banalissimo errore di selezione. Infatti egli commise il grave errore di ritenere che le famiglie che lo avevano contattato, dopo la pubblicazione del suo articolo (Autistic disturbances of affective contact, 1943), fossero rappresentative dell’intera popolazione degli autistici. Poiché le famiglie accorse a lui da tutti gli USA erano benestanti e con un alto livello d’istruzione, ritenne che l’autismo fosse una particolarità della classe sociale elevata, ove la madre è laureata e spesso anche in carriera: ipotizzò, perciò, che la madre non avesse amato adeguatamente il figlio e che il figlio, nato sano, si fosse chiuso in se stesso per questo motivo (teoria psicogenetica).
Influenzato dalle teorie in voga, Kanner coniò il termine di “genitori-frigorifero” per intendere la freddezza del comportamento genitoriale come causa psicologica dell’autismo.

Nel 1951, Anna Freud fu la prima a smentire con un’indagine epidemiologica la tesi di quanti volevano che l’autismo fosse psicogeno: le bastò verificare l’assenza di autistici fra i bambini usciti dai campi di concentramento nazisti, un’esperienza tragica di assoluta mancanza di amore materno e di qualunque altro affetto. Semmai si fossero potuti verificare casi di autismo provocati da mancanza di amore, le condizioni del lager avrebbero dovuto portare tutti i bambini all’autismo più grave. Invece, Anne Freud non trovò bambini autistici fra quelli usciti dai lager. Certo è che tutti questi bambini avevano patito spaventose conseguenze psicologiche.

Ma, con le parole di Margaret Malher, esattamente all’opposto di quanto fanno i bambini autistici, questi avevano comunque integrato, per sopravvivere mentalmente, “anche il più misero sostituto di cure materne” di cui riuscivano a trovar traccia e risultava “stupefacente la capacità del bambino sano di recuperare […] di saper raccogliere anche l’ultima stilla della stimolazione umana”. Dopo quello della Freud, molti altri studi statistico-epidemiologici furono compiuti, sempre verificando che l’autismo era una sindrome egualmente diffusa fra tutte le classi sociali e fra tutte le razze umane, ove le rilevazioni ebbero luogo. Si scoprì che ovunque la proporzione fra maschi e femmine era di quasi 4 a 1, proprio come nel gruppo esaminato da Kanner: questo fatto era in pieno contrasto con la teoria psicanalitica classica, secondo la quale la madre ama più i figli delle figlie.

Si scoprì che, nelle famiglie dove nasce un figlio autistico, la probabilità che ne nasca un altro è cento volte maggiore, rispetto alla popolazione generale, e che nelle famiglie con un caso di autismo è molto frequente la presenza di sindrome di Asperger o di altre anomalie del comportamento sociale. Successivamente, nella sua lunga vita, Kanner stesso accertò che la sindrome colpiva tutte le classi sociali allo stesso modo e riconobbe il suo errore, chiedendo perdono ai genitori, per avere ipotizzato una loro responsabilità nella genesi della patologia dei figli.
Lo psicologo tedesco-americano Bruno Bettelheim, in una lettera a Scientific American del maggio 1959, affermò che il rifiuto da parte dei genitori era un elemento nella genesi di ogni caso da lui osservato di autismo, “Il fattore che precipita il bambino nell’autismo è il desiderio dei suoi genitori che lui non esista”. Questa è la tesi sostenuta nel best-seller The empty fortress, pubblicato nel 1967 e tradotto in italiano nel 1976, nel quale Bettelheim sostenne i risultati dello studio condotto nella Scuola ortogenetica di Chicago, istituto per il trattamento di bambini disturbati, di cui lui era divenuto direttore nel 1944, in seguito alla fuga negli Stati Uniti, dopo gli anni del nazismo in Germania, l’internamento e l’esilio. Egli riconobbe l’autismo come un rifiuto di esistere psichico, difesa estrema rispetto a contesti relazionali vissuti come pericolosi ed altrettanto estremi, simili alle condizioni di lager. La mamma veniva presentata come “kapò dei campi di concentramento”, totalmente responsabile della catastrofe del figlio. La terapia proposta era la parentectomia (allontanamento dei figli dai genitori). Come disse più volte Rimland nella rivista da lui diretta, (Autism Research Review International), “Bettelheim ha riempito un vuoto di conoscenza con delle fantasie, purtroppo credute da molti”. A causa delle idee di Bettelheim per molti bambini si è aggiunto al danno della natura quello della istituzionalizzazione e del distacco dalla famiglia. Fu poi evidente che la colpa di un drammatico fallimento nel trattamento dell’autismo o l’inadeguatezza non risiedeva nei genitori o nella madre incapace di amore per il figlio, ma negli «esperti» che dominarono la scena della neuropsichiatria italiana, dopo la stagione del 1968. Verso la fine degli anni ‘70, mentre Kanner aveva già ammesso la falsità dell’ipotesi psicogenetica e il suo errore statistico, molti in Italia, per dare maggior forza alla giusta esigenza di chiudere i manicomi, riscoprirono la teoria psicogenetica, pretendendo che la malattia (organica) mentale non esistesse e che la società malata fosse origine di tutte le malattie, in particolare di quelle mentali, per l’occasione ribattezzate «disagio mentale».

Iniziò il calvario dei genitori, in particolare delle madri. Alla sfortuna della sorte, che aveva colpito il bambino fin dalla più tenera età con una delle peggiori malattie, quella della mente, si univa quella degli «esperti», che ritenevano il bambino nato sano, ma ridotto in quello stato pietoso dall’inadeguatezza dell’amore materno. Ipotizzarono che si fosse costruito un guscio protettivo che lo aveva isolato dal mondo che lo aveva accolto tanto male. Prescrissero di rispettare questa sua chiusura al mondo, perché il bambino, se e quando avesse voluto, sarebbe uscito da solo dall’isolamento. Bandirono dal trattamento degli autistici cognitivismo e neocomportamentismo, nonostante fossero gli unici metodi che avevano dimostrato di ottenere risultati concreti, e, contemporaneamente, sottrassero questa sindrome allo studio dei neurologi e dei neurofarmacologi, impedendo il decollo della ricerca biologica sull’autismo, negli anni in cui maggiori erano stati i progressi delle neuroscienze. La psicogenesi, l’errore di Kanner, fu avallata e difesa, anche dopo la sconfessione del suo autore, dal coro degli esperti italiani e latini, che ignorarono volutamente tutte le prove a favore della sua organicità.
La storia perciò, lascia profonde tracce, all’interno delle quali la scienza deve cercare di condurre la sua ricerca.

Negli ultimi dieci anni, si sono scoperte diverse malattie organiche che sostengono la sindrome di Kanner e si sono fatti passi da gigante verso l’identificazione dei geni che la possono provocare. Nel frattempo in molti luoghi vengono ancora calpestati i diritti degli autistici e dei loro genitori, che, secondo la nostra Costituzione, hanno il diritto di conoscere la diagnosi, di conoscere i trattamenti alternativi possibili e di dare il consenso informato a quello maggiormente rispondente alle loro attese. Nel 2004, la casa editrice Vannini ha tradotto in italiano (con in titolo Autismo e disturbi generalizzati dello sviluppo) il manuale Handbook of autism and pervasive developmental disorders a cura di D. J. Cohen e F. R. Volkmar, pubblicato in America nel 1997, diventato il testo di riferimento per tutte le università e gli istituti di ricerca. Nella presentazione, Paolo Moderato, ordinario di psicologia generale all’Università di Parma, introduce così il libro: “Ormai “rottamate” le teorie psicodinamiche sull’eziopatogenesi dell’autismo, spazzate via dalle inequivocabili evidenze provenienti dalla ricerca genetica, anche gli interventi assumono un altro valore […] Di autismo non si guarisce, ma un intervento efficace è fondamentale per migliorare la vita della persona con autismo e della sua famiglia”.

Dopo tanto parlare di autismo e soggetti autistici viene spontaneo domandarsi chi siano gli autistici. Non ce lo chiediamo perché vogliamo andare a sbirciare nella loro quotidianità “malata”, ma perché quello che loro stessi ci possono dire è fondamentale per la nostra ricerca di un significato. Chi sono? Cosa credono in merito al mondo che li circonda, cosa sperano per il loro futuro, cosa sentono, cosa pensano? E di cosa è fatta la loro quotidianità e quella delle persone che hanno intorno? Dobbiamo “…aprire le barriere della mente alla consapevolezza che dietro la nostra apparenza c’è una mente e un cuore”. (Pio, ragazzo autistico).

Riflettiamo insieme: l’autismo ha come elemento fondamentale la compromissione del canale comunicativo. Quanto è importante per noi la comunicazione con l’altro?
Quante cose ci consente di fare la condivisione di un canale comunicativo tra noi e gli altri?
Elenchiamone almeno tre di cui non potremmo fare a meno.

Ora proviamo a “immaginare” di compromettere alcuni dei nostri principali canali di comunicazione.
La vista: attraverso un vetro smerigliato, o un caleidoscopio.
L’udito: immersi in un materiale che ovatta e disturba. I messaggi complessi non ci arrivano, sono frammentati e disturbati. Il tatto: percepiamo caldo, freddo o fastidio, in relazione all’oggetto che tocchiamo, o anche alla persona.
Proviamo a descrivere una situazione caratterizzata da queste percezioni. Cosa ci succede? Che sentimenti proviamo in relazione a ciò che sperimentiamo?

Infine riflettiamo su questa frase: “[…] Io penso in immagini. Le parole sono come una seconda lingua per me. Io traduco le parole, sia pronunciate che scritte, in filmati a colori, completi di suono, che scorrono come una videocassetta nella mia mente. Quando qualcuno mi parla, traduco immediatamente le sue parole in immagini […]” (tratto da “Pensare in immagini: l’autismo e il pensiero visivo”, in Pensare in immagini, di Temple Grandin)

Testi di lettura/studio:

– Frith U., L’autismo. Spiegazione di un enigma, Laterza, Bari, 2009.
Un manuale onnicomprensivo di vari punti di vista scientifici e prospettive di indagine del fenomeno, scritto in un linguaggio a metà tra il ricercato e il semplice.

– Grandin T., Pensare in immagini, Erikson, Trento, 2001.
Un testo che nasce dall’esperienza in prima persona di una donna che ha fatto della sua malattia un’occasione di vita unica.

– Istututo superiore di Sanità, Linee guida per l’autismo, ottobre 2011.
Un documento fondamentale sul punto attuale della ricerca scientifica sull’autismo.

– Jordan, R., Powell, S., Autismo ed intervento educativo, Erickson, Trento, 2005.
Un testo utile, per chi vuole comprendere alcune delle situazioni più comuni che coinvolgono i ragazzi con autismo nell’ambiente scolastico, e le strategie che si possono utilizzare.

– Mistura S. (a cura di), Autismo. L’umanità nascosta, Einaudi, Torino, 2006.
Un insieme di saggi che ripercorre passaggi storici fondamentali della ricerca sull’autismo.

– SINPIA, Linee guida per l’autismo, Erickson, Trento, 2005.

– SINPIA, Società italiana di Pedagogia Speciale, Linee Guida autismo-scuola, Le sfide della scuola e l’intervento educativo per l’integrazione scolastica dei bambini e delle bambine con autismo, Trento, Erickson, 2008.

– Società Italiana di Pedagogia Speciale Integrazione scolastica degli alunni con disturbo dello spettro autistico, Erickson,Trento, 2008.

Romanzi:
– Gerland, G., Una persona vera, Il Minotauro, Roma, 1999.
La storia di Gunilla, da bambina incompresa, a donna ansiosa di raccontarsi e condividersi.

– Haddon, M., Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte, Einaudi, Torino, 2003.
Un ragazzo molto particolare si trova a risolvere un mistero guidato dal suo intuito. Un mistero che ci porta nel suo mondo personale , fin dentro ai suoi pensieri.

– Iversen, P., Un figlio diverso (Strange Son), Arnoldo Mondatori Editore, Milano, 2007.
Una madre e un figlio, a confronto con un mondo “diverso”. Una storia d’amore. Una lotta.

– Rayneri, G., Pulce non c’è. Einaudi, Torino, 2009.
Pulce ha nove anni, il naso a patata e due «occhioni accesi». Beve solo tamarindo, ascolta Bach, fa sculture con il pecorino e va pazza per le persone arrabbiate. Pulce non parla perché è autistica, ma «questo non significa che non abbia niente da dire».
Un giorno come tutti gli altri, viene allontanata dalla famiglia senza troppe spiegazioni.
(dalla descrizione del libro edito da Einaudi)

Film:
Rain Man – L’uomo della pioggia, un film del 1988, diretto da Barry Levinson ed interpretato da Tom Cruise e Dustin Hoffman, vincitore dell’Orso d’oro al Festival internazionale del cinema di Berlino nel 1989 e 4 premi Oscar.
La commovente storia di due fratelli che si uniscono in seguito alla morte del padre, attraverso un viaggio che li porterà alla conoscenza reciproca del mondo dell’altro.
(Trailer: http://www.youtube.com/watch?v=KKC3W0awjm0 )

Temple Grandin – Una donna straordinaria, un film diretto daMick Jackson e interpretato da Claire Danes, Catherine O’Hara, Julia Ormond, prodotto nel 2010 in USA.
Temple Grandin dipinge un quadro sulla perseveranza e la determinazione di una giovane donna, che lotta contro le sfide dell’isolamento causato dall’autismo in un’epoca in cui il disturbo era ancora sconosciuto. Il film è la rivincita di una donna dotata di sensibilita e comprensione innate per il comportamento degli animali.
(Trailer: http://www.youtube.com/watch?v=cpkN0JdXRpM )

Adam, un film di Max Mayer, prodotto in USA nel 2009.
Un giovane ingegnere elettronico che realizza giocattoli per una fabbrica, la cui passione è l’astronomia. Il suo destino, però, sembra essere la solitudine perché è afflitto dalla sindrome di Asperger.
(Trailer: http://www.youtube.com/watch?v=mELxZlPX3GU&feature=player_detailpage#t=96s )

Elle s’appelle Sabine, un film dell’attrice e regista francese Sandrine Bonnaire, prodotto nel 2007.
Un ritratto sensibile di Sabine Bonnaire, la sorella autistica di Sandrine.
(Trailer: http://www.youtube.com/watch?v=b2zDwgEn_Xc )

The Sunshine Boy, un film di Fridrik Thor Fridriksson, prima mondiale 12 Settembre 2009, al Toronto international Film Festival.
Un toccante documentario sull’autismo, ad opera del regista, nomitato per l’Academy Award, Fridrik Thor Fridriksson, con la voce narrante di Kate Winslet e musiche di Björk e Sigur Ross.
(Trailer: http://www.youtube.com/watch?v=v7dFl0iCvxQ)

Queste due immagini esprimono l’idea di isolamento sensoriale del bambino “chiuso dietro ad un vetro”.

Spesso i bambini con autismo hanno una tendenza maniacale all’ordine e impiegano tempo a mettere in fila piccoli oggetti o giocattoli.

Questa foto esprime il tentativo dell’adulto care-giver di superare le barriere dell’isolamento del bambino con autismo.

Dipinto in cui il bambino tenta di isolarsi dal “rumore” esterno, che percepisce come fastidioso, coprendosi le orecchie. La mente è rappresentata come un puzzle, a cui, per altro, mancano alcuni pezzi.